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ASTA N. 121

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  • Lotto 31  

    Pratella Attilio

    Pratella Attilio Pratella Attilio (Lugo di Romagna, RA 1856 - Napoli 1949)
    Via Caracciolo
    olio su tavola, cm 22,5x34,5
    firmato in basso a sinistra: A. Pratella
    STIMA:
    min € 5000 - max € 7000
  • Lotto 32  

    Mattej Pasquale

    Mattej Pasquale Mattej Pasquale (Formia 1813 - Napoli 1879)
    Paesaggio olio su tela, cm 46x64
    firmato e datato in basso a sinistra: Mattej 1855
    STIMA:
    min € 7500 - max € 12500
  • Lotto 33  

    Laezza Giuseppe

    Laezza Giuseppe Laezza Giuseppe (Napoli 1835-1905)
    Sorrento olio su tela, cm 34x61
    firmato in basso a destra: Gius. Laezza


    Provenienza: Coll.privata, Napoli




    Giuseppe Laezza, dopo aver frequentato il Real istituto degli Artieri, il 25 ottobre 1850, entrò al Real Istituto di Belle Arti, aderendo inizialmente alla pittura tardo posillipista dei fratelli Carelli. Successivamente, pur conservando il lirismo della Scuola di Posillipo, si indirizzò verso una rappresentazione più oggettiva della realtà, con un più efficace utilizzo del colore nel descrivere gli effetti di luce sul paesaggio, in assonanza con i pittori porticesi.
    Il Laezza è il più anziano del gruppo di artisti che generalmente vengono accomunati, seppur come epigoni, al movimento resinista (gli altri sono Gaeta, Monteforte e Santoro). Il pittore, in particolare, erediterà dai pittori della Scuola di Resina la propensione a raffigurare ampie scene inondate di luce dove il segno distintivo è da ricercarsi nei dettagli riservati alla definizione particolareggiata dei primi piani, come le rocce rese minuziosamente e l’accostamento di rapide pennellate di colore per definire la scena dove si collocano i suoi personaggi. Ciò rivela un artista attento alla nota documentaria resa con un cromatismo luminoso e raffinato, seppur con quella scioltezza interpretativa, proveniente dalla pittura di genere.
    STIMA:
    min € 3500 - max € 5500
  • Lotto 34  

    La Volpe Alessandro

    La Volpe Alessandro La Volpe Alessandro (Lucera - FG 1820 - Roma 1887) Veduta del Castello Aragonese a Ischia
    olio su tela, cm 35,5x53
    firmato e datato in basso a destra: A. La Volpe 1851 Sigillo borbonico in ceralacca sul bordo del telaio

    Provenienza: Casa d'aste Dobiaschofsky, Berna; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Berna, 2006; Lacco Ameno (Ischia), 2008; Vernissage de "Infinite Emozioni", 03/12/2010, presso VoyagePittoresque Napoli

    Bibliografia: Casa d'Asta Dobiaschofsky, catalogo d'asta, lotto 707, Berna 2006; Vedute d'Ischia nell'800, Catalogo mostra Museo di Villa Arbusto, Lacco Ameno (Ischia), Napoli 2008, p.17; I.Valente, I luoghi incantati della Sirena. Immagini del golfo di Napoli e della costa d'Amalfi nella pittura napoletana dell'Ottocento, Napoli 2009, p.132; R. Caputo, Infinite Emozioni. La Scuola di Posillipo, Napoli 2010, p. 224


    La calda luce dell’aurora avvolge con i suoi raggi quasi innaturali, questo tratto di costa ischitana, prospiciente l’isolotto con il Castello Aragonese, un elemento paesaggistico più volte ripreso dai pittori della Scuola di Posillipo. Alcuni pescatori, su un’imbarcazione a remi, tornano a riva dopo le fatiche notturne della pesca, altri dispiegano le reti prima di gettarle a mare. Sul molo una grossa imbarcazione a vela tirata a secco è coperta da grossi teloni. In un’atmosfera rarefatta, il pittore riesce a cogliere l’incanto silente del primo mattino, prima che il giorno ritorni frenetico. Ad aumentare la suggestione di chi osserva la scena è la scoscesa rocca trachitica, dominata dal quattrocentesco castello, circondato da poderose mura entro le quali si intravede la sagoma del convento basiliano, che proietta la sua ombra perfettamente speculare sulla acque placide del mare. La Volpe conferisce all’immagine il suo timbro personale, caratterizzato da un disegno diligente e rigoroso, che tiene salde le redini della composizione, anche quando gli effetti di luce sono così marcati. Infatti, il Napier scrive che pratica la stessa maniera del Duclère ma con minore abilità. Ciò però non ostacolò la carriera del La Volpe che, formatosi all’Istituto di Belle Arti con Smargiassi, espose nel 1849 alla Biennale borbonica e fu scelto dal duca di Leuchtemberg, perché lo accompagnasse in un lungo viaggio in Sicilia ed in Egitto nel 1851. Proprio l’anno della nostra Veduta del Castello Aragonese a Ischia, tra l’altro nobilitato proprio dalla presenza di un sigillo borbonico sul bordo del telaio. Inoltre, il quadro sembra ispirarsi alla visione romantica di Giacinto Gigante con il quale il La Volpe dovette avere qualche rapporto, in quanto un suo dipinto era tra quelli di proprietà del grande posillipista.
    STIMA:
    min € 7000 - max € 14000
  • Lotto 35  

    Costantini Giuseppe

    Costantini Giuseppe Costantini Giuseppe (Nola, NA 1844 - San Paolo Belsito, NA 1894)
    Mosca cieca
    olio su tavola, cm 30,5x45
    firmato e datato in basso a destra: G. Costantini 1882
    STIMA:
    min € 10000 - max € 15000
  • Lotto 36  

    Caputo Ulisse

    Caputo Ulisse Caputo Ulisse (Salerno 1872 - Parigi 1948)
    Al teatro
    olio su tavola, cm 41x33
    firmato in basso a sinistra: U. Caputo
    STIMA:
    min € 4500 - max € 7500
  • Lotto 37  

    Balestrieri Lionello

    Balestrieri Lionello Balestrieri Lionello (Cetona SI, 1872 - Napoli 1958) Beethoven
    olio su tela, cm 57x122
    STIMA:
    min € 3500 - max € 4800
  • Lotto 38  

    Scoppetta Pietro

    Scoppetta Pietro Scoppetta Pietro (Amalfi, SA 1863 - Napoli 1920)
    La parigina
    olio su tela rip. su cartone, cm 49x38
    firmato in basso a sinistra: P. Scoppetta
    a tergo timbri: Collezione Silvestri, Napoli; Bottega d’Arte, Livorno

    Provenienza: Coll. Silvestri Napoli; Bottega d’Arte, Livorno; Coll. privata, Napoli

    Bibliografia: Catalogo Bolaffi della Pittura Italiana dell’Ottocento n° 8, G. Bolaffi Editore Torino 1979, pag. 199
    STIMA:
    min € 5000 - max € 8000
  • Lotto 39  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1938)
    Locanda dell'onda d'oro
    olio su tela, cm 60x40
    firmato in basso a destra: Migliaro

    Provenienza: Racc. Minieri, Napoli ; Coll. Genovese, Napoli

    Esposizioni: Milano 1906

    Bibliografia: cat. Mostra Nazionale di Belle Arti- Milano, 1906 pag. 7,38 num. ord. 93; V. Pica, Artisti contemporanei: Vincenzo Migliaro,in "Emporium", XLIII, n. 255, Bergamo 1916, p. 180; A. Schettini, Vincenzo Migliaro, A. Morano Ed. Napoli 1950 pag. 115 in b/n; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell'Ottocento n°7, G. Bolaffi Editore TO 1978, pag. 225 in b/n; R. Caputo, Vincenzo Migliaro, Grimaldi & C. Ed. Napoli 2001, tav. 4; R. Caputo, La Pittura Napoletana del II Ottocento, Franco Di Mauro Editore, Napoli 2017, p.283


