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RICERCA: palizzi
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Ritorno dai campi olio su tela, cm 50x74 firmato in basso a sinistra: Palizzi Bibliografia: Napoli d'un tempo nelle vedute dell'Ottocento acura di Rosario Caputo, Gall. Vittoria Colonna Napoli 2007 pag. 50
    Stima minima €55000
    Stima massima €75000
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Fanciulli al pascolo
    olio su tela, cm 65x99,5
    firmato in basso a destra: Palizzi

    Maggiore per età fra i pittori della fortunata famiglia Palizzi, Giuseppe fu con ogni probabilità anche quello che godette in vita di miglior fortuna, avendo saputo cogliere le molte occasioni offerte agli artisti del tempo dagli ambienti francesi e soprattutto di Parigi, ove il nostro come è noto si trasferì fra il 1844 e l’anno successivo, chiuso ogni rapporto con il mondo accademico napoletano (vuoi per ragioni strettamente estetiche, vuoi per altre legate invece alle sue simpatie politiche); dell’avventura di Giuseppe nelle terre d’Oltralpe oggi si ricorda principalmente la sua adesione alla Scuola di Barbizon (egli si stabilì rapidamente nei pressi della foresta di Fontainebleau, cara a quel sodalizio di pittori, e addirittura si costruì col tempo un riparo fra l’aspra e fitta vegetazione), che costituì una solida via d’accesso al dibattito artistico locali e di conseguenza ai migliori salotti intellettuali della zona: veloce fu insomma l’ascesa alle più prestigiose committenze (anche ufficiali) ed esposizioni (costante fu la partecipazione ai Salon e non mancò alle Universali). Grazie al fitto corpo di epistole scambiate con i fratelli, in particolar modo con Filippo, mai comunque si recise del tutto il legame con l’Italia e con Napoli (con anche occasionali ritorni), ed anzi Giuseppe può oggi considerarsi un fondamentale punto di riferimento per tutti gli artisti che nel corso dell’Ottocento compirono l’agognato viaggio verso la Francia.
    Questa appartenenza a due terre (si potrebbe dire quasi una doppia cittadinanza) ebbe le sue ovvie conseguenze sulla ricerca pittorica di Giuseppe Palizzi: innanzitutto egli s’avvicinò ai Barbisonniers percependone le sostanziali comunanze con la rivoluzione artistica che nel nome di una stretta rappresentazione del vero suo fratello Filippo già andava professando negli ambienti intellettuali partenopei, ma del gruppo di Fontainebleau assimilò la sintetica pennellata a taches di colore che anticipava gli esiti dell’Impressionismo ed al contempo si contrapponeva in qualche modo ai dettagliatissimi dipinti di Filippo stesso; in secondo luogo la pur suddetta pittura dal vero va sovente trasfigurandosi nell’arte di Giuseppe in atmosfere idilliache che gli vennero dai giovanili studi accademici sotto la guida di Pitloo e Smargiassi (all’insegna insomma delle poetiche della tarda Scuola di Posillipo), che dunque sembra egli non riuscì mai a superare del tutto. Ecco allora quella pittura d’affetti concretizzatasi nell’opera proposta, ove nessun soggetto, umano o ferino che sia, è cioè rappresentato senza un proprio “nucleo familiare”, dalla coppia di contadinelle (con ogni probabilità mamma e figlia) al piccolo gregge di pecore ed all’agnello in primo piano con le mucche retrostanti, che si leccano poi amorevolmente riprendendo un tema già esplorato dall’autore in più dipinti; finanche nel piccolo rivo i volatili stanno rigorosamente in gruppo. Fa da sfondo un paesaggio dal sapore antico e moderno insieme, ove una visione per piani via via meno definiti ed un certo gusto per il dettaglio trovano posto sulla tela tramite una pennellata assolutamente aggiornata alle più recenti ricerche pittoriche del tempo.
    Stima minima €13000
    Stima massima €18000
  • Esposito Gaetano (Salerno 1858 - Sala Consilina, SA 1911)
    Figura di donna
    olio su tela, cm 51,5x35 firmato in basso a sinistra: G. Esposito

    Bibliografia: Alfredo Schettini, La pittura napoletana dell'ottocento, Ed. E.D.A.R.T. Napoli 1967, vol. II, p. 397 a colori; illustrazione sul lato del cofanetto dell’opera “Enciclopedia della canzone napoletana”, Ettore De Mura, Ed. Il Torchio,Napoli 1968-1969

