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  • Palizzi Nicola attrib. (Vasto - CH 1820 - Napoli 1870)
    Scena di caccia
    olio su tela, cm 24,5x37,5
    Stima minima €800
    Stima massima €1200
  • Carugati Angela (Firenze 1881 - 1977) Paesaggio con pini olio su tela risp. su cartone, cm 10,1x15 firmato in basso a sinistra: Angela Carugati


    DAL LOTTO 222 AL LOTTO 231 OPERE DI ANGELA CARUGATI PROVENIENTI DA UNA RACCOLTA NAPOLETANA

    Angela Carugati, fiorentina di nascita e napoletana di adozione, si trasferì, ancora fanciulla nella città partenopea, dove, a poco più di undici anni, iniziò gli studi presso l’Accademia di Belle Arti. Partecipò a numerosi concorsi, vincendo un gran numero di premi. Il percorso di studi in ambito artistico proseguì fino all’età adulta, consentendole di conseguire la laurea e l’abilitazione all’insegnamento di discipline artistiche quali storia dell’arte e disegno. Fu un’artista poliedrica, non interessata esclusivamente alle arti figurative, bensì all’espressione artistica in senso più ampio. Si dedicò alla poesia con passione, ma l’espressione migliore del suo amore nei confronti della vita fu raggiunta attraverso l’utilizzo del pennello.

    Si formò nel periodo in cui i grandi artisti della scuola pittorica napoletana erano in auge; fu discepola di Morelli e acquisì l’influsso dei grandi maestri con cui entrò in contatto,  Palizzi, Toma, Cammarano, Migliaro.

    Nelle sue opere sono presenti influssi classicisti e segni di tradizionalismo, dovuti allo studio dei grandi del passato; iniziò con ritratti dei suoi cari, per poi dedicarsi alla rappresentazione “dal vero”, di impianto naturalista. Si dedicò alla figurazione di paesaggi e nature morte, sempre mantenendo una vivida attenzione alla resa del particolare e all’uso del colore, che mantenne per tutto il corso della sua produzione caratteristiche molto personali, ma di incommensurabile valore; fu una colorista di grande abilità.

    In tutta la sua creazione il sentimento accompagna l’utilizzo del pennello: Angela Carugati fu una donna che provava trasporto e passione per tutto ciò che faceva e tutto ciò che la circondava e questo trasporto ben lo esprimeva nelle sue opere, donando ai suoi fruitori la possibilità di emozionarsi dinnanzi a una sua tela.

    Stima minima €300
    Stima massima €500
  • Palizzi Francesco Paolo attrib.(Vasto, CH 1825 - Napoli 1871) Natura morta olio su tela cm 36x55 firmato in basso a destra: F. Paolo Palizzi a tergo iscritto questo dipinto è attribuito a Francesco Paolo Palizzi, Paolo Ricci 5 ott 1966
    Stima minima €1000
    Stima massima €2000
  • Monografie Il lotto comprende: a) MONOGRAFIE SALVATORE DI GIACOMO, DOMENICO MORELLI. ROMA-TORINO, ROUX & VIARENGO, 1905 b) ESPOSIZIONI MOSTRA DI FILIPPO PALIZZI E DOMENICO MORELLI. CATALOGO CON SCRITTI DI LUIGI AUTIELLO, FELICE DEFILIPPIS, CORRADO MALTESE, PAOLO RICCI, ALFREDO SCHETTINI. NAPOLI,1961.
    Stima minima €125
    Stima massima €200
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano 1812 - Passy 1888) Mucca al pascolo olio su tela, cm 45x40 firmato in basso a destra: Palizzi
    Stima minima €10000
    Stima massima €13000
  • Monografie Il lotto comprende: a) MONOGRAFIE: Franco Di Tizio, FRANCESCO PAOLO MICHETTI NEL CINQUANTENARIO DELLA MORTE, Pescara 1980 b)MONOGRAFIE: Paolo Ricci I FRATELLI PALIZZI 1960, Milano, Bramante Editrice
    Stima minima €125
    Stima massima €200
  • Monografie Il lotto comprende: a) MONOGRAFIE Angelo Ricciardi, I FRATELLI PALIZZI, Palazzo d'Avalos, Vasto 1989 b) MONOGRAFIE Angelo Ricciardi, Filippo Palizzi e il suo tempo, Palazzo d'Avalos, Vasto 1988 c) OPERE GENERALI PESCARA.ARTE E CITTA' FRA 800 E 900, Carsa Edizioni
    Stima minima €125
    Stima massima €200
  • Palizzi Nicola (Vasto, CH 1820 - Napoli 1870) Paesaggio con cavaliere olio su tela, cm 67x105 firmato in basso a destra: N. Palizzi
    Stima minima €18000
    Stima massima €24000
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Ritorno dai campi
    olio su tela, cm 35x52
    firmato in basso a destra: Palizzi
    a tergo cartiglio: Esposizione VI Quadriennale Nazionale d'Arte di Roma, Roma 18 Dicembre 1951 - 15 Maggio 1952; cartiglio Esposizione L'Arte nella vita del Mezzogiorno d'Italia, Roma 1953