    Il solo sentir nominare Vincenzo Migliaro desta nella mente di conoscitori ed appassionati d’arte molteplici immagini di quella Napoli che, a cavallo fra tardo Ottocento ed inizio Novecento, tentava faticosamente di operare una cesura col proprio passato tendendo alla modernità.
    Migliaro fu infatti fra i cantori privilegiati della città, dedicandovisi con una devozione che lo tenne lontano quasi da tutti i movimenti artistici del suo tempo e dai loro dibattiti, incontri e scontri. Il punto di vista che egli adoperò fu sempre schietto e mai patetico, attenendosi rigorosamente a quella poetica del vero che, nata a Napoli stessa verso la metà del diciannovesimo secolo, fu trasmessa al nostro artista da uno dei suoi fondatori, Domenico Morelli: seguendo gli insegnamenti di quest’ultimo, dunque, Migliaro andò oscillando fra soggetti partenopei rigorosamente ripresi dal vero (quando incontrati, anche per puro caso, fra gli stretti e scuri vicoli cittadini) ed altri «veri ed immaginati ad un tempo», attentamente meditati nel proprio studio come solo un profondo conoscitore di Napoli sarebbe stato in grado di fare; ad opere i cui soggetti (e titoli) rimandano a precise localizzazioni all’interno del tessuto urbano partenopeo se ne aggiungono così altre dai temi più vaghi ma non per questo meno intrise dello spirito che più tipicamente anima i Napoletani.
    Fra i temi ricorrenti nella produzione del Migliaro v’è pure quello della taverna, di cui l’artista certo incontrò vari esempi passeggiando per i vichi partenopei. Sull’opera proposta, comunque molto celebre, spende alcune belle parole Alfredo Schettini, fornendone anche una precisa datazione all’anno 1906 e posponendone dunque la realizzazione ad un’altra famosa “Taverna napoletana” realizzata dallo stesso autore; l’analisi di quest’ultima tela pare però negli scritti dello Schettini aver influenzato in qualche modo quella della nostra, e se nella prima opera è effettivamente presente un certo sguardo divertito dell’autore verso un modus vivendi che è tutto napoletano, nella seconda sembrerebbe invece in definitiva assente lo sguardo ammiccante che secondo Schettini il proprietario del locale rivolgerebbe viscidamente alla giovane protagonista della rappresentazione. Potrebbe casomai rintracciarsi nello stesso personaggio maschile un certo fare canzonatorio che egli rivolgerebbe al vecchio cieco a causa della disabilità di questi e che la giovane accompagnatrice, notandolo, vorrebbe raggelare in qualche modo col suo cipiglio. L’anziano musico dal canto suo non risulta in alcun modo provato dalla propria condizione, ed anzi sorride all’osservatore ed al percorso di vita che gli si pare davanti e che egli ancora deve percorrere, in quel moto di fede nel miglioramento squisitamente partenopeo che certo dovette al tempo stimolare, fra le tante sfaccettature di Napoli e dei suoi abitanti, la fervida immaginazione artistica dello stesso Migliaro.
    STIMA:
    min € 28000 - max € 45000
  • Lotto 40  

    Palizzi Filippo

    Palizzi Filippo Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899)
    Fratelli di latte
    olio su tela, cm 65x88
    firmato e datato in basso a destra: Filip. Palizzi 1879
    a tergo cartiglio Galleria Dedalo, Milano

    Provenienza: Coll. Rossi, Milano; coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Milano, 1933-1934

    Bibliografia: Alcune opere scelte di FilippoPalizzi, Galleria Dedalo Milano, Ed. Rizzoli & C. MI 1933, Tav III, n. Cat. 31 ; A. Schettini, La Pittura napoletana dell'Ottocento E.D.A.R.T. Napoli 1967 vol I pag. 159 n° cat. 87; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell'Ottocento n°4, G. Bolaffi Editore TO 1972, pag. 310 in b/n

    Di Filippo Palizzi sono generalmente ricordate nell’immaginario comune le suggestive rappresentazioni di grandi ambienti naturali aperti, tipicamente popolati più da figure animali che umane: questi tipi di raffigurazioni in effetti meglio esemplificano la grande rivoluzione di cui il Palizzi si fece promotore (insieme al Morelli, sebbene seguendo filoni non sempre vicini fra loro) nel mondo artistico dell’Italia meridionale (a partire da Napoli) nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo. Non mancarono tuttavia nella produzione dell’autore ritratti (ed autoritratti) di grande profondità psicologica, così come alcuni (più rari) esempi di pittura storica.
    L’opera proposta in effetti riassume felicemente almeno i principali spunti tematici che caratterizzarono la produzione palizziana. La data inscritta dallo stesso autore riporta del resto al periodo della sua piena maturità artistica, quando erano già compiuti i molti viaggi in Italia (a Firenze Filippo fu celebrato dai macchiaioli come loro padre spirituale) e all’estero (Francia, Olanda, Belgio, Austria nonché il lungo tragitto verso Est al seguito del principe Maronsi)e quando alla conclamata fama del Palizzi (giunta sia in Russia che nelle Americhe) già andavano aggiungendosi i molteplici incarichi istituzionali. L’occasionale richiesta del committente (fra i tanti, pure illustri, che si rivolsero all’artista) diviene allora ricettacolo delle abilità e delle tecniche maturate nel corso di una carriera giunta al proprio apice, e vi vengono coniugate suggestioni certo non fortuite (cioè manifestatesi agli occhi dell’autore per puro caso, come spesso accadeva) ma non per questo meno vere; a tal proposito vanno segnalate due opere oggi all’Accademia di Belle Arti di Napoli (tramite donazione dello stesso Filippo) che furono con ogni evidenza coeve o comunque cronologicamente poco distanti da quella in esame, se con quest’ultima condividono una il soggetto della panchina (con tutti gli accessori su di essa posati), l’altra l’abitazione neoclassica sullo sfondo e parte della villa che la circondava.
    Tanto l’ambientazione, comunque, che i tre animali rappresentati (soggetti che per primo il Palizzi elevò ad una dignità artistica pari a quella delle figure umane) con il tenero e palpitante infante al centro sono espressioni della singolare concezione di “macchia” che l’autore sviluppò come obiettivo della propria poetica, poiché «quello che bisogna cercare ora nella pittura moderna sono le finezze e la totalità», da intendersi come una impressione di insieme che non rinunciasse ad alcune sottigliezze percettive (anzi proprio completandosi con esse) specialmente nella resa dei molteplici effetti luministici.
    STIMA:
    min € 18000 - max € 34000
  • Lotto 41  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Scuola di ballo
    olio su tela, cm 51,5x38,5
    firmato e iscritto in basso a sinistra: E. Dalbono in Napoli

    Provenienza: Sotheby's, Monaco

    Esposizioni: Monaco, 1990

    Bibliografia: Cat. Sotheby's, Monaco 1990, pag. 83; R. Caputo, La Pittura Napoletana del II Ottocento, Franco Di Mauro Editore,Napoli 2017, p. 187