    Della breve attività pittorica di Gaetano Esposito (la cui vita fu tanto tormentata da condurlo al suicidio) ci rimangono per lo più vedute marine (poiché il tumulto dei flutti ben s’adattava a quello dell’animo suo), scene di genere tese fra verismo (rappresentando per lo più contadini delle zone natie dell’autore) ed un certo intimismo lirico, ed infine ritratti, genere quest’ultimo di cui il nostro fu abile maestro.
    Formatosi sotto gli insegnamenti di Filippo Palizzi e Domenico Morelli, fu più dal secondo di essi che Esposito assorbì la passione per lo studio del grande passato artistico partenopeo e più specificamente del Seicento napoletano, che finì per influenzare radicalmente lo stile e le scelte compositive dell’artista; questo interesse lo avvicinò inoltre ad alcuni suoi contemporanei che ne condividevano l’approccio, e fra questi va soprattutto ricordato Antonio Mancini, cui Esposito fu legato da profonda stima ed amicizia per tutta la sua (pur breve, come s’è detto) vita.
    Se l’opera proposta appartiene come è evidente al suddetto filone ritrattistico di cui Esposito fu illustre rappresentante, il suo aspetto più sintetico e quasi bozzettistico dà l’occasione di sottolineare un’altra caratteristica della produzione del suo autore, e cioè appunto l’aspetto del “non finito”: già Esposito infatti ci viene descritto dalle testimonianze quale assai intransigente verso i propri dipinti, di cui mai fu soddisfatto; a questo si aggiunse l’impossibilità di lavorare stabilmente in un proprio studio (non avendone uno fisso), con il risultato che l’artista lasciò effettivamente varie tele e tavole non completamente definite (per lo più negli atelier di chi occasionalmente l’ospitava, cioè Attilio Pratella e Giuseppe Casciaro, come racconta Alfredo Schettini). Non è da escludersi insomma che anche questo profilo femminile avesse un destino di completezza mai poi concretamente realizzatosi.
    Stima minima €4000
    Stima massima €7000
  • Palizzi Francesco Paolo (Vasto, CH 1825 - Napoli 1871)
    Natura morta
    olio su tela, cm 106,5x60,5
    firmato in basso a sinistra: Franz Paul Palizzi

