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ASTA N. 158 - DIPINTI DEL XIX E XX SECOLO

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  • Lot 46  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876) Sorrento acquerello su carta cm 16x23 firmato in basso a sinistra: G. Gigante
    STIMA:
    min € 4500 - max € 6500
  • Lot 47  

    Rossano Federico

    Rossano Federico Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912) Paesaggio francese con armenti olio su tela, cm 37x45 firmato in basso a sinistra: Rossano a tergo: timbro e cartiglio Galleria Mediterranea, Napoli; Mostra di quattro Maestri della pittura dell'800 napoletano Rossano, Pratella, Ragione, Migliaro; Proveneinza: Gall. Mediterranea, Napoli; coll. privata, Modena Bibliografia: R.Caputo, Federico Rossano, Grimaldi C. Ed. Napoli 2000 tav XVIII

    La rapida pennellata con cui Federico Rossano evidentemente realizzò quest’opera dalla ricca storia espositiva fa sorgere più di una associazione mentale fra l’artista nostrano ed il ben noto Impressionismo francese, collegamento che pure Rossano stesso scoprì effettivamente (e forse con una certa sorpresa) allorché, a Parigi nel 1876 in occasione dell’esposizione al locale Salon del suo “Fiera dei buoi a Capodichino” (che già precedentemente premiato all’Universale viennese condivide in un certo qual modo parte del soggetto della tela in asta), cominciò a conoscere l’ambiente artistico dei luoghi in cui sarebbe poi rimasto fino agli anni Novanta del secolo: proprio come i primi impressionisti infatti, il nostro pure era solito fissare i motivi dei suoi dipinti con grande immediatezza per poi concluderli rapidamente (solitamente senza sottoporli a successivi ritocchi).
    La predominanza delle gamme del grigio e del verde, pure presenti nella produzione del Rossano fin dai suoi esordi (prima dal vago posillipismo, poi di convinta adesione al manifesto della Scuola di Resina, di cui l’artista fu fra i fondatori), stabiliscono inoltre un ulteriore collegamento con l’arte d’oltralpe, ovvero con la pittura di paesaggio di Camille Corot, che nella sua fase più tarda certo condivise certi stilemi e più in generale la temperie delle opere di Rossano; non va in proposito dimenticato che l’eredità corottiana del resto fu maggiormente colta dalla Scuola di Barbizon cui il nostro si unì proprio in Francia, adottando con entusiasmo l’ideale di completa fusione con la natura di cui quel gruppo si faceva peculiare promotore.
    STIMA:
    min € 5000 - max € 8000
  • Lot 48  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1939) Profilo di donna olio su tela, cm 62x48 firmato in basso a destra: Migliaro a tergo: cartiglio Galleria Pesaro, Milano Provenienza: Galleria Pesaro, Milano; Coll. privata, Venezia; Coll. privata, Napoli Esposizioni: Milano 1927 Bibliografia: Mostra di Vincenzo Gemito, Vincenzo Caprile, Vincenzo Migliaro, Galleria Pesaro,Bestetti e Tumminelli, Ed. Milano 1927, n° ord. 4

    L’arte del cammeo, spesso associata alla lavorazione del corallo, ha origini assai antiche (secondo alcuni addirittura mitologiche) ma, come è noto, raggiunse il proprio apice nel Meridione d’Italia fra diciottesimo e diciannovesimo secolo sotto le spinte della casa Borbone.
    Ciò che spesso si trascura se non finanche ignora della formazione artistica di Vincenzo Migliaro, di cui si ricordano per lo più le meravigliose scene schiettamente partenopee, è proprio il suo apprendistato come intagliatore di corallo e madreperla, allorché ancora ragazzino frequentò per volere del padre la Società Centrale Operaia Napoletana presso il vecchio monastero dell’Egiziaca a Pizzofalcone. Seguirono poi gli insegnamenti di Lista e, nel periodo di studi presso il Real Istituto di Belle Arti cittadino, quelli di Maldarelli e Raffaele Postiglione: è chiaro insomma che Migliaro si formò prima nella scultura e nella modellazione delle figure e solo in seguito nella pittura (sotto Morelli), così che quest’arte finì all’interno della produzione dell’autore per essere inevitabilmente influenzata dalla prima. Come è stato infatti già notato da penne autorevoli, i molti soggetti femminili di Migliaro (fin dalla “Testa di giovane donna” che valse all’artista ancora giovane il secondo premio di un concorso nazionale di pittura) adottano stilemi indubbiamente scultorei ed anzi spesso riferibili proprio all’arte dei cammei nello specifico, quali innanzitutto una marcata linea disegnativa o meglio ancora lo “sbalzo” cromatico che permette ai volti di staccarsi con forza dal fondo dei dipinti. L’opera proposta in asta, nella scelta di una posa di profilo, nella riccioluta chioma della modella, nonché infine nel fondo vermiglio, parrebbe confermare quanto affermato poc’anzi, richiamando evidentemente i bei monili in corallo coi quali s’agghindavano le signore al tempo dell’autore della tela.
    STIMA:
    min € 6000 - max € 8000
  • Lot 49  

    Toma Gioacchino

    Toma Gioacchino Toma Gioacchino (Galatina,LE 1836 - Napoli 1891) Lo stato civile olio su tela cm. 100x80
    STIMA:
    min € 4000 - max € 6000
  • Lot 50  

    Chialiva Luigi

    Chialiva Luigi Chialiva Luigi (Caslano, Canton Ticino 1842 – Parigi 1914) Pastorelle con pecore olio su tela, cm 65,5x85,5 firmato in basso a destra: L. Chialiva

    Originario di Caslano nel Canton Ticino, Luigi Chialiva crebbe in un ambiente fortemente politicizzato, conoscendo ancora molto giovane uomini del calibro di Cattaneo e Mazzini nonché divenendo allievo dell’esule ed architetto Gottfried Semper (progettista dell’Opera di Dresda) a Zurigo. Tale ambito di studi tuttavia fu poi lasciato per uno specifico interesse verso la pittura, in cui il nostro si formò a Milano presso Fontanesi e Carlo Mancini prima di iscriversi ufficialmente all’Accademia di Brera.
    Già potendo vantare la partecipazione a varie esposizioni nonché alcuni riconoscimenti come artista, Chialiva scoprì il brulicante ambiente culturale parigino in occasione dell’Universale del 1867 e si trasferì in città pochi anni più tardi (dopo la morte del padre). Prediligendo pitture di paesaggio e di animali, Luigi seppe cavalcare le nuove tendenze artistiche locali del tempo accontentando con le proprie opere il crescente gusto per i soggetti rustici, così da conquistare addirittura un contratto col celebre mercante Adolphe Goupil. Il nostro s’avvicinò inoltre ai connazionali De Nittis e Boldini, nonché a Degas che in fondo pure aveva lontane ascendenze italiche, e che pare custodisse qualche opera del Chialiva nella propria collezione personale.
    Trasferitosi nel villaggio di Ecouen, Luigi ospitò con rinomata generosità vari artisti che finirono poi per stabilirsi anch’essi nella zona, dando così il via ad una vera e propria scuola pittorica; sostò in quei luoghi anche Camille Corot, imprescindibile punto di riferimento per il paesaggismo francese del tempo.
    L’opera in asta restituisce probabilmente ciò che Chialiva poteva studiare ed ammirare proprio dalla casa di Ecouen, e del resto è evidente nello stile del dipinto tutta l’influenza esercitata sull’autore dalle più aggiornate tendenze d’oltralpe. La scelta e la raffigurazione delle due piccole protagoniste lasciano pensare inoltre a certe comunanze con un altro grande protagonista della scena artistica dell’epoca, William-Adolphe Bouguereau.
    STIMA:
    min € 16000 - max € 24000
  • Lot 51  

    Palizzi Filippo

    Palizzi Filippo Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Cavalli in amore olio su tela cm 31x44,5 firmato in basso a sinistra: Fil. Palizzi