    Se è vero che il soggetto dell’opera risulta alquanto raro nella produzione del Dalbono, di cui oggi conosciamo più numerosi gli esempi legati alla poetica palizziana (Edoardo fu allievo di Nicola Palizzi, del resto), mai privi tuttavia di una certa temperie sognante peculiare del proprio autore, non si può affatto affermare che simili quadri di genere non appartenessero al Dalbono almeno quanto i suoi paesaggi ripresi dal vero. È noto infatti che già in giovane età Edoardo si dilettasse in rappresentazioni di scenette folcloristiche su ispirazione delle passioni e degli scritti del padre Carlo Tito Dalbono (autore fra l’altro proprio di un’opera sulle tradizioni popolari), poeta estemporaneo; all’educazione infantile va anche ricondotta la passione del Dalbono per la musica, che in un modo o nell’altro spesso influenzò la sua produzione.
    Il più celebre esempio dalboniano di tarantella fu certo l’opera eseguita su committenza del collezionista svizzero Fierz (insieme a varie altre tele ed acquarelli tutti di soggetto popolare, come si evince dalle testimonianze del Giannelli), il quale finì poi per accontentarsi solo di una copia dato il grande successo del dipinto alle Promotrici del 1864 e del 1866. Il filone di costume, intrecciandosi spesso con quello musicale, pure incontrò largo successo per almeno tutto il decennio successivo, se vi rimandano vari titoli di opere eseguite nel periodo di esclusiva per il celeberrimo mercante d’arte Goupil (fra queste “Il voto alla Madonna del Carmine” diede avvio al fortunato tema delle canzoni sul mare), che tenne sotto contratto Dalbono per ben nove anni.
    D’altro canto l’iscrizione sulla tela colloca senza alcuna possibilità di dubbio la sua esecuzione nel territorio partenopeo. Su di una loggia che dà sul mare dunque la più piccola protagonista del dipinto muove i suoi primi passi di danza al ritmo delle percussioni suonate dalle altre due figura femminili, materne a loro modo nelle proprie forme floride e morbide. I giochi chiaroscurali che la luce ricrea penetrando tra le frasche dell’agrumeto che circonda lo spazio della rappresentazione risentono evidentemente non solo degli insegnamenti palizziani nonché dell’esperienza nella Scuola di Resina, ma anche della coeva pittura francese che il Dalbono ebbe certamente modo di conoscere anche grazie ad un suo soggiorno parigino. Osservando gli esiti della ricerca luministica dell’autore, ad ogni modo, appare ben meritato il titolo di “pittore della luce” che una certa critica gli ha attribuito nel corso del tempo.
    STIMA:
    min € 16000 - max € 24000
  • Lotto 42  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Napoli 1852 -1930)
    Vestaglia bianca con fiori azzurri
    olio su tela, cm 100,5x75
    firmato in basso a sinistra: A. Mancini

    L’opera viene datata al secondo decennio del Novecento ed appartiene dunque alla più tarda produzione di Antonio Mancini, quella in cui l’artista adopera con sempre maggiore frequenza il caratteristico reticolato che, anteposto alle tele, lo aiuta nella definizione dell’impianto prospettico delle proprie composizioni. Tutto attorno a questa quadrettatura (visibile dunque, almeno in parte, nell’opera finita) vanno raccogliendosi densi grumi di colore (talvolta biacca) che pure caratterizzano le opere più mature del Mancini costituendo il risultato ultimo della sua ricerca luministica: l’accumulo di materia pittorica permette infatti una realizzazione concreta e tangibile (non più dunque solo rappresentata) dei giochi chiaroscurali tanto cari all’artista.
    STIMA:
    min € 10000 - max € 15000
  • Lotto 43  

    Cammarano Michele

    Cammarano Michele Cammarano Michele (Napoli 1835 - 1920)
    Passeggiata nel bosco
    olio su tela, cm 69x78,5
    firmato e iscritto in basso a destra: Mich. Cammarano ...

    Provenienza: Coll. A. Portolano,Milano

    Esposizioni: Milano 1994

    Bibliografia: Mostra di trenta Opere selezionate dell'800 Italiano - Circolo della Stampa Milano 1994 Nuova Bianchi d'Espinosa , pag. 22

    Michele Cammarano dedicò notoriamente la maggior parte della propria arte alla pittura di Storia, traendo ispirazione dai violenti tumulti che straziarono l’Italia del suo tempo e non senza un certo afflato verista, di denuncia, che potrebbe oggi farcelo avvicinare alla poetica letteraria del Verga.
    Dunque la sua sensibilità estetica non si imperniò ancora – si badi – sulla lunga ed ormai indebolita tradizione della pittura di composizione, ma anzi proprio in aperto contrasto con l’accademismo del tempo (come tanti suoi coevi colleghi) egli aderì alla nuova poetica del vero che andava affermandosi allora fra i membri più giovani ed aggiornati della Scuola napoletana, preferendo in particolare il naturalismo dei fratelli Palizzi. Di questi ultimi artisti l’opera proposta del Cammarano mostra ancor più l’influenza, se i temi storici sono momentaneamente abbandonati in favore di una rappresentazione en plein air, concretizzata in minuziose e fini macchie di colore.
    STIMA:
    min € 15000 - max € 25000
  • Lotto 44  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936)
    Veduta di Amalfi
    olio su tela, cm 75x55
    firmato in basso a destra: V. Caprile
    STIMA:
    min € 7000 - max € 13000
  • Lotto 45  

    Gaeta Enrico

    Gaeta Enrico Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887) Marina di Castellammare
    olio su tela cm 44x75
    firmato in basso a destra: E. Gaeta

    Provenienza: Eredi dell'artista, Castellammare; coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Napoli, Associazione “Circolo Artistico Politecnico”, 03 - 14 Maggio 2014

    Bibliografia: Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014 tav. 3 pag. 22

    STIMA:
    min € 6000 - max € 10000
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Pagina 3 di 20. Elementi totali 60
  • Lotto 31  

    Pratella Attilio

    Pratella Attilio (Lugo di Romagna, RA 1856 - Napoli 1949)
    Via Caracciolo
    olio su tavola, cm 22,5x34,5
    firmato in basso a sinistra: A. Pratella
    STIMA min € 5000 - max € 7000

    Lotto 31  

    Pratella Attilio

    Pratella Attilio Pratella Attilio (Lugo di Romagna, RA 1856 - Napoli 1949)
    Via Caracciolo
    olio su tavola, cm 22,5x34,5
    firmato in basso a sinistra: A. Pratella


    0 offerte pre-asta Dettaglio
  • Lotto 32  

    Mattej Pasquale

    Mattej Pasquale (Formia 1813 - Napoli 1879)
    Paesaggio olio su tela, cm 46x64
    firmato e datato in basso a sinistra: Mattej 1855
    STIMA min € 7500 - max € 12500

    Lotto 32  

    Mattej Pasquale

    Mattej Pasquale Mattej Pasquale (Formia 1813 - Napoli 1879)
    Paesaggio olio su tela, cm 46x64
    firmato e datato in basso a sinistra: Mattej 1855


    0 offerte pre-asta Dettaglio
  • Lotto 33  

    Laezza Giuseppe

    Laezza Giuseppe (Napoli 1835-1905)
    Sorrento olio su tela, cm 34x61
    firmato in basso a destra: Gius. Laezza


    Provenienza: Coll.privata, Napoli




    Giuseppe Laezza, dopo aver frequentato il Real istituto degli Artieri, il 25 ottobre 1850, entrò al Real Istituto di Belle Arti, aderendo inizialmente alla pittura tardo posillipista dei fratelli Carelli. Successivamente, pur conservando il lirismo della Scuola di Posillipo, si indirizzò verso una rappresentazione più oggettiva della realtà, con un più efficace utilizzo del colore nel descrivere gli effetti di luce sul paesaggio, in assonanza con i pittori porticesi.
    Il Laezza è il più anziano del gruppo di artisti che generalmente vengono accomunati, seppur come epigoni, al movimento resinista (gli altri sono Gaeta, Monteforte e Santoro). Il pittore, in particolare, erediterà dai pittori della Scuola di Resina la propensione a raffigurare ampie scene inondate di luce dove il segno distintivo è da ricercarsi nei dettagli riservati alla definizione particolareggiata dei primi piani, come le rocce rese minuziosamente e l’accostamento di rapide pennellate di colore per definire la scena dove si collocano i suoi personaggi. Ciò rivela un artista attento alla nota documentaria resa con un cromatismo luminoso e raffinato, seppur con quella scioltezza interpretativa, proveniente dalla pittura di genere.
    STIMA min € 3500 - max € 5500