    Provenienza: coll. privata, Parigi; coll. privata, Napoli


    Penultimo delle “nove muse” (noto soprannome con cui era definito insieme ai suoi fratelli, tutti più o meno versati nella arti) di Casa Palizzi, Francesco Paolo giunse a Napoli dalla nativa Vasto nel 1845 per iscriversi al Real Istituto di Belle Arti; qui fu dapprima allievo di Camillo Guerra con l’intenzione di diventare pittore di scene storiche,
    venendo dunque avviato dal proprio mentore a quel convenzionalismo accademico tipico dell’epoca, poi decise di seguire invece gli insegnamenti di Gennaro Guglielmi (artista in cui confluivano tanto la tradizione locale che le nuove spinte naturalistiche) orientandosi verso la natura morta. Sulla scia di questo nuovo interesse Francesco Paolo studiò attentamente i grandi maestri della pittura napoletana di genere del Seicento, come Recco e Ruoppolo, ma fu attirato soprattutto dalle composizioni più semplici, ridotte a pochi elementi, di un Luca Forte o del settecentesco Giacomo
    Nani, entrambi artisti memori della più ortodossa tradizione caravaggesca all’insegna del luminismo.
    Negli anni di formazione fu innegabile (come ovvia) tuttavia anche l’influenza dei più affermati fratelli maggiori di Francesco Paolo: Filippo prima, quindi (e soprattutto) Nicola, il quale trasmise al nostro quella pittura materica e corposa, a larghe pennellate strutturanti, che fu alla base dell’ormai riconosciuta (grazie specialmente agli studi di
    Michele Biancale e Raffaello Causa) innovazione che Francesco Paolo seppe apportare al genere tradizionale della natura morta; non mancò infine l’esempio di Giuseppe Palizzi, raggiunto a Parigi dal fratello minore nel 1857.
    L’immersione nel clima della Ville Lumière non poteva lasciare indenne la pittura di Francesco Paolo: la pennellata si fece più rapida, il greve chiaroscuro andò illuminandosi, i colori divennero più vivi e brillanti; questa trasformazione
    fu con ogni probabilità causata dallo studio delle opere del celebre Chardin nonché dal contatto col giovane Manet, il quale pure in quel periodo andava recuperando la tradizione della natura morta francese: dobbiamo immaginare per
    lo meno una visita all’importante mostra tenuta dal pittore francese presso la galleria Martinet nel 1865, se nelle opere del giovane Palizzi ora presso il Banco di Napoli o la stessa Accademia di Belle Arti si ritrova una resa sintetica del tutto simile a quella di Manet (nello sviluppo poi di temi tipici dell’artista francese, come quelli delle ostriche e delle peonie) o addirittura vere e proprie citazioni, come il virtuosistico coltello in bilico sul margine del tavolo a definire prospetticamente lo spazio della rappresentazione.
    Se il soggiorno parigino fu costellato da molteplici partecipazioni ai Salon locali, fino a culminare nella presenza all’Esposizione Universale del 1867, Francesco Paolo non dimenticò mai di inviare i suoi lavori alle Mostre della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, di cui era socio fin dalla fondazione nel 1862. Nella città partenopea l’artista tornò poi effettivamente e definitivamente dopo alcune peripezie nel 1870, allo scoppio della guerra franco-prussiana; a Napoli s’ammalò e morì prematuramente solo un anno dopo.
    Avendo riportato nella sua città d’adozione solo poche opere (in gran parte donate nel 1898 da Filippo Palizzi all’Accademia locale) prima dell’improvvisa ed inaspettata dipartita, molta della produzione di Francesco Paolo è perduta tra i salotti dei collezionisti francesi o comunque internazionali. Proprio per questo la tela proposta risulta tanto più preziosa, in quanto costituisce un insperato ed importante recupero di un autore asceso (secondo il parere ormai unanime degli studiosi, come detto) all’Olimpo degli innovatori napoletani dell’Ottocento. Ancora più, quest’opera può
    considerarsi a ragione una summa di più temi cari all’autore e riscontrabili perciò nei suoi quadri ora musealizzati: c’è la bella pentola di rame col crostaceo vermiglio, un’accoppiata quasi senza pari nella produzione dell’artista, ripresa solamente dal Paiuolo con gamberi, molto simile (la tela, creduta perduta, è stata identificata solo di recente in una
    collezione privata); c’è la cacciagione, visibile più volte nella collezione dell’Accademia di Belle Arti di Napoli ma qui declinata secondo la scelta inedita di due fagiani al posto delle più tradizionali pernici ed anatre, e ci sono infine i
    funghi (pure all’Accademia) con il coltello, quel succitato accento caratteristico di Palizzi ma ereditato dalla più grande pittura francese coeva.
    Stima minima €4500
    Stima massima €8500
  • Campriani Alceste (Terni, PG 1848 - Lucca 1933) Bimbi nel bosco
    olio su tela rip. su tela, cm 55x72
    firmato in basso a sinistra: Alceste Campriani