    Provenienza: Coll. Armiero, Napoli; Coll. privata, Napoli; Coll. privata, Bologna
    Esposizioni: Roma,1951-52; Roma, 1953
    Bibliografia: VI Quadriennale Nazionale d'Arte di Roma, catalogo dell'esposizione, De Luca Editore, Roma, 1951; Mostra dell'Arte nella vita del Mezzogiorno d'Italia, catalogo della mostra Roma Marzo-Maggio 1953, De Luca Editore, Roma, 1953, p. 45


    Quando Giuseppe Palizzi (il maggiore, tra gli artisti della nota famiglia) posò per la prima volta il proprio piede in
    Francia, tra il 1844 ed il ’45, egli aveva già rotto ogni legame (ufficiale, per lo meno) con la vita artistica di Napoli,
    ambiente dove il giovane (ma nemmeno troppo, considerando la sua ammissione nel 1835 al Real Istituto di Belle
    Arti con dispensa sull’età) artista abruzzese oscillò sempre fra il paesaggismo dell’ultima Scuola di Posillipo, allora
    ormai artefice più che altro di bei manufatti artistici per raffinati turisti, e quello nascente storico-romantico, reagendo
    dunque rispettivamente agli insegnamenti accademici prima di Anton Sminck van Pitloo, poi di Gabriele Smargiassi.
    Fu tuttavia il progressivo tendersi dei rapporti proprio con quest’ultimo artista, non solo per questioni estetiche ma
    anche politiche, a spingere in via definitiva il Palizzi al proprio trasferimento.
    Parigi era allora, in quanto centro culturale del tempo, notoriamente meta prediletta di artisti da tutto le parti del globo,
    tanto più per coloro i quali, come Giuseppe, rincorrevano la bella vita ed i gusti più à la page. Il nostro tuttavia prese
    la felice decisione di trasferirsi in via definitiva a Passy (allora non ancora parte della capitale), nei pressi della foresta
    di Fontainebleau, ove erano soliti incontrarsi al tempo i membri della scuola di Barbizon (spostatisi da Marlotte): la
    lunga e solida amicizia che nacque dunque fra costoro ed il Palizzi dipese allora certamente da motivazioni personali e
    ancora una volta politiche (i barbizonniers furono quasi tutti carbonari, così come i membri della famiglia dell’artista
    abruzzese), ma fu innanzitutto per la straordinariamente simile ricerca estetica, cioè per l’attento studio del vero
    naturale, che Giuseppe riuscì a recepire il messaggio di Rousseau, Daubigny, Charles Dupré, ed a farlo proprio.
    Se la definitiva adesione alla scuola di Barbizon si concretizzò con “L’accampamento degli zingari”, notato dai critici
    del Salon parigino del 1848 (il primo dei tanti cui il Palizzi prese parte) per gli straordinari effetti del chiaroscuro, più
    tarda deve essere evidentemente l’opera qui in esame. L’impianto chiaroscurale, ben visibile dunque tanto nella seconda
    che nella prima opera, Giuseppe in effetti lo ereditò da memorie antiche, dal «naturalismo nordico» di cui ha parlato
    anni fa Roberto Longhi, insomma dalla pittura olandese che storicamente riscontrò particolare e singolare successo
    presso il gusto dei Napoletani (di più tarda influenza partenopea, in particolare di scuola posillipiana, fu pure del resto
    la costante tendenza palizziana all’idillio, al trasfigurare cioè romanticamente la semplice vita campestre, come può
    evincersi qui dalla serena atmosfera in cui stanno sospesi il pastorello con le sue capre); alle calde intensità olandesi,
    pervase da tinte rugginose, il nostro tuttavia oppose – anche e chiaramente nella tela proposta – la «maggior densità di
    luci fredde e di ombre vellutate e profonde, giocando fluidamente coi verdi, coi bruni e col nero, a pennellate larghe e
    costruttive» (Alfredo Schettini), queste ultime senza dubbio mutuate dai sodali francesi.
    Stima minima €6000
    Stima massima €9000
  • Palizzi Nicola (Vasto, CH 1820 - Napoli 1870) Paesaggio olio su carta rip. su tela, cm 22x36 firmato in basso a sinistra: N. Palizzi
    Stima minima €6000
    Stima massima €7000
  • Mancini Francesco (Napoli 1830 - 1905)
    In riva al fiume
    olio su tela, cm 50x87
    firmato e datato in basso a sinistra: F. Mancini 67