    Lotto 33  

    Laezza Giuseppe

    Laezza Giuseppe Laezza Giuseppe (Napoli 1835-1905)
    Sorrento olio su tela, cm 34x61
    firmato in basso a destra: Gius. Laezza


    Provenienza: Coll.privata, Napoli




    Giuseppe Laezza, dopo aver frequentato il Real istituto degli Artieri, il 25 ottobre 1850, entrò al Real Istituto di Belle Arti, aderendo inizialmente alla pittura tardo posillipista dei fratelli Carelli. Successivamente, pur conservando il lirismo della Scuola di Posillipo, si indirizzò verso una rappresentazione più oggettiva della realtà, con un più efficace utilizzo del colore nel descrivere gli effetti di luce sul paesaggio, in assonanza con i pittori porticesi.
    Il Laezza è il più anziano del gruppo di artisti che generalmente vengono accomunati, seppur come epigoni, al movimento resinista (gli altri sono Gaeta, Monteforte e Santoro). Il pittore, in particolare, erediterà dai pittori della Scuola di Resina la propensione a raffigurare ampie scene inondate di luce dove il segno distintivo è da ricercarsi nei dettagli riservati alla definizione particolareggiata dei primi piani, come le rocce rese minuziosamente e l’accostamento di rapide pennellate di colore per definire la scena dove si collocano i suoi personaggi. Ciò rivela un artista attento alla nota documentaria resa con un cromatismo luminoso e raffinato, seppur con quella scioltezza interpretativa, proveniente dalla pittura di genere.


    0 offerte pre-asta Dettaglio
  • Lotto 34  

    La Volpe Alessandro

    La Volpe Alessandro (Lucera - FG 1820 - Roma 1887) Veduta del Castello Aragonese a Ischia
    olio su tela, cm 35,5x53
    firmato e datato in basso a destra: A. La Volpe 1851 Sigillo borbonico in ceralacca sul bordo del telaio

    Provenienza: Casa d'aste Dobiaschofsky, Berna; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Berna, 2006; Lacco Ameno (Ischia), 2008; Vernissage de "Infinite Emozioni", 03/12/2010, presso VoyagePittoresque Napoli

    Bibliografia: Casa d'Asta Dobiaschofsky, catalogo d'asta, lotto 707, Berna 2006; Vedute d'Ischia nell'800, Catalogo mostra Museo di Villa Arbusto, Lacco Ameno (Ischia), Napoli 2008, p.17; I.Valente, I luoghi incantati della Sirena. Immagini del golfo di Napoli e della costa d'Amalfi nella pittura napoletana dell'Ottocento, Napoli 2009, p.132; R. Caputo, Infinite Emozioni. La Scuola di Posillipo, Napoli 2010, p. 224


    La calda luce dell’aurora avvolge con i suoi raggi quasi innaturali, questo tratto di costa ischitana, prospiciente l’isolotto con il Castello Aragonese, un elemento paesaggistico più volte ripreso dai pittori della Scuola di Posillipo. Alcuni pescatori, su un’imbarcazione a remi, tornano a riva dopo le fatiche notturne della pesca, altri dispiegano le reti prima di gettarle a mare. Sul molo una grossa imbarcazione a vela tirata a secco è coperta da grossi teloni. In un’atmosfera rarefatta, il pittore riesce a cogliere l’incanto silente del primo mattino, prima che il giorno ritorni frenetico. Ad aumentare la suggestione di chi osserva la scena è la scoscesa rocca trachitica, dominata dal quattrocentesco castello, circondato da poderose mura entro le quali si intravede la sagoma del convento basiliano, che proietta la sua ombra perfettamente speculare sulla acque placide del mare. La Volpe conferisce all’immagine il suo timbro personale, caratterizzato da un disegno diligente e rigoroso, che tiene salde le redini della composizione, anche quando gli effetti di luce sono così marcati. Infatti, il Napier scrive che pratica la stessa maniera del Duclère ma con minore abilità. Ciò però non ostacolò la carriera del La Volpe che, formatosi all’Istituto di Belle Arti con Smargiassi, espose nel 1849 alla Biennale borbonica e fu scelto dal duca di Leuchtemberg, perché lo accompagnasse in un lungo viaggio in Sicilia ed in Egitto nel 1851. Proprio l’anno della nostra Veduta del Castello Aragonese a Ischia, tra l’altro nobilitato proprio dalla presenza di un sigillo borbonico sul bordo del telaio. Inoltre, il quadro sembra ispirarsi alla visione romantica di Giacinto Gigante con il quale il La Volpe dovette avere qualche rapporto, in quanto un suo dipinto era tra quelli di proprietà del grande posillipista.
    STIMA min € 7000 - max € 14000

    Lotto 34  

    La Volpe Alessandro

    La Volpe Alessandro La Volpe Alessandro (Lucera - FG 1820 - Roma 1887) Veduta del Castello Aragonese a Ischia
    olio su tela, cm 35,5x53
    firmato e datato in basso a destra: A. La Volpe 1851 Sigillo borbonico in ceralacca sul bordo del telaio

    Provenienza: Casa d'aste Dobiaschofsky, Berna; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Berna, 2006; Lacco Ameno (Ischia), 2008; Vernissage de "Infinite Emozioni", 03/12/2010, presso VoyagePittoresque Napoli

    Bibliografia: Casa d'Asta Dobiaschofsky, catalogo d'asta, lotto 707, Berna 2006; Vedute d'Ischia nell'800, Catalogo mostra Museo di Villa Arbusto, Lacco Ameno (Ischia), Napoli 2008, p.17; I.Valente, I luoghi incantati della Sirena. Immagini del golfo di Napoli e della costa d'Amalfi nella pittura napoletana dell'Ottocento, Napoli 2009, p.132; R. Caputo, Infinite Emozioni. La Scuola di Posillipo, Napoli 2010, p. 224


    La calda luce dell’aurora avvolge con i suoi raggi quasi innaturali, questo tratto di costa ischitana, prospiciente l’isolotto con il Castello Aragonese, un elemento paesaggistico più volte ripreso dai pittori della Scuola di Posillipo. Alcuni pescatori, su un’imbarcazione a remi, tornano a riva dopo le fatiche notturne della pesca, altri dispiegano le reti prima di gettarle a mare. Sul molo una grossa imbarcazione a vela tirata a secco è coperta da grossi teloni. In un’atmosfera rarefatta, il pittore riesce a cogliere l’incanto silente del primo mattino, prima che il giorno ritorni frenetico. Ad aumentare la suggestione di chi osserva la scena è la scoscesa rocca trachitica, dominata dal quattrocentesco castello, circondato da poderose mura entro le quali si intravede la sagoma del convento basiliano, che proietta la sua ombra perfettamente speculare sulla acque placide del mare. La Volpe conferisce all’immagine il suo timbro personale, caratterizzato da un disegno diligente e rigoroso, che tiene salde le redini della composizione, anche quando gli effetti di luce sono così marcati. Infatti, il Napier scrive che pratica la stessa maniera del Duclère ma con minore abilità. Ciò però non ostacolò la carriera del La Volpe che, formatosi all’Istituto di Belle Arti con Smargiassi, espose nel 1849 alla Biennale borbonica e fu scelto dal duca di Leuchtemberg, perché lo accompagnasse in un lungo viaggio in Sicilia ed in Egitto nel 1851. Proprio l’anno della nostra Veduta del Castello Aragonese a Ischia, tra l’altro nobilitato proprio dalla presenza di un sigillo borbonico sul bordo del telaio. Inoltre, il quadro sembra ispirarsi alla visione romantica di Giacinto Gigante con il quale il La Volpe dovette avere qualche rapporto, in quanto un suo dipinto era tra quelli di proprietà del grande posillipista.