    Provenienza: Coll. privata, Napoli


    L’ esperienza artistica di Campriani ebbe inizio nel 1862, anno del suo arrivo a Napoli dopo l’esilio della sua famiglia dalla papalina Umbria a causa degli ideali libertari del padre. Nel già garibaldino capoluogo partenopeo il giovane
    Alceste, tendenzialmente non meno ribelle del suo genitore, si rivelò inadatto agli studi intellettuali tradizionali e fu perciò iscritto all’Istituto di Belle Arti, dove ebbe per compagni personaggi di spicco quali Gemito, D’Orsi, Mancini,
    De Nittis.
    Studente poco incline all’accademismo imperante dell’epoca, Campriani mostrò ben presto simpatie per il naturalismo palizziano, avvicinandosi all’allora nascente gruppo di Resina ma non legandovisi ufficialmente (sebbene un’opera quale
    Capodimonte del 1865 mostrasse inequivocabilmente già la sua propensione ad una rappresentazione luministica dello spazio), non prima almeno del termine degli studi ufficiali conseguito nel 1869 (e dopo anche un soggiorno fiorentino in cui l’artista entrò in contatto con i macchiaioli ed in particolare con Signorini).
    Non è proprio chiaro il motivo per il quale Campriani pare avesse deciso poco dopo il suo diploma di abbandonare la pittura per dedicarsi al commercio, tuttavia è certo che allora si rivelò fondamentale il sodalizio con De Nittis, il quale
    tornando a Napoli da uno dei suoi soggiorni parigini rimase tanto impressionato dai risultati raggiunti all’amico che lo convinse a seguirlo nella Ville Lumière per presentarlo al celebre mercante d’arte Goupil. L’incontro fu davvero felice, se
    il noto negoziante richiese l’esclusiva di tutti i lavori dell’artista per ben quattordici anni. Mentre però è nota ed evidente l’influenza del raffinato ed elegante ambiente cittadino sulla produzione di De Nittis, Campriani rimase sempre fedele a
    se stesso e a quel paesaggismo bucolico che si era impresso nella sua sensibilità artistica sin dai primi tentativi pittorici, esaltato dalle teorie degli scolari porticesi. Tale anzi fu la nostalgia della sua terra e di quelle vedute che frequenti furono i viaggi in Italia, fino ad un ritorno definitivo a seguito della cessione del contratto con Goupil nel 1884. Rimaneva il grande successo internazionale ottenuto dall’artista, i cui quadri erano in bella mostra tanto nelle esposizioni di tutta Europa che nei salotti dei più nobili estimatori d’arte dell’epoca.
    Agli ultimi anni parigini o a quelli subito successivi in Italia (quest’ultimi costellati di partecipazioni alle più importanti
    esposizioni nazionali) deve forse risalire la tela proposta, raffigurante con ogni probabilità una veduta campestre diCapri (le cui marine si ripresentano spesso nella produzione di Campriani dell’epoca), con i caratteristici mandorli in
    fiore pure protagonisti di altre opere dell’artista e con la coppia di popolani intenti nel tradizionale intonare musica pastorale suonando due siringhe; soggetto quasi identico (ma assai semplificato) poteva osservarsi in una Pastorella che suona la siringa, documentata fotograficamente ma ormai di ignota ubicazione. La semplicità formale caratteristica dell’autore si combina (come in quasi tutta la sua produzione) con la costante attenzione che egli sempre volse alla luce ed i suoi effetti, non esente qui, nell’illuminazione frontale del pieno mezzogiorno che quasi cancella le zone d’ombra, dalle influenze del Fortuny, che affascinò evidentemente Campriani (come del resto l’intero gruppo di Resina) durante il soggiorno a Portici negli anni Settanta del secolo; lo spettro cromatico è particolarmente ricco, forse più di molte
    altre tele dell’autore e certamente al livello dei suoi capolavori, con l’ampia gamma dei verdi interrotta dalle molteplici variazioni di tono dell’azzurro, del marrone, del rosa che in particolare screzia meravigliosamente il bianco dei fiori di mandorlo. Si può dunque dire in definitiva che, se c’è tutta una produzione (quella più giovanile) di Campriani dedicata all’avida analisi della realtà ed alla sua resa oggettiva nell’opera d’arte, qui la lezione palizziana è andata
    smorzandosi e raffinandosi, nell’intento di comprendere più poeticamente il paesaggio e di rappresentarne anche il sentimento, l’invisibile, poiché esso, adoperando una felice espressione del critico del tempo Vittorio Pica, «non deve
    parlare soltanto agli occhi, ma anche all’anima di chi lo guarda».
    Stima minima €9000
    Stima massima €14000
  • Smargiassi Gabriele (Vasto, CH 1798 - Napoli 1882)
    Marina di Napoli con Lanterna del molo
    olio su carta rip. su tela, cm 28x41
    firmato e datato in basso a sinistra: Smargiassi 1834
    a tergo cartiglio Galleria Lauro, Napoli

    Abruzzese di nascita, Gabriele Smargiassi si formò a Napoli sotto Anton Sminck van Pitloo per poi viaggiare molto, incontrando i favori di molti aristocratici d’Oltralpe ed acquisendo gran notorietà. Nella capitale borbonica egli tornò solo nel 1837, alla morte del suo succitato mentore, per prenderne il posto alla cattedra di paesaggio presso il Real Istituto di Belle Arti.
    Come insegnante presso la futura Accademia partenopea lo Smargiassi in realtà divenne via via oggetto di molte critiche da parte dei propri allievi, e particolarmente aneddotica ed esemplificativa fu l’avversione nutrita nei suoi confronti da Filippo Palizzi e più in generale dagli esponenti delle nuove poetiche del vero che si svilupparono in seno alla Scuola napoletana verso la metà del secolo decimonono. Quello che andò allora consumandosi tuttavia non fu altro che il consueto scontro tra forze vecchie e nuove, tra generazioni differenti, tra un’impostazione più “accademica” e la voglia di rinnovamento e sperimentazione che è peculiare del fare artistico.
    Insomma non mancò certo in Smargiassi la ricerca del dato naturale, ed egli stesso all’infuori dell’insegnamento accademico fu solito studiare e dipingere dal vero (come professato già dal Pitloo), né minore importanza fu data all’invenzione (e cioè alla personalità del genio artistico) in favore di una mera imitazione della natura. Con una impostazione derivatagli per lo più dai grandi pittori fiamminghi e da Nicolas Poussin, dunque, la pittura del nostro autore seppe senza dubbio giungere con vivace spontaneità a vette di efficace bellezza, come è del resto reso evidente dall’opera qui proposta.
    Stima minima €4000
    Stima massima €7000
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) Paesaggio olio su tela, cm 23,5x34 firmato in basso a destra: G. Palizzi
    Stima minima €1300
    Stima massima €2500
  • Balestrieri Lionello (Cetona SI, 1872 - 1958) Beethoven
    olio su tela, cm 87x187
    firmato, datato e iscritto in basso a destra: L. Balestrieri Paris 1900

