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ASTA N. 128 / lotto 65

Patini Teofilo

Patini Teofilo

DIPINTI

Stima: min €12000 - max €18000
  • Descrizione Lotto

    Patini Teofilo (Castel di Sangro, AQ 1840 - Napoli 1906)
    Bestie da soma
    olio su tela, cm 35x47
    firmato in basso a destra: Patini

    Bibliografia: Ottocento Catalogo dell'Arte Italiana. Ottocento - Primo Novecento n.42, Milano 2013, tav. a col. pag.86; R. Caputo, La Pittura napoletana del II Ottocento, Di Mauro Editore, Napoli 2017, p.112

    L’osservazione commossa e impietosamente “verista” delle miserie dei vinti d’Abruzzo – terra natale da cui partì giovanissimo – contraddistinse la pittura di Teofilo Patini, prima allievo di Giuseppe Mancinelli al Real Istituto di Belle Arti di Napoli, poi vicino al realismo del suo conterraneo Filippo Palizzi. L’opera fa parte di un gruppo di studi per la grande opera principale “Bestie da soma”, realizzata nel 1886.
    Carlo Siviero, in Questa era Napoli, fu tra i primi ad inquadrare i caratteri della pittura realista di Teofilo Patini.
    Patini non va cercato in un mondo astratto di idee e sensazioni pittoriche: egli è tutto nella umanità degli umili lavoratori della terra, intento a raccoglierne le espressioni della vita uniforme nella cura dei campi, fecondati dal sudore della
    fatica. Tra la pittura di costume storico di Miola e il romanticismo di Tofano, egli s’era accostato al naturalismo di Palizzi; e nell’orbita delle correnti umanitarie di Kant, aveva visto Millet e Bastien Lépage. La sua vocazione, nata tra i monti d’Abruzzo, a contatto delle vita primitiva e rudimentale della sua gente tra cui amava attardarsi fino a sera.
    «Mi hanno chiamato il pittore degli stracci – diceva – non me ne offendo; ciò è vero: li ho preferiti alle sete e ai velluti della storia e della leggenda», manifesta allusione all’arte di Morelli.
    In Patini la si trova; l’aspirazione al miglioramento sociale dei lavoratori della terra ch’egli vedeva oppressi e abbrutiti da un tenore di vita bestiale. E Bestie da soma (l’importante dipinto realizzato nel 1866, presentato all’Esposizione Nazionale di Venezia dell’anno successivo e comprato dall’Amministrazione provinciale dell’Aquila) è, infatti, il
    primo di una trilogia che con Vanga e latte e L’erede determina la vera cifra pittorica dell’artista aquilano. Ciò che colpisce dell’opera di Patini, oltre il suo credo umanitario, superato dal progresso dei tempi, è la forma del racconto,
    la pittura. In verità più derivata dall’esempio di Palizzi che scaturita dalla pittura di Morelli. La materia patiniana, la pienezza del rilievo appare ammantarsi di una malinconia coloristica spesso opprimente poiché alla tavolozza manca volutamente la purezza dell’azzurro, lo squillio dei rossi, la lieta nota dei verdi. Tutti elementi che caratterizzano questo Studio che riprende alcune donne, curve sotto il peso di grandi fascine, raccolte sulla montagna, che scendono
    lentamente al piano.
    La prima con i segni dell’avanzata maternità, più stanca delle altre, s’appoggia alla roccia per riprendere fiato. La simbologia è chiave: la sofferenza incomincia fin dal grembo materno.
    Proprio per questo suo realismo il pittore sceglieva tra le reali miserie della sua gente i personaggi dei suoi quadri come è stato evidenziato da Cosimo Savastano (in Teofilo Patini, 2001, p. 76) che riporta un articolo di Pasquale Scorpiti
    sulle interviste a Maria d’Orazio, la più giovane delle tre raccoglitrici di legna ed a Libecca la nipote di Mastrorocco la settantenne che posò per Bestie da soma, oltreché alla figlia di Maria Bozzelli, la donna incinta ritratta in piedi nella
    tela.
    Per tutte e tre la proposta di don Teofilo era giunta “come una vera manna - una lira al giorno e per una intera stagione! E mi passava anche il pranzo, e a me sola - sottolinea Maria - con la voce piena d’orgoglio”. Tanto valeva anche per le
    altre due prescelte. Lo stato di bisogno e il più delle volte di inedia quasi assoluta era pesante e decisamente diffuso.
    Tutte e tre le donne ne erano la dimostrazione. “Ma più povera di Libecca che, per tirare innanzi con quei suoi quattro figli e senza marito, tesseva la lana (e la nipote ci mostra ancora una sua sottoveste tessuta all’epoca del quadro), più
    povera di Maria d’Orazio era la terza modella di Bestie da soma, Maria Bozzelli. Tanto povera che filava la lana al lume del fuoco, nelle lunghe sere d’inverno: solo così glielo permetteva il marito che se ne andava alla giornata con un tozzo
    di pane infilato nella camicia: ce lo dice ora la sua figlia che ricorda di essere stata bambina quando la madre, incinta, posò per Patini; di aver pianto di fame mentre aspettava che la madre tornasse dalla casa del pittore”.

  • Informazioni Asta

    ASTA N. 128 del 14/04/2018 18:00.
    Via Tito Angelini, 29