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  • Lotto 35  

    Costantini Giuseppe

    Costantini Giuseppe (Nola, NA 1844 - San Paolo Belsito, NA 1894)
    Mosca cieca
    olio su tavola, cm 30,5x45
    firmato e datato in basso a destra: G. Costantini 1882
    STIMA min € 10000 - max € 15000

    Lotto 35  

    Costantini Giuseppe

    Costantini Giuseppe Costantini Giuseppe (Nola, NA 1844 - San Paolo Belsito, NA 1894)
    Mosca cieca
    olio su tavola, cm 30,5x45
    firmato e datato in basso a destra: G. Costantini 1882


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  • Lotto 36  

    Caputo Ulisse

    Caputo Ulisse (Salerno 1872 - Parigi 1948)
    Al teatro
    olio su tavola, cm 41x33
    firmato in basso a sinistra: U. Caputo
    STIMA min € 4500 - max € 7500

    Lotto 36  

    Caputo Ulisse

    Caputo Ulisse Caputo Ulisse (Salerno 1872 - Parigi 1948)
    Al teatro
    olio su tavola, cm 41x33
    firmato in basso a sinistra: U. Caputo


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  • Lotto 37  

    Balestrieri Lionello

    Balestrieri Lionello (Cetona SI, 1872 - Napoli 1958) Beethoven
    olio su tela, cm 57x122
    STIMA min € 3500 - max € 4800

    Lotto 37  

    Balestrieri Lionello

    Balestrieri Lionello Balestrieri Lionello (Cetona SI, 1872 - Napoli 1958) Beethoven
    olio su tela, cm 57x122


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  • Lotto 38  

    Scoppetta Pietro

    Scoppetta Pietro (Amalfi, SA 1863 - Napoli 1920)
    La parigina
    olio su tela rip. su cartone, cm 49x38
    firmato in basso a sinistra: P. Scoppetta
    a tergo timbri: Collezione Silvestri, Napoli; Bottega d’Arte, Livorno

    Provenienza: Coll. Silvestri Napoli; Bottega d’Arte, Livorno; Coll. privata, Napoli

    Bibliografia: Catalogo Bolaffi della Pittura Italiana dell’Ottocento n° 8, G. Bolaffi Editore Torino 1979, pag. 199
    STIMA min € 5000 - max € 8000

    Lotto 38  

    Scoppetta Pietro

    Scoppetta Pietro Scoppetta Pietro (Amalfi, SA 1863 - Napoli 1920)
    La parigina
    olio su tela rip. su cartone, cm 49x38
    firmato in basso a sinistra: P. Scoppetta
    a tergo timbri: Collezione Silvestri, Napoli; Bottega d’Arte, Livorno

    Provenienza: Coll. Silvestri Napoli; Bottega d’Arte, Livorno; Coll. privata, Napoli

    Bibliografia: Catalogo Bolaffi della Pittura Italiana dell’Ottocento n° 8, G. Bolaffi Editore Torino 1979, pag. 199


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  • Lotto 39  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1938)
    Locanda dell'onda d'oro
    olio su tela, cm 60x40
    firmato in basso a destra: Migliaro

    Provenienza: Racc. Minieri, Napoli ; Coll. Genovese, Napoli

    Esposizioni: Milano 1906

    Bibliografia: cat. Mostra Nazionale di Belle Arti- Milano, 1906 pag. 7,38 num. ord. 93; V. Pica, Artisti contemporanei: Vincenzo Migliaro,in "Emporium", XLIII, n. 255, Bergamo 1916, p. 180; A. Schettini, Vincenzo Migliaro, A. Morano Ed. Napoli 1950 pag. 115 in b/n; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell'Ottocento n°7, G. Bolaffi Editore TO 1978, pag. 225 in b/n; R. Caputo, Vincenzo Migliaro, Grimaldi & C. Ed. Napoli 2001, tav. 4; R. Caputo, La Pittura Napoletana del II Ottocento, Franco Di Mauro Editore, Napoli 2017, p.283


    Il solo sentir nominare Vincenzo Migliaro desta nella mente di conoscitori ed appassionati d’arte molteplici immagini di quella Napoli che, a cavallo fra tardo Ottocento ed inizio Novecento, tentava faticosamente di operare una cesura col proprio passato tendendo alla modernità.
    Migliaro fu infatti fra i cantori privilegiati della città, dedicandovisi con una devozione che lo tenne lontano quasi da tutti i movimenti artistici del suo tempo e dai loro dibattiti, incontri e scontri. Il punto di vista che egli adoperò fu sempre schietto e mai patetico, attenendosi rigorosamente a quella poetica del vero che, nata a Napoli stessa verso la metà del diciannovesimo secolo, fu trasmessa al nostro artista da uno dei suoi fondatori, Domenico Morelli: seguendo gli insegnamenti di quest’ultimo, dunque, Migliaro andò oscillando fra soggetti partenopei rigorosamente ripresi dal vero (quando incontrati, anche per puro caso, fra gli stretti e scuri vicoli cittadini) ed altri «veri ed immaginati ad un tempo», attentamente meditati nel proprio studio come solo un profondo conoscitore di Napoli sarebbe stato in grado di fare; ad opere i cui soggetti (e titoli) rimandano a precise localizzazioni all’interno del tessuto urbano partenopeo se ne aggiungono così altre dai temi più vaghi ma non per questo meno intrise dello spirito che più tipicamente anima i Napoletani.
    Fra i temi ricorrenti nella produzione del Migliaro v’è pure quello della taverna, di cui l’artista certo incontrò vari esempi passeggiando per i vichi partenopei. Sull’opera proposta, comunque molto celebre, spende alcune belle parole Alfredo Schettini, fornendone anche una precisa datazione all’anno 1906 e posponendone dunque la realizzazione ad un’altra famosa “Taverna napoletana” realizzata dallo stesso autore; l’analisi di quest’ultima tela pare però negli scritti dello Schettini aver influenzato in qualche modo quella della nostra, e se nella prima opera è effettivamente presente un certo sguardo divertito dell’autore verso un modus vivendi che è tutto napoletano, nella seconda sembrerebbe invece in definitiva assente lo sguardo ammiccante che secondo Schettini il proprietario del locale rivolgerebbe viscidamente alla giovane protagonista della rappresentazione. Potrebbe casomai rintracciarsi nello stesso personaggio maschile un certo fare canzonatorio che egli rivolgerebbe al vecchio cieco a causa della disabilità di questi e che la giovane accompagnatrice, notandolo, vorrebbe raggelare in qualche modo col suo cipiglio. L’anziano musico dal canto suo non risulta in alcun modo provato dalla propria condizione, ed anzi sorride all’osservatore ed al percorso di vita che gli si pare davanti e che egli ancora deve percorrere, in quel moto di fede nel miglioramento squisitamente partenopeo che certo dovette al tempo stimolare, fra le tante sfaccettature di Napoli e dei suoi abitanti, la fervida immaginazione artistica dello stesso Migliaro.
    STIMA min € 28000 - max € 45000

    Lotto 39  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1938)
    Locanda dell'onda d'oro
    olio su tela, cm 60x40
    firmato in basso a destra: Migliaro