    Provenienza: Coll. privata,Milano; Coll. privata, Roma



    Nato da un’umile coppia senese, Lionello Balestrieri fu costretto assai presto a lavorare come decoratore per potersi permettere gli studi di Belle Arti, prima a Roma poi a Napoli; qui fu dapprima seguito da Gioacchino Toma, poi in un secondo momento seguì con grande entusiasmo le novità introdotte nel Real Istituto sotto la direzione di Filippo
    Palizzi e Domenico Morelli, quest’ultimo poi maestro venerato dal Balestrieri per l’intera sua vita.
    Appena ventenne Lionello si trasferì a Parigi, attirato dal fascino e dalla fama della Ville Lumière come tanti altri suoi contemporanei. La vita nella soffitta di un palazzo popolare di Montmartre fu certamente dura e difficile, seppure
    allietata dalla presenza dell’amico Giuseppe Vannicola, poeta e violinista romano col quale il pittore divideva l’alloggio:fu costui il tipico bohémien, dedito ad una vita “maledetta” all’insegna degli eccessi e destinata ad una tragica e precoce
    fine circa venti anni dopo; il suo evidente carisma influenzò tuttavia fortemente il Balestrieri, che negli anni parigini produsse una folta serie di opere accomunate dal tema musicale, come La morte di Mimì, Chopin, Notturno, Manon;
    su tutte queste, tuttavia, si impose il Beethoven realizzato dopo molti ripensamenti nel 1899 ed esposto per la prima volta all’Universale di Parigi del 1900: premiato con la medaglia d’oro, fu nuovamente in mostra alla Biennale veneziana
    del 1901 e là acquistato dal Museo Revoltella di Trieste, ove tuttora si trova.
    In vero l’inatteso successo della grossa tela fu tale che si moltiplicarono rapidamente le richieste e le conseguenti realizzazioni di copie, tanto che lo stesso Lionello, versato come in pittura anche nella grafica, preferì dedicarsi ben presto ad incisioni, acqueforti ed acquetinte per velocizzare i processi di produzione ed aumentare i guadagni.
    Forse sarebbe preferibile addirittura ammettere che in definitiva la fama dell’opera fu anche troppa, e finì per oscurare quella del suo stesso autore, se questi poi, nonostante le successive produzioni impressionista (Lavandaie sulla Senna) e
    macchiaiola (Signora che ricama in giardino), verista (Mademoiselle Chiffon) e finanche futurista (Sensazioni musicali, Penetrazione, Materia e spirito), finì per essere ricordato solo e soltanto per il suo giovanile Beethoven. L’ opera proposta dunque è innanzitutto una versione successiva al celebratissimo originale, chiaramente; tuttavia il
    supporto in tela la retrodata rispetto ai numerosi multipli di minor valore, inoltre essa reca la firma di Balestrieri che è assente nella maggior parte delle copie (quelle apparse sul mercato, almeno) ed è di tutte queste più grande. Il soggetto
    è vagamente autobiografico, presentando in primo piano sulla sinistra lo stesso Balestrieri (il quale realizzò in vita numerosi autoritratti) intento ad ascoltare l’amico Vannicola che suona con l’accompagnamento d’un pianoforte la
    celebre Sonata Op. 47 “a Kreutzer” di Beethoven (il musicista tedesco è in realtà presente nell’opera come inquietante presenza fantasmatica mediante una riproduzione della sua maschera funeraria, appesa non a caso in alto e quasi al centro della composizione); gli altri personaggi, una somma di solitudini più che una vera compagnia, pure sembrano
    ascoltare la virtuosa esecuzione musicale, oppure soffrono l’alienazione causata dagli alcolici e dal consumo d’assenzio (particolarmente suggestiva è la figura femminile dallo sguardo perso nel vuoto che s’accompagna all’artista). Gli stessi
    vividi colori della tavolozza si fanno acidi (più qui che nell’originale, dove si preferirono evidentemente toni cupi che meglio rispecchiassero la fredda miseria della vita bohémienne), come filtrati dai fumi delle droghe, e danno all’interno
    l’aspetto di quei café parigini tanto cari a Toulouse Lautrec, oppure avvicinano l’opera ai celebri “bevitori d’assenzio” di Degas e Picasso.
    Stima minima €5000
    Stima massima €8000
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Il riposo del pastore olio su tela cm 26x18,2 firmato in basso a destra: Fil. Palizzi
    Stima minima €600
    Stima massima €1500
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Cane olio su cartone cm 23,5x29 firmato in basso a destra: Fil. Palizzi
    Stima minima €600
    Stima massima €1500
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) La mandria olio su tela, cm 40,5x51 firmato e datato in basso a destra: Filip. Palizzi 1882
    Stima minima €6500
    Stima massima €9500
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Al pascolo
    olio su tela, cm 60x53
    firmato in basso a destra: Palizzi
    Provenienza: Coll privata, Roma
    Stima minima €4500
    Stima massima €7500
  • Palizzi Nicola (Vasto - CH 1820 - Napoli 1870) Paesaggio olio su tela, cm 36x54 firmato e datato in basso a sinistra: 1857 N. Palizzi Provenienza: NuovaBianchi d’Espinosa, Napoli; Coll. privata, Napoli
    Stima minima €13000
    Stima massima €15000
  • Palizzi Giuseppe (Vasto 1812 - Passy 1888) La predica interrotta olio su tela, cm 65x77,5 firmato in basso a sinistra: Palizzi
    Stima minima €16000
    Stima massima €24000
  • Volpe Vincenzo (Grottaminarda,AV 1855 - Napoli 1929)
    Ritratto di fanciulla
    olio su tela, cm 62,7x41,7
    firmato in basso a sinistra: V. Volpe