    Bibliografia: OTTOCENTO Catalogo dell'arte Italiana dell'Ottocento n. 40, Ed. Metamorfosi Milano 2011, pag. 349 in b/n

    Non sarebbe errato considerare Francesco Mancini quale un predestinato lungo la scia della grande tradizione paesistica
    di scuola napoletana, quella inaugurata da van Pitloo e dal Gigante: il Mancini infatti già andava rinnovando in senso
    naturalistico l’opera del suo primo maestro, Gabriele Smargiassi, tralasciando cioè i quadri di composizione (e dunque
    di invenzione) in favore di una rappresentazione di paesaggi solidamente sorretta da una attenta visione del dato reale,
    quando l’incontro diretto col geniale “rivoluzionario” Filippo Palizzi, e poi con i vari pittori di scuola calabrese, non
    fece che confermare e rafforzare le sue precoci ma assai moderne intuizioni; da allora si disse opportunamente di
    Francesco che egli non dipinse «un albero, una casetta o tutt’altro senza averlo prima studiato dal vero».
    Se dunque nell’opera qui proposta non manca un evidente afflato poetico (che potremmo pure definire romantico,
    con un certo azzardo), un’impronta cioè delle prime influenze di Smargiassi sull’arte del Mancini, è senza dubbio
    alla temperie più moderna dell’artista che dobbiamo ascrivere la sua tela: lo spazio ambientalistico infatti richiama
    appieno i dittami della riforma palizziana, adoperando cioè per lo sfondo una macchia sintetica ed impressionistica,
    non priva tuttavia di alcune sottigliezze artistiche, mentre appunto emerge con evidente forza sul primo piano una
    straordinaria cura nella resa di ogni più minimo dettaglio naturalistico, dalle più disordinate masse di arbusti ai singoli
    e fragili fili d’erba palustre, affinché risulti il più fedelmente possibile restituita la percezione visiva del reale; ancora
    più sorprendente è l’effetto specchiante del corso d’acqua, volutamente calmo (nonostante le logiche increspature che,
    causate dalla elementare imbarcazione, dovrebbero agitarlo) per permettere all’autore di far mostra di tutto il suo
    virtuosismo (contravvenendo, con giocosa immodestia, all’intransigente rigore proprio invece del maestro Palizzi).
    In questo idillico ambiente, fra i suoi colori (e quasi potremmo dire profumi), pure la figura umana, che occupando
    perfettamente il centro della composizione dovrebbe attirare a sé gli sguardi dei vari spettatori, finisce quasi per
    scomparire alla vista, non va cioè a disturbare l’immersiva esperienza polisensoriale del paesaggio che si staglia
    sterminato e selvaggio sotto i nostri occhi.

    Stima minima €8000
    Stima massima €13000
  • Palizzi Filippo attrib. (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899)
    Barone e Baronessa Bourgoing
    coppia di acquerelli su carta, cm 37x26,5
    Stima minima €400
    Stima massima €600
  • Palizzi Filippo (Vasto,CH 1818 - Napoli 1899)
    Ritorno dai campi
    olio su tela cm 65,5x50
    firmato in basso a destra: Fil Palizzi
    a tergo antico cartiglio di esposizione