    Nella carriera di Filippo Palizzi il rapporto tra l’artista ed il mondo animale occupa come è noto uno spazio assai cospicuo, e non a caso nella vasta bibliografia sull’autore ricorre spesso in suo proposito la precisa espressione di “realismo animalista”.
    Se in effetti il rapporto appena citato potrebbe essere fatto risalire già ai primi anni di vita del nostro artista, quando egli con i molti fratelli e sorelle modellava in creta elementi del presepio, per un più significativo confronto bisognò attendere gli anni napoletani, quando Filippo, pur avendo abbandonato gli studi accademici al Real Istituto di Belle Arti, per partecipare ugualmente ai concorsi da esso banditi prese a ritrarre animali dal vero nelle campagne.
    In una prima fase, coincidente grosso modo col quinto decennio dell’Ottocento, il Palizzi in realtà non dovette nella rappresentazione del mondo animale comportarsi molto differentemente da quanto già andava facendo per i costumi popolari, dividendosi cioè tra visione concreta del reale e studio di repertori di incisioni altrui: nel campo specifico della raffigurazione di equini fu ad esempio piuttosto logico ispirarsi ad opere inglesi, principalmente (a quanto sappiamo da documenti e confronti stilistici) quelle di John Frederick Herring.
    Un cambiamento di rotta sensibile, o meglio un ribaltamento della situazione di partenza, si verificò invece nel corso degli anni Sessanta, quando cioè Filippo si convinse del fatto che gli animali fossero in realtà ben più interessanti da rappresentare degli uomini stessi, e per una motivazione non in qualche modo etica quanto piuttosto puramente estetica: l’attenzione veniva così tutta a concentrarsi nella resa della primordiale comunione tra fauna e flora nonché dei molteplici effetti ottici determinati dal diverso posarsi della luce sul pelo ferino. A testimonianza di questa sfida rimane l’opera proposta in cui, in uno spazio recintato che lascia solo sottintendere la presenza umana, stanno alcuni cavalli a ruminare, dei quali i due in primo piano presentano in effetti sul manto vellutato un sapiente gioco chiaroscurale che modella ed esalta tangibilmente i possenti muscoli sottostanti, quasi fossimo in presenza di una scultura tridimensionale piuttosto che di un semplice dipinto.
    STIMA:
    min € 8000 - max € 13000
  • Lot 52  

    De Gregorio Marco

    De Gregorio Marco De Gregorio Marco (Resina, NA 1829 - 1876) Preghiera araba olio su tela, cm 70x32 firmato e datato in basso a sinistra: De Gregorio 1870 Provenienza: Coll. Accardi, Napoli; Coll. privata, Napoli

    L’Oriente è nell’Ottocento tanto oggetto di curiosità scientifica che meta esotica di pellegrinaggio o meglio di fuga dal mondo occidentale (sempre più meccanicizzato ed opprimente) in cerca di un’esistenza più semplice ed autentica; permeando questo “Orientalismo” svariati aspetti della vita umana anche le arti ne subirono inevitabilmente il fascino, e ben presto fra i vari pittori andarono distinguendosi coloro che fecero tramite uno o più viaggi effettiva esperienza del mondo orientale rispetto agli altri che invece si limitarono a restituirne solo fantasiose rappresentazioni.
    Marco De Gregorio, che fu fra i fondatori della cosiddetta Scuola di Resina, nata in aperta opposizione al sentimentalismo romantico e più in generale ad ogni pittura non rigorosamente aderente al vero, non poté dunque esimersi dal partire, e fu in effetti in Egitto dal 1869 al 1871 ospite del viceré (poi khedivè) Isma’il Pascià, uomo di potere a sua volta profondamente affascinato dalla cultura europea: per sua iniziativa infatti il nuovo teatro d’opera del Cairo fu inaugurato (in occasione del completamento del Canale di Suez) con l’Aida di Giuseppe Verdi, e sappiamo da Francesco Netti che fu proprio De Gregorio a dipingere il sipario per il teatro suddetto, nonché che egli rifiutò poi l’incarico propostogli dal khedivè in persona di rimanere in Egitto quale direttore della scenografia della neonata Opera.
    Non discostandosi affatto dai principii fondamentali della Scuola di Resina il nostro autore s’adoperò anche in Egitto in una pittura assolutamente realista (e all’insegna di una peculiare indagine luministica), ed anche al suo ritorno in Campania egli portò con sé materiali sufficienti a dedicarsi ancora un po’ al filone orientalista senza alcuna concessione alle fantasie esotiste tanto in voga al tempo. La rara produzione di De Gregorio all’insegna di questo filone si colloca tuttavia nel problematico orizzonte di una più generale dispersione della sua opera, tanto che oggi fra proprietà pubbliche e private si conosce giusto una scarsa decina di dipinti che testimoniano il viaggio in Egitto dell’autore, mentre si hanno tracce dell’esposizione in occasione delle promotrici locali del 1871 e dell’anno successivo di “Tipi arabi”, “Conversazione nella moschea” e “Arabo che prega nella moschea”, quest’ultima da identificarsi forse con la tela qui proposta.
    STIMA:
    min € 8000 - max € 15000
  • Lot 53  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876) Sorrento dalla casa del Tasso olio su carta rip. su cartone, cm 51,5x71 firmato in basso a sinistra: G. Gigante

    Celebre soprattutto per la vasta produzione ad acquerello, tecnica appressa insieme all’acquatinta frequentando con Achille Vianelli lo studio del pittore tedesco J. W. Hüber, Giacinto Gigante viene comunemente associato ad un altro maestro d’oltralpe, ovvero A. S. van Pitloo il quale, docente di Paesaggio presso il Real Istituto di Belle Arti di Napoli, diede avvio col nostro ed altri alla rinomata Scuola di Posillipo, prima rivoluzione artistica in seno all’Ottocento partenopeo che, superando il vedutismo del secolo precedente, conferiva grande importanza all’interpretazione lirica che l’artista restituiva di quanto egli percepisse attorno a sé; presso il Pitloo inoltre Gigante prese a sperimentare come è noto la pittura ad olio, collegandosi tramite il proprio mentore alla lunga tradizione pittorica nordica.
    L’opera proposta costituisce una delle più versioni che il Gigante ha realizzato (tra acquerelli ed olii) della stessa veduta, tutte databili fra la fine degli anni Trenta del diciannovesimo secolo e gli inizi del decennio successivo; al contrario di quelle tuttavia, quest’olio specifico presenta dettagli di straordinaria modernità, quali la resa del fondale marino con tutte le sue variazioni cromatiche in primo piano, esito di una ricerca luministica che l’autore andò perpetuando proprio a proposito dei paesaggi sorrentini (ove egli si trasferì finanche per un breve periodo a seguito delle insurrezioni antiborboniche). La casa ove nacque nel sedicesimo secolo Torquato Tasso, costruita sul cosiddetto “Prospetto” ed a picco sul mare, purtroppo rovinò in gran parte in acqua già verso la metà del Settecento, tuttavia già al tempo di Gigante i suoi ruderi (e quelli di una preesistente villa romana) erano stati inglobati nell’albergo (oggi Imperial Hotel) Tramontano.
    STIMA:
    min € 8000 - max € 12000
  • Pitloo Antonio Sminck Pitloo Antonio Sminck Pitloo Antonio Sminck (Arnhem 1790 - Napoli 1837)Napoli dal Pascone olio su carta rip. su tavola, cm 15,5x22 Provenienza. Grisebach, Berlino; coll. privata, Napoli

    Formatosi ovviamente nella nativa Olanda e poi nella Francia napoleonica, Anton Sminck van Pitloo sviluppò la propria arte più peculiare in Italia, soggiornando fra Roma e (poi definitivamente) Napoli, ove indulgendo inizialmente sul vedutismo hackertiano tanto in voga nella corte borbonica il nostro riscosse un rapido successo, venendo in breve tempo a conquistare la cattedra di Paesaggio presso il Real Istituto di Belle Arti locale. La ricerca artistica del Pitloo era allora tuttavia appena agli inizi, e condusse poi come è noto al primo grande rinnovamento che la pittura partenopea affrontò nel diciannovesimo secolo, ovvero l’esperienza della Scuola di Posillipo. Terreno prediletto di sperimentazione furono con ogni probabilità i molti olii di piccolo formato che l’autore ebbe modo di realizzare nella sua pur breve vita, i quali ci restituiscono così tutta l’evoluzione di un grande percorso artistico di indiscusso valore.
    Nell’opera proposta Pitloo pertanto mostra d’aver già recepito e rielaborato la lezione dei paesaggisti inglesi Richard Parkes Bonington (il quale ebbe modo di influenzare d’influenzare anche i barbisonnier e Camille Corot, pure fra i modelli del nostro) e soprattutto Joseph Mallord William Turner, arrivando a smaterializzare le proprie pennellate in una vera e propria pittura di macchia impressionista. Il paesaggio raffigurato, già oggetto di altri dipinti dell’autore (uno al Correale di Sorrento, l’altro in collezione privata e datato 1828), mostra lontanissimo all’orizzonte il profilo urbano di Napoli visto dal Pascone, ovvero da quell’area delle paludi che circondavano la città in cui si seminava un composto di rape, lupini, fave, orzo e avena tanto per fertilizzare il suolo che per alimentare il bestiame. Il vasto territorio palustre andò in vero incontro a vari interventi di bonifica fin dall’antichità, costituendo già allora un limite problematico all’espansione urbanistica; il primo progetto realmente incisivo sul tema si ebbe tuttavia solo nell’età del Viceregno spagnolo, allorché con i Regi Lagni, ovvero un sistema di lunghi canali rettilinei, l’architetto Domenico Fontana pose finalmente fine alle frequenti inondazioni del fiume Clanio (o Lanio).
    STIMA:
    min € 8000 - max € 10000
  • Lot 55  