    Provenienza: Coll. privata, Palermo; Coll.privata, Napoli



    Si riconosce in questo Ritratto di fanciulla un magistero che oltrepassa i limiti accademici per librarsi nell’arte della scuola napoletana che, nella seconda metà dell’Ottocento, procedette sull’esempio e insegnamento di Domenico Morelli e di Filippo Palizzi maestro, il primo nel campo del disegno, della figura e della composizione cromatica, mentre il secondo inarrivabile artista dell’osservazione naturalistica e della concretezza pittorica. Volpe, ligio per sua natura agli insegnamenti di Morelli, di cui fu l’allievo e successore esemplare e, contemporaneamente, attento anche alle diverse elaborazioni realistiche della pittura napoletana, vi adattò volentieri il suo concetto dell’arte e si applicò a svolgerlo nella direzione voluta dal suo temperamento. A tal proposito Enrico Somaré, in occasione di una mostra
    di Volpe alla Galleria dell’Esame a Milano, sottolineò che: uno spirito di osservazione più assidua, meno distratta, un sentimento più calmo, una maniera più modesta, dovevano eliminare dalle sue migliori esecuzioni l’enfasi che dilatò
    talvolta la maniera morelliana, l’eccesso che accompagnò sovente l’espressione manciniana, per citare due esempi. L’arte di Vincenzo Volpe ebbe per suo metro la misura, per suo criterio l’ordine, per suo strumento il mestiere e lo studio. Di rado espansivo, quasi sempre contenuto e riservato, non amava le grassezze dei tubetti spremuti sulla tela, e cercava di ottenere i risultati più densi con pochissimo colore. Si ricollegava in ciò al suo grande maestro Morelli, che sapeva riuscire intenso con il minimo dei mezzi, e si ricollegava ancora a Toma, del quale amava le atmosfere grigie e la
    squisitezza dei rapporti tonali. Di entrambi, Vincenzo Volpe comprese il profondo sentimento, a entrambi si accostò, per spontaneo bisogno dello spirito. Educato all’arte nel clima napoletano ed essendo giunto, per trasporto sincero, alla comprensione sottile del linguaggio pittorico, rifuggì i contrasti chiassosi, i colori troppo vistosi. L’accordo umile e gentile dei mezzi toni lo affascinò sempre, perché essi rendevano meglio il sentimento delle persone e delle cose attraverso la sua pittura.
    Stima minima €7000
    Stima massima €13000
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