    Sebbene un po’ l’affetto e un po’ la grande stima riposta nel fratello maggiore Giuseppe condussero Filippo Palizzi ad
    attribuire proprio a quello il merito d’aver rinnovato la pittura di paesaggio nella Napoli dell’Ottocento, fu in vero e
    notoriamente il quintogenito della famiglia di artisti a cambiare profondamente certe tendenze artistiche del tempo,
    dando in (gran) parte origine a quella che, nella prima Esposizione Nazionale del 1861 a Firenze, sarà identificata come
    una nuova scuola napoletana (sebbene non fosse poi del tutto esatto il termine), tutta tesa allo studio del vero.
    È allora felice coincidenza ritrovare nell’opera proposta tutti gli elementi più caratteristici della svolta artistica data
    dal Palizzi all’arte del suo tempo. La rappresentazione animale innanzitutto, prima cifra del suo fare rivoluzionario,
    allorché già nel primo saggio accademico (“Vacche ritratte dal vero”, 1838) egli elevò «ad artistica nobiltà soggetti sino
    allora ritenuti inferiori» (Alfredo Schettini); nei primi tempi comunque egli probabilmente ricorse per la trascurata
    (come detto) animalistica più che altro a repertori di incisioni, tuttavia i successivi e lunghi studi dal vero (su tutti
    i costanti soggiorni a Cava dei Tirreni fin dal 1847) finirono per convincerlo della individualità (di «forma, colore,
    indole», usando parole sue) e quindi della dignità d’ogni creatura ferina d’esser rappresentata nel proprio ambiente, in
    modo cioè del tutto simile all’uomo (in effetti l’indagine palizziana sulla figura umana era allora già pervenuta ai suoi
    migliori risultati, se già avevano avuto pubblicazione le sue numerose illustrazioni a corredo del libro di De Boucard
    “Usi e costumi di Napoli e contorni”, tra 1853 e ’58). L’interesse generale per questi soggetti, comunque, potrebbe
    forse ascriversi al tempo trascorso in tenera età modellando figurine per il presepio di casa Palizzi, attività che dunque
    spiegherebbe anche quel realismo minuto, quell’arte quasi sempre di piccole proporzioni propria di Filippo. Quanto
    infine allo sfondo, sebbene non manchino note e straordinarie opere del Palizzi che non hanno altro protagonista che il
    paesaggio, si dovrebbe considerarlo nel nostro caso più che altro sussidiario alla fine realizzazione delle figure in primo
    piano; si badi tuttavia a mai confondersi con una fantomatica trascuratezza, pure avanzata erroneamente da alcuni
    critici: l’ambiente paesistico sempre offrì anzi a Filippo l’occasione di mostrare la sua personalissima concezione della
    pittura di macchia, all’insegna sì della «totalità», cioè dell’impressione di insieme, ma sempre da completarsi con delle
    «finezze», cioè con la resa (a volte davvero micrografica) di ogni minima sottigliezza percettiva.
    Stima minima €6000
    Stima massima €9000
  • Palizzi Filippo, attribuito (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Capretta olio su tela, cm 12,6x16,5 a tergo iscritto: dipinto di Filippo Palizzi, G. Casciaro
    Stima minima €800
    Stima massima €1200
  • Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Da Frisio a Santa Lucia
    olio su tela, cm 59x93

    L’opera proposta riprende uno schema compositivo del Dalbono che ebbe grande successo e fu pertanto replicato
    più volte. Sappiamo dal Giannelli infatti che in origine l’artista ricevette la commissione dal collezionista svizzero
    Fierz, per il quale Edoardo già aveva realizzato “Una tarantella a Posillipo”, “Il funerale della Zita”, “Le streghe di
    Benevento”, “Un idillio dal Gessner”, “Una veduta di Nisida”, “Capo Miseno” e vari acquarelli dal titolo sconosciuto;
    l’opera completa, tuttavia, fu con “Tarantella” esposta alla Promotrice di Napoli del 1866, dove suscitò l’ammirazione
    del re Vittorio Emanuele II che volle assolutamente acquistarla per destinarla al Museo di Capodimonte (ove tuttora
    si conserva); il signor Fierz s’accontentò allora di una copia, che noi sappiamo essere solo la prima, si diceva, di alcune
    custodite presso prestigiose raccolte private.
    La scena si ricollega alle celebrazioni dell’importante Festa partenopea di Piedigrotta (che cade tradizionalmente l’ottavo
    giorno di Settembre) e si colloca così fra i primi esempi di quel che diverrà poi un genere pittorico a sé, spiccatamente
    folclorico, la “canzone sul mare” (denominazione che richiama da un lato i pescatori la cui Confraternita aveva il
    compito di assistere alle processioni nel giorno della Festa, dall’altro il Festival della canzone napoletana che prese ad
    organizzarsi in contemporanea a Piedigrotta proprio a partire dai primi decenni del diciannovesimo secolo). Pertanto
    il soggetto principale dell’opera è una barca votiva che sembra portare alla deriva i partecipanti alla Festa ormai sfiniti
    dopo la conclusione delle celebrazioni, mentre sullo sfondo può scorgersi la linea di costa del golfo di Napoli che va
    da Castel dell’Ovo a Posillipo; le scelte luministiche tuttavia sono assolutamente irreali e tutta la composizione risulta
    quindi quasi sottratta alle normali dimensioni di tempo e spazio per essere traportata su un piano onirico e mitico:
    al momento della realizzazione della tela dunque Dalbono doveva aver già superato evidentemente la sua prima fase
    artistica all’insegna delle influenze del Mancinelli, per volgersi invece verso i dittami tanto della Scuola di Posillipo
    che di Nicola Palizzi (suo maestro); dalla medesima tendenza a poetizzare il dato reale nascerà in seguito l’assoluto
    capolavoro del Dalbono, di insuperato successo, “La leggenda delle sirene” (1871).
    Stima minima €3000
    Stima massima €5000
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