    Brancaccio Carlo

    Brancaccio Carlo Brancaccio Carlo (Napoli 1861-1920) Mergellina olio su tela cm 65x81 firmato e iscritto in basso a destra: C. Brancaccio Napoli
    STIMA:
    min € 9000 - max € 13000
  • Lot 56  

    Scoppetta Pietro

    Scoppetta Pietro Scoppetta Pietro (Amalfi, SA 1863 - Napoli 1920) Caffè de la Paix olio su tela cm 39x63 firmato e iscritto in basso a sinistra: P. Scoppetta Paris Provenienza: Gall. Nuova Bianchi d'Espinosa, Napoli; Gall Vittoria Colonna, Napoli; coll. privata Modena Bibliografia: Ottocento Italiano Vol. 2 1998-1999, Novara, Ed.De Agostini; L. Martorelli – R. Caputo, La Pittura italiana dell’Ottocento nelle collezioni private italiane. L’Ottocento Napoletano dalla veduta alla trasfigurazione del vero, Catalogo “Vittoria Colonna”, n.11, Napoli 2003, pp 94-95; R. Caputo, La Pittura napoletana del II Ottocento, Di Mauro Editore, Sorrento (NA) 2017, p.382

    Pittore della costiera amalfitana, allievo di Gaetano Capone e Giacomo Di Chirico, Pietro Scoppetta è oggi noto al grande pubblico specialmente per i numerosi schizzi di indubbio gusto europeo piuttosto che campano, disegni e dipinti realizzati con grande immediatezza ed una pennellata col tempo sempre più rapida nel corso dei frequenti viaggi all’estero dell’autore; complici la formazione romana ed un costante lavoro da grafico, lo stile di Scoppetta raggiunse piena maturazione col trasferimento a Parigi (centro culturale ed artistico dell’epoca), ove la produzione del nostro risulta a conti fatti accomunabile a certi esiti del conterraneo De Nittis e soprattutto alle opere del ferrarese Boldini; anche la tavolozza dell’artista andò via via semplificandosi, riducendosi ad un numero davvero ristretto di colori coi quali però egli riuscì a restituire un ventaglio assai vasto di gamme cromatiche. I soggetti, infine, si adeguarono come s’è accennato al gusto dell’alta borghesia del tempo, favorendo ambienti à la page e soprattutto raffinate ed ammiccanti modelle.
    L’opera proposta sintetizza perfettamente tutto quanto scritto finora, costituendo un ritorno ancora più sintetico di un soggetto già esplorato dall’autore, nonché da molti altri artisti di allora. Il Café de la Paix infatti, oggi monumento parigino ufficiale ma costruito nel 1862 come parte del rinnovamento haussmaniano dall’architetto Alfred Armand, integrato nell’omonimo Grand-Hôtel ed in pieno stile Napoleone III, fu presto meta della crème degli intellettuali e degli artisti locali ed internazionali, grazie anche alla sua posizione assai prossima all’Opéra Garnier. Set cinematografico di frequente, apparso addirittura nelle animazioni di Walt Disney, il Café fu oggetto come s’accennava di molti dipinti (generalmente impressionisti), fra i quali si distinguono quelli del russo Kostantin Korovin.
    STIMA:
    min € 30000 - max € 40000
  • Lot 57  

    Rossano Federico

    Federico Rossano Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912) Effetto di neve olio su tela, cm 38x67,5 siglato in basso a destra: R.

    Il titolo conferito all’opera da un vecchio cartiglio presente sul retro della stessa, ovvero “Effetto di neve”, ben descrive la spirito con cui l’autore con ogni probabilità la realizzò: in Francia sin dal 1876, Federico Rossano infatti prese ivi a schiarire la propria tavolozza cromatica (caratteristicamente malinconica coi molti e vari toni di grigio e verde nel periodo napoletano e più precisamente porticese) aggiungendovi il rosa e l’arancio, con l’intento preciso di studiare la luce ed appunto gli effetti che il suo variare produceva sui paesaggi (da sempre oggetto prediletto della sua produzione); ovvio risulta allora un certo interesse peculiare per le scene innevate, ove i prevalenti bianchi finiscono inevitabilmente per restituire assai potenziate le variazioni di tono luministiche.
    Nel raggiungimento di tali esiti Rossano fu senza dubbio debitore della Scuola di Barbizon (cui egli si avvicinò stringendo una solida amicizia con Pissarro) e del suo fondatore Millet, nonché di Camille Corot, ricollegandosi in qualche modo così alla grande tradizione paesaggistica fiamminga, da cui il nostro ereditò senza dubbio tanto la costruzione delle sue scene per piani degradanti verso l’orizzonte, quanto il contrasto ancora in chiave chiaroscurale tra le forme più prossime all’osservatore ed i cieli tersi contro cui esse si stagliano, elementi evidentemente presenti entrambi nella tela proposta in asta.
    STIMA:
    min € 13000 - max € 18000
  • Lot 58  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) L'abbeveratoio olio su tavola, cm 46x37 firmato, datato e iscritto in basso a sinistra: G. Palizzi 51 Paris

    L’opera proposta si data a pochi anni dopo il noto trasferimento di Giuseppe Palizzi in Francia, dopo gli aspri scontri che lo video opposto nell’ambiente napoletano a Gabriele Smargiassi tanto sul piano politico che su quello estetico: da fratello di Filippo infatti, Giuseppe non poté non condividerne i nuovi e rivoluzionari ideali di aderenza al vero, ed anzi finì per farne da tramite con le contemporanee tendenza d’oltralpe, allorché il nostro stabilitosi a Passy, presso la foresta di Fontainebleau, entrò in contatto per poi stringere una solida amicizia con i membri della giovane scuola di Barbizon provenienti da Marlotte. L’aderenza agli ideali barbisonnier, sorprendentemente simili in fondo a quanto Filippo Palizzi portava avanti a Napoli, si tradussero tuttavia nei dipinti di Giuseppe in uno stile pittorico a piccole taches di colore che non furono mai proprie del fratello minore, e che sono appunto ben visibili nella tela in asta; qui poi oltre all’ispirazione corottiana condivisa ovviamente da un po’ tutti gli artisti di Fontainebleau s’intravede anche l’influenza del caposcuola Jean-François Millet nel soggetto contadino col tipico caseggiato locale. L’atmosfera generale risulta tuttavia non scevra di un certo lirismo che l’autore conservò quasi sempre all’interno della propria produzione e che egli ereditò con ogni probabilità da quella scuola di paesaggio ancora romantica di cui Smargiassi fu rappresentante e dalla quale Giuseppe Palizzi tentò, evidentemente invano, di affrancarsi.
    STIMA:
    min € 4000 - max € 7000
  • Lot 59  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Napoli 1852 -1930) Profilo di bimbo olio su tavola, cm 18x14,5 firmato in basso a destra: Mancini Provenienza: Coll. privata, Mailno; coll. privata, Napoli

    La primissima formazione artistica di Antonio Mancini avvenne come è noto presso lo studio di Stanislao Lista, ove il nostro conobbe anche Vincenzo Gemito col quale strinse un lungo sodalizio: avviato dunque sin da subito alle nuove poetiche del vero che andavano allora via via diffondendosi nel mondo artistico partenopeo, Mancini (e così Gemito) ebbe come iniziali modelli soggetti provenienti dai più umili ceti sociali locali ed in particolar modo guappi e scugnizzi ch’erano soliti giocare nel chiostro ove l’autore aveva un piccolo studio (fra questi il più noto a noi fu Luigi Gianchetti o Luigiello), protagonisti così di alcuni indiscussi capolavori manciniani.
    Se tuttavia come è facile immaginare non doveva essere certo facile la vita al tempo per un giovane artista, spesso preda di privazioni tali da rendere problematico finanche il reperimento dei materiali per le proprie opere, tali difficoltà furono con ogni probabilità ancora peggiori per Mancini, che anzi visse lungamente in condizioni economiche assai precarie (almeno fino alla più tarda amicizia con Peppino Giosi), tutto preso com’era dalla propria ricerca poetica tanto da trascurare la vendita delle proprie produzioni; per ovviare a tale instabilità il nostro fu allora solito realizzare una folta serie di piccole tavole di rapida realizzazione (con pennellate vagamente impressioniste) da barattare coi propri creditori: l’opera in asta ne fu con ogni probabilità un esemplare.
    STIMA:
    min € 4000 - max € 7000
  • Lot 60  