    Provenienza: Racc. Minieri, Napoli ; Coll. Genovese, Napoli

    Esposizioni: Milano 1906

    Bibliografia: cat. Mostra Nazionale di Belle Arti- Milano, 1906 pag. 7,38 num. ord. 93; V. Pica, Artisti contemporanei: Vincenzo Migliaro,in "Emporium", XLIII, n. 255, Bergamo 1916, p. 180; A. Schettini, Vincenzo Migliaro, A. Morano Ed. Napoli 1950 pag. 115 in b/n; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell'Ottocento n°7, G. Bolaffi Editore TO 1978, pag. 225 in b/n; R. Caputo, Vincenzo Migliaro, Grimaldi & C. Ed. Napoli 2001, tav. 4; R. Caputo, La Pittura Napoletana del II Ottocento, Franco Di Mauro Editore, Napoli 2017, p.283


    Il solo sentir nominare Vincenzo Migliaro desta nella mente di conoscitori ed appassionati d’arte molteplici immagini di quella Napoli che, a cavallo fra tardo Ottocento ed inizio Novecento, tentava faticosamente di operare una cesura col proprio passato tendendo alla modernità.
    Migliaro fu infatti fra i cantori privilegiati della città, dedicandovisi con una devozione che lo tenne lontano quasi da tutti i movimenti artistici del suo tempo e dai loro dibattiti, incontri e scontri. Il punto di vista che egli adoperò fu sempre schietto e mai patetico, attenendosi rigorosamente a quella poetica del vero che, nata a Napoli stessa verso la metà del diciannovesimo secolo, fu trasmessa al nostro artista da uno dei suoi fondatori, Domenico Morelli: seguendo gli insegnamenti di quest’ultimo, dunque, Migliaro andò oscillando fra soggetti partenopei rigorosamente ripresi dal vero (quando incontrati, anche per puro caso, fra gli stretti e scuri vicoli cittadini) ed altri «veri ed immaginati ad un tempo», attentamente meditati nel proprio studio come solo un profondo conoscitore di Napoli sarebbe stato in grado di fare; ad opere i cui soggetti (e titoli) rimandano a precise localizzazioni all’interno del tessuto urbano partenopeo se ne aggiungono così altre dai temi più vaghi ma non per questo meno intrise dello spirito che più tipicamente anima i Napoletani.
    Fra i temi ricorrenti nella produzione del Migliaro v’è pure quello della taverna, di cui l’artista certo incontrò vari esempi passeggiando per i vichi partenopei. Sull’opera proposta, comunque molto celebre, spende alcune belle parole Alfredo Schettini, fornendone anche una precisa datazione all’anno 1906 e posponendone dunque la realizzazione ad un’altra famosa “Taverna napoletana” realizzata dallo stesso autore; l’analisi di quest’ultima tela pare però negli scritti dello Schettini aver influenzato in qualche modo quella della nostra, e se nella prima opera è effettivamente presente un certo sguardo divertito dell’autore verso un modus vivendi che è tutto napoletano, nella seconda sembrerebbe invece in definitiva assente lo sguardo ammiccante che secondo Schettini il proprietario del locale rivolgerebbe viscidamente alla giovane protagonista della rappresentazione. Potrebbe casomai rintracciarsi nello stesso personaggio maschile un certo fare canzonatorio che egli rivolgerebbe al vecchio cieco a causa della disabilità di questi e che la giovane accompagnatrice, notandolo, vorrebbe raggelare in qualche modo col suo cipiglio. L’anziano musico dal canto suo non risulta in alcun modo provato dalla propria condizione, ed anzi sorride all’osservatore ed al percorso di vita che gli si pare davanti e che egli ancora deve percorrere, in quel moto di fede nel miglioramento squisitamente partenopeo che certo dovette al tempo stimolare, fra le tante sfaccettature di Napoli e dei suoi abitanti, la fervida immaginazione artistica dello stesso Migliaro.


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  • Lotto 40  

    Palizzi Filippo

    Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899)
    Fratelli di latte
    olio su tela, cm 65x88
    firmato e datato in basso a destra: Filip. Palizzi 1879
    a tergo cartiglio Galleria Dedalo, Milano

    Provenienza: Coll. Rossi, Milano; coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Milano, 1933-1934

    Bibliografia: Alcune opere scelte di FilippoPalizzi, Galleria Dedalo Milano, Ed. Rizzoli & C. MI 1933, Tav III, n. Cat. 31 ; A. Schettini, La Pittura napoletana dell'Ottocento E.D.A.R.T. Napoli 1967 vol I pag. 159 n° cat. 87; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell'Ottocento n°4, G. Bolaffi Editore TO 1972, pag. 310 in b/n

    Di Filippo Palizzi sono generalmente ricordate nell’immaginario comune le suggestive rappresentazioni di grandi ambienti naturali aperti, tipicamente popolati più da figure animali che umane: questi tipi di raffigurazioni in effetti meglio esemplificano la grande rivoluzione di cui il Palizzi si fece promotore (insieme al Morelli, sebbene seguendo filoni non sempre vicini fra loro) nel mondo artistico dell’Italia meridionale (a partire da Napoli) nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo. Non mancarono tuttavia nella produzione dell’autore ritratti (ed autoritratti) di grande profondità psicologica, così come alcuni (più rari) esempi di pittura storica.
    L’opera proposta in effetti riassume felicemente almeno i principali spunti tematici che caratterizzarono la produzione palizziana. La data inscritta dallo stesso autore riporta del resto al periodo della sua piena maturità artistica, quando erano già compiuti i molti viaggi in Italia (a Firenze Filippo fu celebrato dai macchiaioli come loro padre spirituale) e all’estero (Francia, Olanda, Belgio, Austria nonché il lungo tragitto verso Est al seguito del principe Maronsi)e quando alla conclamata fama del Palizzi (giunta sia in Russia che nelle Americhe) già andavano aggiungendosi i molteplici incarichi istituzionali. L’occasionale richiesta del committente (fra i tanti, pure illustri, che si rivolsero all’artista) diviene allora ricettacolo delle abilità e delle tecniche maturate nel corso di una carriera giunta al proprio apice, e vi vengono coniugate suggestioni certo non fortuite (cioè manifestatesi agli occhi dell’autore per puro caso, come spesso accadeva) ma non per questo meno vere; a tal proposito vanno segnalate due opere oggi all’Accademia di Belle Arti di Napoli (tramite donazione dello stesso Filippo) che furono con ogni evidenza coeve o comunque cronologicamente poco distanti da quella in esame, se con quest’ultima condividono una il soggetto della panchina (con tutti gli accessori su di essa posati), l’altra l’abitazione neoclassica sullo sfondo e parte della villa che la circondava.
    Tanto l’ambientazione, comunque, che i tre animali rappresentati (soggetti che per primo il Palizzi elevò ad una dignità artistica pari a quella delle figure umane) con il tenero e palpitante infante al centro sono espressioni della singolare concezione di “macchia” che l’autore sviluppò come obiettivo della propria poetica, poiché «quello che bisogna cercare ora nella pittura moderna sono le finezze e la totalità», da intendersi come una impressione di insieme che non rinunciasse ad alcune sottigliezze percettive (anzi proprio completandosi con esse) specialmente nella resa dei molteplici effetti luministici.
    STIMA min € 18000 - max € 34000

    Lotto 40  

    Palizzi Filippo

    Palizzi Filippo Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899)
    Fratelli di latte
    olio su tela, cm 65x88
    firmato e datato in basso a destra: Filip. Palizzi 1879
    a tergo cartiglio Galleria Dedalo, Milano

    Provenienza: Coll. Rossi, Milano; coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Milano, 1933-1934