    Morelli Domenico

    Domenico Morelli Morelli Domenico (Napoli 1823 - 1901) Ritratto femminile olio su tela cm 53x26,5 firmato in basso a destra: D. Morelli

    Considerando la quantità di ritratti di Domenico Morelli che, a lungo sconosciuti, continuano a riemergere dalle varie collezioni private per immettersi sul mercato, ci si augura che in futuro si possa delineare uno studio più approfondito di questa vasta produzione che ha accompagnato nel tempo un po’ tutta la ricerca di questo autore, così da restituire una ancora più chiara immagine di uno dei più grandi artisti che l’arte napoletana abbia mai annoverato nella sua lunga storia.
    Facendosi pressoché dal nulla infatti, Morelli rinnovò radicalmente insieme a Filippo Palizzi l’intero panorama artistico partenopeo, ponendosi poi come interlocutore imprescindibile di ogni dibattito che al tempo si volesse sviluppare sul tema dentro e fuori le mura della città, vero e proprio sovrano della pittura napoletana.
    Una posizione di tale, indubbio prestigio non poté che procurare all’autore molteplici committenze, e difatti fioccarono di conseguenza i molti ritratti di cui s’accennava poc’anzi e di cui solo una piccola parte è stata poi musealizzata. Se il genere ritrattistico per sua natura richiede tuttavia una rigorosa precisione ed una stretta aderenza al vero, qualità che certo non mancavano al Morelli né nella teoria estetica che nella pratica disegnativa a lui tanto cara, una serie di dipinti di questo specifico ambito deviano dai comuni dittami per lasciarsi andare ad una più libera sperimentazione artistica, segno che l’autore amava evidentemente in questo genere anche per gusto personale e non solo per accontentare la propria clientela. L’opera proposta appartiene con ogni probabilità a quest’ultimo filone, mostrando la pennellata a taches di colore che il Morelli adottò a partire dagli anni Sessanta e Settanta del diciannovesimo secolo, nel corso del suo periodo orientalista e negli anni successivi, avendo recepito la lezione dell’amico spagnolo Marià Fortuny i Marsal.
    STIMA:
    min € 6000 - max € 9000
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  • Lotto 46  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876) Sorrento acquerello su carta cm 16x23 firmato in basso a sinistra: G. Gigante
    STIMA min € 4500 - max € 6500

    Lot 46  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876) Sorrento acquerello su carta cm 16x23 firmato in basso a sinistra: G. Gigante


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  • Lotto 47  

    Rossano Federico

    Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912) Paesaggio francese con armenti olio su tela, cm 37x45 firmato in basso a sinistra: Rossano a tergo: timbro e cartiglio Galleria Mediterranea, Napoli; Mostra di quattro Maestri della pittura dell'800 napoletano Rossano, Pratella, Ragione, Migliaro; Proveneinza: Gall. Mediterranea, Napoli; coll. privata, Modena Bibliografia: R.Caputo, Federico Rossano, Grimaldi C. Ed. Napoli 2000 tav XVIII

    La rapida pennellata con cui Federico Rossano evidentemente realizzò quest’opera dalla ricca storia espositiva fa sorgere più di una associazione mentale fra l’artista nostrano ed il ben noto Impressionismo francese, collegamento che pure Rossano stesso scoprì effettivamente (e forse con una certa sorpresa) allorché, a Parigi nel 1876 in occasione dell’esposizione al locale Salon del suo “Fiera dei buoi a Capodichino” (che già precedentemente premiato all’Universale viennese condivide in un certo qual modo parte del soggetto della tela in asta), cominciò a conoscere l’ambiente artistico dei luoghi in cui sarebbe poi rimasto fino agli anni Novanta del secolo: proprio come i primi impressionisti infatti, il nostro pure era solito fissare i motivi dei suoi dipinti con grande immediatezza per poi concluderli rapidamente (solitamente senza sottoporli a successivi ritocchi).
    La predominanza delle gamme del grigio e del verde, pure presenti nella produzione del Rossano fin dai suoi esordi (prima dal vago posillipismo, poi di convinta adesione al manifesto della Scuola di Resina, di cui l’artista fu fra i fondatori), stabiliscono inoltre un ulteriore collegamento con l’arte d’oltralpe, ovvero con la pittura di paesaggio di Camille Corot, che nella sua fase più tarda certo condivise certi stilemi e più in generale la temperie delle opere di Rossano; non va in proposito dimenticato che l’eredità corottiana del resto fu maggiormente colta dalla Scuola di Barbizon cui il nostro si unì proprio in Francia, adottando con entusiasmo l’ideale di completa fusione con la natura di cui quel gruppo si faceva peculiare promotore.
    STIMA min € 5000 - max € 8000

    Lot 47  

    Rossano Federico

    Rossano Federico Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912) Paesaggio francese con armenti olio su tela, cm 37x45 firmato in basso a sinistra: Rossano a tergo: timbro e cartiglio Galleria Mediterranea, Napoli; Mostra di quattro Maestri della pittura dell'800 napoletano Rossano, Pratella, Ragione, Migliaro; Proveneinza: Gall. Mediterranea, Napoli; coll. privata, Modena Bibliografia: R.Caputo, Federico Rossano, Grimaldi C. Ed. Napoli 2000 tav XVIII

    La rapida pennellata con cui Federico Rossano evidentemente realizzò quest’opera dalla ricca storia espositiva fa sorgere più di una associazione mentale fra l’artista nostrano ed il ben noto Impressionismo francese, collegamento che pure Rossano stesso scoprì effettivamente (e forse con una certa sorpresa) allorché, a Parigi nel 1876 in occasione dell’esposizione al locale Salon del suo “Fiera dei buoi a Capodichino” (che già precedentemente premiato all’Universale viennese condivide in un certo qual modo parte del soggetto della tela in asta), cominciò a conoscere l’ambiente artistico dei luoghi in cui sarebbe poi rimasto fino agli anni Novanta del secolo: proprio come i primi impressionisti infatti, il nostro pure era solito fissare i motivi dei suoi dipinti con grande immediatezza per poi concluderli rapidamente (solitamente senza sottoporli a successivi ritocchi).
    La predominanza delle gamme del grigio e del verde, pure presenti nella produzione del Rossano fin dai suoi esordi (prima dal vago posillipismo, poi di convinta adesione al manifesto della Scuola di Resina, di cui l’artista fu fra i fondatori), stabiliscono inoltre un ulteriore collegamento con l’arte d’oltralpe, ovvero con la pittura di paesaggio di Camille Corot, che nella sua fase più tarda certo condivise certi stilemi e più in generale la temperie delle opere di Rossano; non va in proposito dimenticato che l’eredità corottiana del resto fu maggiormente colta dalla Scuola di Barbizon cui il nostro si unì proprio in Francia, adottando con entusiasmo l’ideale di completa fusione con la natura di cui quel gruppo si faceva peculiare promotore.


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  • Lotto 48  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1939) Profilo di donna olio su tela, cm 62x48 firmato in basso a destra: Migliaro a tergo: cartiglio Galleria Pesaro, Milano Provenienza: Galleria Pesaro, Milano; Coll. privata, Venezia; Coll. privata, Napoli Esposizioni: Milano 1927 Bibliografia: Mostra di Vincenzo Gemito, Vincenzo Caprile, Vincenzo Migliaro, Galleria Pesaro,Bestetti e Tumminelli, Ed. Milano 1927, n° ord. 4

    L’arte del cammeo, spesso associata alla lavorazione del corallo, ha origini assai antiche (secondo alcuni addirittura mitologiche) ma, come è noto, raggiunse il proprio apice nel Meridione d’Italia fra diciottesimo e diciannovesimo secolo sotto le spinte della casa Borbone.
    Ciò che spesso si trascura se non finanche ignora della formazione artistica di Vincenzo Migliaro, di cui si ricordano per lo più le meravigliose scene schiettamente partenopee, è proprio il suo apprendistato come intagliatore di corallo e madreperla, allorché ancora ragazzino frequentò per volere del padre la Società Centrale Operaia Napoletana presso il vecchio monastero dell’Egiziaca a Pizzofalcone. Seguirono poi gli insegnamenti di Lista e, nel periodo di studi presso il Real Istituto di Belle Arti cittadino, quelli di Maldarelli e Raffaele Postiglione: è chiaro insomma che Migliaro si formò prima nella scultura e nella modellazione delle figure e solo in seguito nella pittura (sotto Morelli), così che quest’arte finì all’interno della produzione dell’autore per essere inevitabilmente influenzata dalla prima. Come è stato infatti già notato da penne autorevoli, i molti soggetti femminili di Migliaro (fin dalla “Testa di giovane donna” che valse all’artista ancora giovane il secondo premio di un concorso nazionale di pittura) adottano stilemi indubbiamente scultorei ed anzi spesso riferibili proprio all’arte dei cammei nello specifico, quali innanzitutto una marcata linea disegnativa o meglio ancora lo “sbalzo” cromatico che permette ai volti di staccarsi con forza dal fondo dei dipinti. L’opera proposta in asta, nella scelta di una posa di profilo, nella riccioluta chioma della modella, nonché infine nel fondo vermiglio, parrebbe confermare quanto affermato poc’anzi, richiamando evidentemente i bei monili in corallo coi quali s’agghindavano le signore al tempo dell’autore della tela.
    STIMA min € 6000 - max € 8000

    Lot 48  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1939) Profilo di donna olio su tela, cm 62x48 firmato in basso a destra: Migliaro a tergo: cartiglio Galleria Pesaro, Milano Provenienza: Galleria Pesaro, Milano; Coll. privata, Venezia; Coll. privata, Napoli Esposizioni: Milano 1927 Bibliografia: Mostra di Vincenzo Gemito, Vincenzo Caprile, Vincenzo Migliaro, Galleria Pesaro,Bestetti e Tumminelli, Ed. Milano 1927, n° ord. 4

    L’arte del cammeo, spesso associata alla lavorazione del corallo, ha origini assai antiche (secondo alcuni addirittura mitologiche) ma, come è noto, raggiunse il proprio apice nel Meridione d’Italia fra diciottesimo e diciannovesimo secolo sotto le spinte della casa Borbone.
    Ciò che spesso si trascura se non finanche ignora della formazione artistica di Vincenzo Migliaro, di cui si ricordano per lo più le meravigliose scene schiettamente partenopee, è proprio il suo apprendistato come intagliatore di corallo e madreperla, allorché ancora ragazzino frequentò per volere del padre la Società Centrale Operaia Napoletana presso il vecchio monastero dell’Egiziaca a Pizzofalcone. Seguirono poi gli insegnamenti di Lista e, nel periodo di studi presso il Real Istituto di Belle Arti cittadino, quelli di Maldarelli e Raffaele Postiglione: è chiaro insomma che Migliaro si formò prima nella scultura e nella modellazione delle figure e solo in seguito nella pittura (sotto Morelli), così che quest’arte finì all’interno della produzione dell’autore per essere inevitabilmente influenzata dalla prima. Come è stato infatti già notato da penne autorevoli, i molti soggetti femminili di Migliaro (fin dalla “Testa di giovane donna” che valse all’artista ancora giovane il secondo premio di un concorso nazionale di pittura) adottano stilemi indubbiamente scultorei ed anzi spesso riferibili proprio all’arte dei cammei nello specifico, quali innanzitutto una marcata linea disegnativa o meglio ancora lo “sbalzo” cromatico che permette ai volti di staccarsi con forza dal fondo dei dipinti. L’opera proposta in asta, nella scelta di una posa di profilo, nella riccioluta chioma della modella, nonché infine nel fondo vermiglio, parrebbe confermare quanto affermato poc’anzi, richiamando evidentemente i bei monili in corallo coi quali s’agghindavano le signore al tempo dell’autore della tela.


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  • Lotto 49  

    Toma Gioacchino

    Toma Gioacchino (Galatina,LE 1836 - Napoli 1891) Lo stato civile olio su tela cm. 100x80
    STIMA min € 4000 - max € 6000

    Lot 49  

    Toma Gioacchino

    Toma Gioacchino Toma Gioacchino (Galatina,LE 1836 - Napoli 1891) Lo stato civile olio su tela cm. 100x80


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  • Lotto 50  

    Chialiva Luigi

    Chialiva Luigi (Caslano, Canton Ticino 1842 – Parigi 1914) Pastorelle con pecore olio su tela, cm 65,5x85,5 firmato in basso a destra: L. Chialiva

    Originario di Caslano nel Canton Ticino, Luigi Chialiva crebbe in un ambiente fortemente politicizzato, conoscendo ancora molto giovane uomini del calibro di Cattaneo e Mazzini nonché divenendo allievo dell’esule ed architetto Gottfried Semper (progettista dell’Opera di Dresda) a Zurigo. Tale ambito di studi tuttavia fu poi lasciato per uno specifico interesse verso la pittura, in cui il nostro si formò a Milano presso Fontanesi e Carlo Mancini prima di iscriversi ufficialmente all’Accademia di Brera.
    Già potendo vantare la partecipazione a varie esposizioni nonché alcuni riconoscimenti come artista, Chialiva scoprì il brulicante ambiente culturale parigino in occasione dell’Universale del 1867 e si trasferì in città pochi anni più tardi (dopo la morte del padre). Prediligendo pitture di paesaggio e di animali, Luigi seppe cavalcare le nuove tendenze artistiche locali del tempo accontentando con le proprie opere il crescente gusto per i soggetti rustici, così da conquistare addirittura un contratto col celebre mercante Adolphe Goupil. Il nostro s’avvicinò inoltre ai connazionali De Nittis e Boldini, nonché a Degas che in fondo pure aveva lontane ascendenze italiche, e che pare custodisse qualche opera del Chialiva nella propria collezione personale.
    Trasferitosi nel villaggio di Ecouen, Luigi ospitò con rinomata generosità vari artisti che finirono poi per stabilirsi anch’essi nella zona, dando così il via ad una vera e propria scuola pittorica; sostò in quei luoghi anche Camille Corot, imprescindibile punto di riferimento per il paesaggismo francese del tempo.
    L’opera in asta restituisce probabilmente ciò che Chialiva poteva studiare ed ammirare proprio dalla casa di Ecouen, e del resto è evidente nello stile del dipinto tutta l’influenza esercitata sull’autore dalle più aggiornate tendenze d’oltralpe. La scelta e la raffigurazione delle due piccole protagoniste lasciano pensare inoltre a certe comunanze con un altro grande protagonista della scena artistica dell’epoca, William-Adolphe Bouguereau.
    STIMA min € 16000 - max € 24000

    Lot 50  

    Chialiva Luigi

    Chialiva Luigi Chialiva Luigi (Caslano, Canton Ticino 1842 – Parigi 1914) Pastorelle con pecore olio su tela, cm 65,5x85,5 firmato in basso a destra: L. Chialiva

    Originario di Caslano nel Canton Ticino, Luigi Chialiva crebbe in un ambiente fortemente politicizzato, conoscendo ancora molto giovane uomini del calibro di Cattaneo e Mazzini nonché divenendo allievo dell’esule ed architetto Gottfried Semper (progettista dell’Opera di Dresda) a Zurigo. Tale ambito di studi tuttavia fu poi lasciato per uno specifico interesse verso la pittura, in cui il nostro si formò a Milano presso Fontanesi e Carlo Mancini prima di iscriversi ufficialmente all’Accademia di Brera.
    Già potendo vantare la partecipazione a varie esposizioni nonché alcuni riconoscimenti come artista, Chialiva scoprì il brulicante ambiente culturale parigino in occasione dell’Universale del 1867 e si trasferì in città pochi anni più tardi (dopo la morte del padre). Prediligendo pitture di paesaggio e di animali, Luigi seppe cavalcare le nuove tendenze artistiche locali del tempo accontentando con le proprie opere il crescente gusto per i soggetti rustici, così da conquistare addirittura un contratto col celebre mercante Adolphe Goupil. Il nostro s’avvicinò inoltre ai connazionali De Nittis e Boldini, nonché a Degas che in fondo pure aveva lontane ascendenze italiche, e che pare custodisse qualche opera del Chialiva nella propria collezione personale.
    Trasferitosi nel villaggio di Ecouen, Luigi ospitò con rinomata generosità vari artisti che finirono poi per stabilirsi anch’essi nella zona, dando così il via ad una vera e propria scuola pittorica; sostò in quei luoghi anche Camille Corot, imprescindibile punto di riferimento per il paesaggismo francese del tempo.
    L’opera in asta restituisce probabilmente ciò che Chialiva poteva studiare ed ammirare proprio dalla casa di Ecouen, e del resto è evidente nello stile del dipinto tutta l’influenza esercitata sull’autore dalle più aggiornate tendenze d’oltralpe. La scelta e la raffigurazione delle due piccole protagoniste lasciano pensare inoltre a certe comunanze con un altro grande protagonista della scena artistica dell’epoca, William-Adolphe Bouguereau.