    Bibliografia: Alcune opere scelte di FilippoPalizzi, Galleria Dedalo Milano, Ed. Rizzoli & C. MI 1933, Tav III, n. Cat. 31 ; A. Schettini, La Pittura napoletana dell'Ottocento E.D.A.R.T. Napoli 1967 vol I pag. 159 n° cat. 87; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell'Ottocento n°4, G. Bolaffi Editore TO 1972, pag. 310 in b/n

    Di Filippo Palizzi sono generalmente ricordate nell’immaginario comune le suggestive rappresentazioni di grandi ambienti naturali aperti, tipicamente popolati più da figure animali che umane: questi tipi di raffigurazioni in effetti meglio esemplificano la grande rivoluzione di cui il Palizzi si fece promotore (insieme al Morelli, sebbene seguendo filoni non sempre vicini fra loro) nel mondo artistico dell’Italia meridionale (a partire da Napoli) nel corso della seconda metà del diciannovesimo secolo. Non mancarono tuttavia nella produzione dell’autore ritratti (ed autoritratti) di grande profondità psicologica, così come alcuni (più rari) esempi di pittura storica.
    L’opera proposta in effetti riassume felicemente almeno i principali spunti tematici che caratterizzarono la produzione palizziana. La data inscritta dallo stesso autore riporta del resto al periodo della sua piena maturità artistica, quando erano già compiuti i molti viaggi in Italia (a Firenze Filippo fu celebrato dai macchiaioli come loro padre spirituale) e all’estero (Francia, Olanda, Belgio, Austria nonché il lungo tragitto verso Est al seguito del principe Maronsi)e quando alla conclamata fama del Palizzi (giunta sia in Russia che nelle Americhe) già andavano aggiungendosi i molteplici incarichi istituzionali. L’occasionale richiesta del committente (fra i tanti, pure illustri, che si rivolsero all’artista) diviene allora ricettacolo delle abilità e delle tecniche maturate nel corso di una carriera giunta al proprio apice, e vi vengono coniugate suggestioni certo non fortuite (cioè manifestatesi agli occhi dell’autore per puro caso, come spesso accadeva) ma non per questo meno vere; a tal proposito vanno segnalate due opere oggi all’Accademia di Belle Arti di Napoli (tramite donazione dello stesso Filippo) che furono con ogni evidenza coeve o comunque cronologicamente poco distanti da quella in esame, se con quest’ultima condividono una il soggetto della panchina (con tutti gli accessori su di essa posati), l’altra l’abitazione neoclassica sullo sfondo e parte della villa che la circondava.
    Tanto l’ambientazione, comunque, che i tre animali rappresentati (soggetti che per primo il Palizzi elevò ad una dignità artistica pari a quella delle figure umane) con il tenero e palpitante infante al centro sono espressioni della singolare concezione di “macchia” che l’autore sviluppò come obiettivo della propria poetica, poiché «quello che bisogna cercare ora nella pittura moderna sono le finezze e la totalità», da intendersi come una impressione di insieme che non rinunciasse ad alcune sottigliezze percettive (anzi proprio completandosi con esse) specialmente nella resa dei molteplici effetti luministici.


    0 offerte pre-asta Dettaglio
  • Lotto 41  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Scuola di ballo
    olio su tela, cm 51,5x38,5
    firmato e iscritto in basso a sinistra: E. Dalbono in Napoli

    Provenienza: Sotheby's, Monaco

    Esposizioni: Monaco, 1990

    Bibliografia: Cat. Sotheby's, Monaco 1990, pag. 83; R. Caputo, La Pittura Napoletana del II Ottocento, Franco Di Mauro Editore,Napoli 2017, p. 187

    Se è vero che il soggetto dell’opera risulta alquanto raro nella produzione del Dalbono, di cui oggi conosciamo più numerosi gli esempi legati alla poetica palizziana (Edoardo fu allievo di Nicola Palizzi, del resto), mai privi tuttavia di una certa temperie sognante peculiare del proprio autore, non si può affatto affermare che simili quadri di genere non appartenessero al Dalbono almeno quanto i suoi paesaggi ripresi dal vero. È noto infatti che già in giovane età Edoardo si dilettasse in rappresentazioni di scenette folcloristiche su ispirazione delle passioni e degli scritti del padre Carlo Tito Dalbono (autore fra l’altro proprio di un’opera sulle tradizioni popolari), poeta estemporaneo; all’educazione infantile va anche ricondotta la passione del Dalbono per la musica, che in un modo o nell’altro spesso influenzò la sua produzione.
    Il più celebre esempio dalboniano di tarantella fu certo l’opera eseguita su committenza del collezionista svizzero Fierz (insieme a varie altre tele ed acquarelli tutti di soggetto popolare, come si evince dalle testimonianze del Giannelli), il quale finì poi per accontentarsi solo di una copia dato il grande successo del dipinto alle Promotrici del 1864 e del 1866. Il filone di costume, intrecciandosi spesso con quello musicale, pure incontrò largo successo per almeno tutto il decennio successivo, se vi rimandano vari titoli di opere eseguite nel periodo di esclusiva per il celeberrimo mercante d’arte Goupil (fra queste “Il voto alla Madonna del Carmine” diede avvio al fortunato tema delle canzoni sul mare), che tenne sotto contratto Dalbono per ben nove anni.
    D’altro canto l’iscrizione sulla tela colloca senza alcuna possibilità di dubbio la sua esecuzione nel territorio partenopeo. Su di una loggia che dà sul mare dunque la più piccola protagonista del dipinto muove i suoi primi passi di danza al ritmo delle percussioni suonate dalle altre due figura femminili, materne a loro modo nelle proprie forme floride e morbide. I giochi chiaroscurali che la luce ricrea penetrando tra le frasche dell’agrumeto che circonda lo spazio della rappresentazione risentono evidentemente non solo degli insegnamenti palizziani nonché dell’esperienza nella Scuola di Resina, ma anche della coeva pittura francese che il Dalbono ebbe certamente modo di conoscere anche grazie ad un suo soggiorno parigino. Osservando gli esiti della ricerca luministica dell’autore, ad ogni modo, appare ben meritato il titolo di “pittore della luce” che una certa critica gli ha attribuito nel corso del tempo.
    STIMA min € 16000 - max € 24000

    Lotto 41  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Scuola di ballo
    olio su tela, cm 51,5x38,5
    firmato e iscritto in basso a sinistra: E. Dalbono in Napoli

    Provenienza: Sotheby's, Monaco

    Esposizioni: Monaco, 1990

    Bibliografia: Cat. Sotheby's, Monaco 1990, pag. 83; R. Caputo, La Pittura Napoletana del II Ottocento, Franco Di Mauro Editore,Napoli 2017, p. 187