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  • Lotto 51  

    Palizzi Filippo

    Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Cavalli in amore olio su tela cm 31x44,5 firmato in basso a sinistra: Fil. Palizzi

    Nella carriera di Filippo Palizzi il rapporto tra l’artista ed il mondo animale occupa come è noto uno spazio assai cospicuo, e non a caso nella vasta bibliografia sull’autore ricorre spesso in suo proposito la precisa espressione di “realismo animalista”.
    Se in effetti il rapporto appena citato potrebbe essere fatto risalire già ai primi anni di vita del nostro artista, quando egli con i molti fratelli e sorelle modellava in creta elementi del presepio, per un più significativo confronto bisognò attendere gli anni napoletani, quando Filippo, pur avendo abbandonato gli studi accademici al Real Istituto di Belle Arti, per partecipare ugualmente ai concorsi da esso banditi prese a ritrarre animali dal vero nelle campagne.
    In una prima fase, coincidente grosso modo col quinto decennio dell’Ottocento, il Palizzi in realtà non dovette nella rappresentazione del mondo animale comportarsi molto differentemente da quanto già andava facendo per i costumi popolari, dividendosi cioè tra visione concreta del reale e studio di repertori di incisioni altrui: nel campo specifico della raffigurazione di equini fu ad esempio piuttosto logico ispirarsi ad opere inglesi, principalmente (a quanto sappiamo da documenti e confronti stilistici) quelle di John Frederick Herring.
    Un cambiamento di rotta sensibile, o meglio un ribaltamento della situazione di partenza, si verificò invece nel corso degli anni Sessanta, quando cioè Filippo si convinse del fatto che gli animali fossero in realtà ben più interessanti da rappresentare degli uomini stessi, e per una motivazione non in qualche modo etica quanto piuttosto puramente estetica: l’attenzione veniva così tutta a concentrarsi nella resa della primordiale comunione tra fauna e flora nonché dei molteplici effetti ottici determinati dal diverso posarsi della luce sul pelo ferino. A testimonianza di questa sfida rimane l’opera proposta in cui, in uno spazio recintato che lascia solo sottintendere la presenza umana, stanno alcuni cavalli a ruminare, dei quali i due in primo piano presentano in effetti sul manto vellutato un sapiente gioco chiaroscurale che modella ed esalta tangibilmente i possenti muscoli sottostanti, quasi fossimo in presenza di una scultura tridimensionale piuttosto che di un semplice dipinto.
    STIMA min € 8000 - max € 13000

    Lot 51  

    Palizzi Filippo

    Palizzi Filippo Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Cavalli in amore olio su tela cm 31x44,5 firmato in basso a sinistra: Fil. Palizzi

    Nella carriera di Filippo Palizzi il rapporto tra l’artista ed il mondo animale occupa come è noto uno spazio assai cospicuo, e non a caso nella vasta bibliografia sull’autore ricorre spesso in suo proposito la precisa espressione di “realismo animalista”.
    Se in effetti il rapporto appena citato potrebbe essere fatto risalire già ai primi anni di vita del nostro artista, quando egli con i molti fratelli e sorelle modellava in creta elementi del presepio, per un più significativo confronto bisognò attendere gli anni napoletani, quando Filippo, pur avendo abbandonato gli studi accademici al Real Istituto di Belle Arti, per partecipare ugualmente ai concorsi da esso banditi prese a ritrarre animali dal vero nelle campagne.
    In una prima fase, coincidente grosso modo col quinto decennio dell’Ottocento, il Palizzi in realtà non dovette nella rappresentazione del mondo animale comportarsi molto differentemente da quanto già andava facendo per i costumi popolari, dividendosi cioè tra visione concreta del reale e studio di repertori di incisioni altrui: nel campo specifico della raffigurazione di equini fu ad esempio piuttosto logico ispirarsi ad opere inglesi, principalmente (a quanto sappiamo da documenti e confronti stilistici) quelle di John Frederick Herring.
    Un cambiamento di rotta sensibile, o meglio un ribaltamento della situazione di partenza, si verificò invece nel corso degli anni Sessanta, quando cioè Filippo si convinse del fatto che gli animali fossero in realtà ben più interessanti da rappresentare degli uomini stessi, e per una motivazione non in qualche modo etica quanto piuttosto puramente estetica: l’attenzione veniva così tutta a concentrarsi nella resa della primordiale comunione tra fauna e flora nonché dei molteplici effetti ottici determinati dal diverso posarsi della luce sul pelo ferino. A testimonianza di questa sfida rimane l’opera proposta in cui, in uno spazio recintato che lascia solo sottintendere la presenza umana, stanno alcuni cavalli a ruminare, dei quali i due in primo piano presentano in effetti sul manto vellutato un sapiente gioco chiaroscurale che modella ed esalta tangibilmente i possenti muscoli sottostanti, quasi fossimo in presenza di una scultura tridimensionale piuttosto che di un semplice dipinto.


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  • Lotto 52  

    De Gregorio Marco

    De Gregorio Marco (Resina, NA 1829 - 1876) Preghiera araba olio su tela, cm 70x32 firmato e datato in basso a sinistra: De Gregorio 1870 Provenienza: Coll. Accardi, Napoli; Coll. privata, Napoli

    L’Oriente è nell’Ottocento tanto oggetto di curiosità scientifica che meta esotica di pellegrinaggio o meglio di fuga dal mondo occidentale (sempre più meccanicizzato ed opprimente) in cerca di un’esistenza più semplice ed autentica; permeando questo “Orientalismo” svariati aspetti della vita umana anche le arti ne subirono inevitabilmente il fascino, e ben presto fra i vari pittori andarono distinguendosi coloro che fecero tramite uno o più viaggi effettiva esperienza del mondo orientale rispetto agli altri che invece si limitarono a restituirne solo fantasiose rappresentazioni.
    Marco De Gregorio, che fu fra i fondatori della cosiddetta Scuola di Resina, nata in aperta opposizione al sentimentalismo romantico e più in generale ad ogni pittura non rigorosamente aderente al vero, non poté dunque esimersi dal partire, e fu in effetti in Egitto dal 1869 al 1871 ospite del viceré (poi khedivè) Isma’il Pascià, uomo di potere a sua volta profondamente affascinato dalla cultura europea: per sua iniziativa infatti il nuovo teatro d’opera del Cairo fu inaugurato (in occasione del completamento del Canale di Suez) con l’Aida di Giuseppe Verdi, e sappiamo da Francesco Netti che fu proprio De Gregorio a dipingere il sipario per il teatro suddetto, nonché che egli rifiutò poi l’incarico propostogli dal khedivè in persona di rimanere in Egitto quale direttore della scenografia della neonata Opera.
    Non discostandosi affatto dai principii fondamentali della Scuola di Resina il nostro autore s’adoperò anche in Egitto in una pittura assolutamente realista (e all’insegna di una peculiare indagine luministica), ed anche al suo ritorno in Campania egli portò con sé materiali sufficienti a dedicarsi ancora un po’ al filone orientalista senza alcuna concessione alle fantasie esotiste tanto in voga al tempo. La rara produzione di De Gregorio all’insegna di questo filone si colloca tuttavia nel problematico orizzonte di una più generale dispersione della sua opera, tanto che oggi fra proprietà pubbliche e private si conosce giusto una scarsa decina di dipinti che testimoniano il viaggio in Egitto dell’autore, mentre si hanno tracce dell’esposizione in occasione delle promotrici locali del 1871 e dell’anno successivo di “Tipi arabi”, “Conversazione nella moschea” e “Arabo che prega nella moschea”, quest’ultima da identificarsi forse con la tela qui proposta.
    STIMA min € 8000 - max € 15000

    Lot 52  

    De Gregorio Marco

    De Gregorio Marco De Gregorio Marco (Resina, NA 1829 - 1876) Preghiera araba olio su tela, cm 70x32 firmato e datato in basso a sinistra: De Gregorio 1870 Provenienza: Coll. Accardi, Napoli; Coll. privata, Napoli

    L’Oriente è nell’Ottocento tanto oggetto di curiosità scientifica che meta esotica di pellegrinaggio o meglio di fuga dal mondo occidentale (sempre più meccanicizzato ed opprimente) in cerca di un’esistenza più semplice ed autentica; permeando questo “Orientalismo” svariati aspetti della vita umana anche le arti ne subirono inevitabilmente il fascino, e ben presto fra i vari pittori andarono distinguendosi coloro che fecero tramite uno o più viaggi effettiva esperienza del mondo orientale rispetto agli altri che invece si limitarono a restituirne solo fantasiose rappresentazioni.
    Marco De Gregorio, che fu fra i fondatori della cosiddetta Scuola di Resina, nata in aperta opposizione al sentimentalismo romantico e più in generale ad ogni pittura non rigorosamente aderente al vero, non poté dunque esimersi dal partire, e fu in effetti in Egitto dal 1869 al 1871 ospite del viceré (poi khedivè) Isma’il Pascià, uomo di potere a sua volta profondamente affascinato dalla cultura europea: per sua iniziativa infatti il nuovo teatro d’opera del Cairo fu inaugurato (in occasione del completamento del Canale di Suez) con l’Aida di Giuseppe Verdi, e sappiamo da Francesco Netti che fu proprio De Gregorio a dipingere il sipario per il teatro suddetto, nonché che egli rifiutò poi l’incarico propostogli dal khedivè in persona di rimanere in Egitto quale direttore della scenografia della neonata Opera.
    Non discostandosi affatto dai principii fondamentali della Scuola di Resina il nostro autore s’adoperò anche in Egitto in una pittura assolutamente realista (e all’insegna di una peculiare indagine luministica), ed anche al suo ritorno in Campania egli portò con sé materiali sufficienti a dedicarsi ancora un po’ al filone orientalista senza alcuna concessione alle fantasie esotiste tanto in voga al tempo. La rara produzione di De Gregorio all’insegna di questo filone si colloca tuttavia nel problematico orizzonte di una più generale dispersione della sua opera, tanto che oggi fra proprietà pubbliche e private si conosce giusto una scarsa decina di dipinti che testimoniano il viaggio in Egitto dell’autore, mentre si hanno tracce dell’esposizione in occasione delle promotrici locali del 1871 e dell’anno successivo di “Tipi arabi”, “Conversazione nella moschea” e “Arabo che prega nella moschea”, quest’ultima da identificarsi forse con la tela qui proposta.


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  • Lotto 53  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876) Sorrento dalla casa del Tasso olio su carta rip. su cartone, cm 51,5x71 firmato in basso a sinistra: G. Gigante

    Celebre soprattutto per la vasta produzione ad acquerello, tecnica appressa insieme all’acquatinta frequentando con Achille Vianelli lo studio del pittore tedesco J. W. Hüber, Giacinto Gigante viene comunemente associato ad un altro maestro d’oltralpe, ovvero A. S. van Pitloo il quale, docente di Paesaggio presso il Real Istituto di Belle Arti di Napoli, diede avvio col nostro ed altri alla rinomata Scuola di Posillipo, prima rivoluzione artistica in seno all’Ottocento partenopeo che, superando il vedutismo del secolo precedente, conferiva grande importanza all’interpretazione lirica che l’artista restituiva di quanto egli percepisse attorno a sé; presso il Pitloo inoltre Gigante prese a sperimentare come è noto la pittura ad olio, collegandosi tramite il proprio mentore alla lunga tradizione pittorica nordica.
    L’opera proposta costituisce una delle più versioni che il Gigante ha realizzato (tra acquerelli ed olii) della stessa veduta, tutte databili fra la fine degli anni Trenta del diciannovesimo secolo e gli inizi del decennio successivo; al contrario di quelle tuttavia, quest’olio specifico presenta dettagli di straordinaria modernità, quali la resa del fondale marino con tutte le sue variazioni cromatiche in primo piano, esito di una ricerca luministica che l’autore andò perpetuando proprio a proposito dei paesaggi sorrentini (ove egli si trasferì finanche per un breve periodo a seguito delle insurrezioni antiborboniche). La casa ove nacque nel sedicesimo secolo Torquato Tasso, costruita sul cosiddetto “Prospetto” ed a picco sul mare, purtroppo rovinò in gran parte in acqua già verso la metà del Settecento, tuttavia già al tempo di Gigante i suoi ruderi (e quelli di una preesistente villa romana) erano stati inglobati nell’albergo (oggi Imperial Hotel) Tramontano.
    STIMA min € 8000 - max € 12000

    Lot 53  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876) Sorrento dalla casa del Tasso olio su carta rip. su cartone, cm 51,5x71 firmato in basso a sinistra: G. Gigante

    Celebre soprattutto per la vasta produzione ad acquerello, tecnica appressa insieme all’acquatinta frequentando con Achille Vianelli lo studio del pittore tedesco J. W. Hüber, Giacinto Gigante viene comunemente associato ad un altro maestro d’oltralpe, ovvero A. S. van Pitloo il quale, docente di Paesaggio presso il Real Istituto di Belle Arti di Napoli, diede avvio col nostro ed altri alla rinomata Scuola di Posillipo, prima rivoluzione artistica in seno all’Ottocento partenopeo che, superando il vedutismo del secolo precedente, conferiva grande importanza all’interpretazione lirica che l’artista restituiva di quanto egli percepisse attorno a sé; presso il Pitloo inoltre Gigante prese a sperimentare come è noto la pittura ad olio, collegandosi tramite il proprio mentore alla lunga tradizione pittorica nordica.
    L’opera proposta costituisce una delle più versioni che il Gigante ha realizzato (tra acquerelli ed olii) della stessa veduta, tutte databili fra la fine degli anni Trenta del diciannovesimo secolo e gli inizi del decennio successivo; al contrario di quelle tuttavia, quest’olio specifico presenta dettagli di straordinaria modernità, quali la resa del fondale marino con tutte le sue variazioni cromatiche in primo piano, esito di una ricerca luministica che l’autore andò perpetuando proprio a proposito dei paesaggi sorrentini (ove egli si trasferì finanche per un breve periodo a seguito delle insurrezioni antiborboniche). La casa ove nacque nel sedicesimo secolo Torquato Tasso, costruita sul cosiddetto “Prospetto” ed a picco sul mare, purtroppo rovinò in gran parte in acqua già verso la metà del Settecento, tuttavia già al tempo di Gigante i suoi ruderi (e quelli di una preesistente villa romana) erano stati inglobati nell’albergo (oggi Imperial Hotel) Tramontano.


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  • Lotto 54  

    Pitloo Antonio Sminck

    Pitloo Antonio Sminck Pitloo Antonio Sminck (Arnhem 1790 - Napoli 1837)Napoli dal Pascone olio su carta rip. su tavola, cm 15,5x22 Provenienza. Grisebach, Berlino; coll. privata, Napoli

    Formatosi ovviamente nella nativa Olanda e poi nella Francia napoleonica, Anton Sminck van Pitloo sviluppò la propria arte più peculiare in Italia, soggiornando fra Roma e (poi definitivamente) Napoli, ove indulgendo inizialmente sul vedutismo hackertiano tanto in voga nella corte borbonica il nostro riscosse un rapido successo, venendo in breve tempo a conquistare la cattedra di Paesaggio presso il Real Istituto di Belle Arti locale. La ricerca artistica del Pitloo era allora tuttavia appena agli inizi, e condusse poi come è noto al primo grande rinnovamento che la pittura partenopea affrontò nel diciannovesimo secolo, ovvero l’esperienza della Scuola di Posillipo. Terreno prediletto di sperimentazione furono con ogni probabilità i molti olii di piccolo formato che l’autore ebbe modo di realizzare nella sua pur breve vita, i quali ci restituiscono così tutta l’evoluzione di un grande percorso artistico di indiscusso valore.
    Nell’opera proposta Pitloo pertanto mostra d’aver già recepito e rielaborato la lezione dei paesaggisti inglesi Richard Parkes Bonington (il quale ebbe modo di influenzare d’influenzare anche i barbisonnier e Camille Corot, pure fra i modelli del nostro) e soprattutto Joseph Mallord William Turner, arrivando a smaterializzare le proprie pennellate in una vera e propria pittura di macchia impressionista. Il paesaggio raffigurato, già oggetto di altri dipinti dell’autore (uno al Correale di Sorrento, l’altro in collezione privata e datato 1828), mostra lontanissimo all’orizzonte il profilo urbano di Napoli visto dal Pascone, ovvero da quell’area delle paludi che circondavano la città in cui si seminava un composto di rape, lupini, fave, orzo e avena tanto per fertilizzare il suolo che per alimentare il bestiame. Il vasto territorio palustre andò in vero incontro a vari interventi di bonifica fin dall’antichità, costituendo già allora un limite problematico all’espansione urbanistica; il primo progetto realmente incisivo sul tema si ebbe tuttavia solo nell’età del Viceregno spagnolo, allorché con i Regi Lagni, ovvero un sistema di lunghi canali rettilinei, l’architetto Domenico Fontana pose finalmente fine alle frequenti inondazioni del fiume Clanio (o Lanio).
    STIMA min € 8000 - max € 10000