    Se è vero che il soggetto dell’opera risulta alquanto raro nella produzione del Dalbono, di cui oggi conosciamo più numerosi gli esempi legati alla poetica palizziana (Edoardo fu allievo di Nicola Palizzi, del resto), mai privi tuttavia di una certa temperie sognante peculiare del proprio autore, non si può affatto affermare che simili quadri di genere non appartenessero al Dalbono almeno quanto i suoi paesaggi ripresi dal vero. È noto infatti che già in giovane età Edoardo si dilettasse in rappresentazioni di scenette folcloristiche su ispirazione delle passioni e degli scritti del padre Carlo Tito Dalbono (autore fra l’altro proprio di un’opera sulle tradizioni popolari), poeta estemporaneo; all’educazione infantile va anche ricondotta la passione del Dalbono per la musica, che in un modo o nell’altro spesso influenzò la sua produzione.
    Il più celebre esempio dalboniano di tarantella fu certo l’opera eseguita su committenza del collezionista svizzero Fierz (insieme a varie altre tele ed acquarelli tutti di soggetto popolare, come si evince dalle testimonianze del Giannelli), il quale finì poi per accontentarsi solo di una copia dato il grande successo del dipinto alle Promotrici del 1864 e del 1866. Il filone di costume, intrecciandosi spesso con quello musicale, pure incontrò largo successo per almeno tutto il decennio successivo, se vi rimandano vari titoli di opere eseguite nel periodo di esclusiva per il celeberrimo mercante d’arte Goupil (fra queste “Il voto alla Madonna del Carmine” diede avvio al fortunato tema delle canzoni sul mare), che tenne sotto contratto Dalbono per ben nove anni.
    D’altro canto l’iscrizione sulla tela colloca senza alcuna possibilità di dubbio la sua esecuzione nel territorio partenopeo. Su di una loggia che dà sul mare dunque la più piccola protagonista del dipinto muove i suoi primi passi di danza al ritmo delle percussioni suonate dalle altre due figura femminili, materne a loro modo nelle proprie forme floride e morbide. I giochi chiaroscurali che la luce ricrea penetrando tra le frasche dell’agrumeto che circonda lo spazio della rappresentazione risentono evidentemente non solo degli insegnamenti palizziani nonché dell’esperienza nella Scuola di Resina, ma anche della coeva pittura francese che il Dalbono ebbe certamente modo di conoscere anche grazie ad un suo soggiorno parigino. Osservando gli esiti della ricerca luministica dell’autore, ad ogni modo, appare ben meritato il titolo di “pittore della luce” che una certa critica gli ha attribuito nel corso del tempo.


    0 offerte pre-asta Dettaglio
  • Lotto 42  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio (Napoli 1852 -1930)
    Vestaglia bianca con fiori azzurri
    olio su tela, cm 100,5x75
    firmato in basso a sinistra: A. Mancini

    L’opera viene datata al secondo decennio del Novecento ed appartiene dunque alla più tarda produzione di Antonio Mancini, quella in cui l’artista adopera con sempre maggiore frequenza il caratteristico reticolato che, anteposto alle tele, lo aiuta nella definizione dell’impianto prospettico delle proprie composizioni. Tutto attorno a questa quadrettatura (visibile dunque, almeno in parte, nell’opera finita) vanno raccogliendosi densi grumi di colore (talvolta biacca) che pure caratterizzano le opere più mature del Mancini costituendo il risultato ultimo della sua ricerca luministica: l’accumulo di materia pittorica permette infatti una realizzazione concreta e tangibile (non più dunque solo rappresentata) dei giochi chiaroscurali tanto cari all’artista.
    STIMA min € 10000 - max € 15000

    Lotto 42  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Napoli 1852 -1930)
    Vestaglia bianca con fiori azzurri
    olio su tela, cm 100,5x75
    firmato in basso a sinistra: A. Mancini

    L’opera viene datata al secondo decennio del Novecento ed appartiene dunque alla più tarda produzione di Antonio Mancini, quella in cui l’artista adopera con sempre maggiore frequenza il caratteristico reticolato che, anteposto alle tele, lo aiuta nella definizione dell’impianto prospettico delle proprie composizioni. Tutto attorno a questa quadrettatura (visibile dunque, almeno in parte, nell’opera finita) vanno raccogliendosi densi grumi di colore (talvolta biacca) che pure caratterizzano le opere più mature del Mancini costituendo il risultato ultimo della sua ricerca luministica: l’accumulo di materia pittorica permette infatti una realizzazione concreta e tangibile (non più dunque solo rappresentata) dei giochi chiaroscurali tanto cari all’artista.


    1 offerte pre-asta Dettaglio
  • Lotto 43  

    Cammarano Michele

    Cammarano Michele (Napoli 1835 - 1920)
    Passeggiata nel bosco
    olio su tela, cm 69x78,5
    firmato e iscritto in basso a destra: Mich. Cammarano ...

    Provenienza: Coll. A. Portolano,Milano

    Esposizioni: Milano 1994

    Bibliografia: Mostra di trenta Opere selezionate dell'800 Italiano - Circolo della Stampa Milano 1994 Nuova Bianchi d'Espinosa , pag. 22

    Michele Cammarano dedicò notoriamente la maggior parte della propria arte alla pittura di Storia, traendo ispirazione dai violenti tumulti che straziarono l’Italia del suo tempo e non senza un certo afflato verista, di denuncia, che potrebbe oggi farcelo avvicinare alla poetica letteraria del Verga.
    Dunque la sua sensibilità estetica non si imperniò ancora – si badi – sulla lunga ed ormai indebolita tradizione della pittura di composizione, ma anzi proprio in aperto contrasto con l’accademismo del tempo (come tanti suoi coevi colleghi) egli aderì alla nuova poetica del vero che andava affermandosi allora fra i membri più giovani ed aggiornati della Scuola napoletana, preferendo in particolare il naturalismo dei fratelli Palizzi. Di questi ultimi artisti l’opera proposta del Cammarano mostra ancor più l’influenza, se i temi storici sono momentaneamente abbandonati in favore di una rappresentazione en plein air, concretizzata in minuziose e fini macchie di colore.
    STIMA min € 15000 - max € 25000

    Lotto 43  

    Cammarano Michele

    Cammarano Michele Cammarano Michele (Napoli 1835 - 1920)
    Passeggiata nel bosco
    olio su tela, cm 69x78,5
    firmato e iscritto in basso a destra: Mich. Cammarano ...

    Provenienza: Coll. A. Portolano,Milano

    Esposizioni: Milano 1994

    Bibliografia: Mostra di trenta Opere selezionate dell'800 Italiano - Circolo della Stampa Milano 1994 Nuova Bianchi d'Espinosa , pag. 22

    Michele Cammarano dedicò notoriamente la maggior parte della propria arte alla pittura di Storia, traendo ispirazione dai violenti tumulti che straziarono l’Italia del suo tempo e non senza un certo afflato verista, di denuncia, che potrebbe oggi farcelo avvicinare alla poetica letteraria del Verga.
    Dunque la sua sensibilità estetica non si imperniò ancora – si badi – sulla lunga ed ormai indebolita tradizione della pittura di composizione, ma anzi proprio in aperto contrasto con l’accademismo del tempo (come tanti suoi coevi colleghi) egli aderì alla nuova poetica del vero che andava affermandosi allora fra i membri più giovani ed aggiornati della Scuola napoletana, preferendo in particolare il naturalismo dei fratelli Palizzi. Di questi ultimi artisti l’opera proposta del Cammarano mostra ancor più l’influenza, se i temi storici sono momentaneamente abbandonati in favore di una rappresentazione en plein air, concretizzata in minuziose e fini macchie di colore.


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  • Lotto 44  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936)
    Veduta di Amalfi
    olio su tela, cm 75x55
    firmato in basso a destra: V. Caprile
    STIMA min € 7000 - max € 13000

    Lotto 44  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936)
    Veduta di Amalfi
    olio su tela, cm 75x55
    firmato in basso a destra: V. Caprile


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  • Lotto 45  

    Gaeta Enrico

    Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887) Marina di Castellammare
    olio su tela cm 44x75
    firmato in basso a destra: E. Gaeta

    Provenienza: Eredi dell'artista, Castellammare; coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Napoli, Associazione “Circolo Artistico Politecnico”, 03 - 14 Maggio 2014

    Bibliografia: Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014 tav. 3 pag. 22

    STIMA min € 6000 - max € 10000

    Lotto 45  

    Gaeta Enrico

    Gaeta Enrico Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887) Marina di Castellammare
    olio su tela cm 44x75
    firmato in basso a destra: E. Gaeta

    Provenienza: Eredi dell'artista, Castellammare; coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Napoli, Associazione “Circolo Artistico Politecnico”, 03 - 14 Maggio 2014

    Bibliografia: Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014 tav. 3 pag. 22



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