    Pitloo Antonio Sminck Pitloo Antonio Sminck Pitloo Antonio Sminck (Arnhem 1790 - Napoli 1837)Napoli dal Pascone olio su carta rip. su tavola, cm 15,5x22 Provenienza. Grisebach, Berlino; coll. privata, Napoli

    Formatosi ovviamente nella nativa Olanda e poi nella Francia napoleonica, Anton Sminck van Pitloo sviluppò la propria arte più peculiare in Italia, soggiornando fra Roma e (poi definitivamente) Napoli, ove indulgendo inizialmente sul vedutismo hackertiano tanto in voga nella corte borbonica il nostro riscosse un rapido successo, venendo in breve tempo a conquistare la cattedra di Paesaggio presso il Real Istituto di Belle Arti locale. La ricerca artistica del Pitloo era allora tuttavia appena agli inizi, e condusse poi come è noto al primo grande rinnovamento che la pittura partenopea affrontò nel diciannovesimo secolo, ovvero l’esperienza della Scuola di Posillipo. Terreno prediletto di sperimentazione furono con ogni probabilità i molti olii di piccolo formato che l’autore ebbe modo di realizzare nella sua pur breve vita, i quali ci restituiscono così tutta l’evoluzione di un grande percorso artistico di indiscusso valore.
    Nell’opera proposta Pitloo pertanto mostra d’aver già recepito e rielaborato la lezione dei paesaggisti inglesi Richard Parkes Bonington (il quale ebbe modo di influenzare d’influenzare anche i barbisonnier e Camille Corot, pure fra i modelli del nostro) e soprattutto Joseph Mallord William Turner, arrivando a smaterializzare le proprie pennellate in una vera e propria pittura di macchia impressionista. Il paesaggio raffigurato, già oggetto di altri dipinti dell’autore (uno al Correale di Sorrento, l’altro in collezione privata e datato 1828), mostra lontanissimo all’orizzonte il profilo urbano di Napoli visto dal Pascone, ovvero da quell’area delle paludi che circondavano la città in cui si seminava un composto di rape, lupini, fave, orzo e avena tanto per fertilizzare il suolo che per alimentare il bestiame. Il vasto territorio palustre andò in vero incontro a vari interventi di bonifica fin dall’antichità, costituendo già allora un limite problematico all’espansione urbanistica; il primo progetto realmente incisivo sul tema si ebbe tuttavia solo nell’età del Viceregno spagnolo, allorché con i Regi Lagni, ovvero un sistema di lunghi canali rettilinei, l’architetto Domenico Fontana pose finalmente fine alle frequenti inondazioni del fiume Clanio (o Lanio).


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  • Lotto 55  

    Brancaccio Carlo

    Brancaccio Carlo (Napoli 1861-1920) Mergellina olio su tela cm 65x81 firmato e iscritto in basso a destra: C. Brancaccio Napoli
    STIMA min € 9000 - max € 13000

    Lot 55  

    Brancaccio Carlo

    Brancaccio Carlo Brancaccio Carlo (Napoli 1861-1920) Mergellina olio su tela cm 65x81 firmato e iscritto in basso a destra: C. Brancaccio Napoli


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  • Lotto 56  

    Scoppetta Pietro

    Scoppetta Pietro (Amalfi, SA 1863 - Napoli 1920) Caffè de la Paix olio su tela cm 39x63 firmato e iscritto in basso a sinistra: P. Scoppetta Paris Provenienza: Gall. Nuova Bianchi d'Espinosa, Napoli; Gall Vittoria Colonna, Napoli; coll. privata Modena Bibliografia: Ottocento Italiano Vol. 2 1998-1999, Novara, Ed.De Agostini; L. Martorelli – R. Caputo, La Pittura italiana dell’Ottocento nelle collezioni private italiane. L’Ottocento Napoletano dalla veduta alla trasfigurazione del vero, Catalogo “Vittoria Colonna”, n.11, Napoli 2003, pp 94-95; R. Caputo, La Pittura napoletana del II Ottocento, Di Mauro Editore, Sorrento (NA) 2017, p.382

    Pittore della costiera amalfitana, allievo di Gaetano Capone e Giacomo Di Chirico, Pietro Scoppetta è oggi noto al grande pubblico specialmente per i numerosi schizzi di indubbio gusto europeo piuttosto che campano, disegni e dipinti realizzati con grande immediatezza ed una pennellata col tempo sempre più rapida nel corso dei frequenti viaggi all’estero dell’autore; complici la formazione romana ed un costante lavoro da grafico, lo stile di Scoppetta raggiunse piena maturazione col trasferimento a Parigi (centro culturale ed artistico dell’epoca), ove la produzione del nostro risulta a conti fatti accomunabile a certi esiti del conterraneo De Nittis e soprattutto alle opere del ferrarese Boldini; anche la tavolozza dell’artista andò via via semplificandosi, riducendosi ad un numero davvero ristretto di colori coi quali però egli riuscì a restituire un ventaglio assai vasto di gamme cromatiche. I soggetti, infine, si adeguarono come s’è accennato al gusto dell’alta borghesia del tempo, favorendo ambienti à la page e soprattutto raffinate ed ammiccanti modelle.
    L’opera proposta sintetizza perfettamente tutto quanto scritto finora, costituendo un ritorno ancora più sintetico di un soggetto già esplorato dall’autore, nonché da molti altri artisti di allora. Il Café de la Paix infatti, oggi monumento parigino ufficiale ma costruito nel 1862 come parte del rinnovamento haussmaniano dall’architetto Alfred Armand, integrato nell’omonimo Grand-Hôtel ed in pieno stile Napoleone III, fu presto meta della crème degli intellettuali e degli artisti locali ed internazionali, grazie anche alla sua posizione assai prossima all’Opéra Garnier. Set cinematografico di frequente, apparso addirittura nelle animazioni di Walt Disney, il Café fu oggetto come s’accennava di molti dipinti (generalmente impressionisti), fra i quali si distinguono quelli del russo Kostantin Korovin.
    STIMA min € 30000 - max € 40000

    Lot 56  

    Scoppetta Pietro

    Scoppetta Pietro Scoppetta Pietro (Amalfi, SA 1863 - Napoli 1920) Caffè de la Paix olio su tela cm 39x63 firmato e iscritto in basso a sinistra: P. Scoppetta Paris Provenienza: Gall. Nuova Bianchi d'Espinosa, Napoli; Gall Vittoria Colonna, Napoli; coll. privata Modena Bibliografia: Ottocento Italiano Vol. 2 1998-1999, Novara, Ed.De Agostini; L. Martorelli – R. Caputo, La Pittura italiana dell’Ottocento nelle collezioni private italiane. L’Ottocento Napoletano dalla veduta alla trasfigurazione del vero, Catalogo “Vittoria Colonna”, n.11, Napoli 2003, pp 94-95; R. Caputo, La Pittura napoletana del II Ottocento, Di Mauro Editore, Sorrento (NA) 2017, p.382

    Pittore della costiera amalfitana, allievo di Gaetano Capone e Giacomo Di Chirico, Pietro Scoppetta è oggi noto al grande pubblico specialmente per i numerosi schizzi di indubbio gusto europeo piuttosto che campano, disegni e dipinti realizzati con grande immediatezza ed una pennellata col tempo sempre più rapida nel corso dei frequenti viaggi all’estero dell’autore; complici la formazione romana ed un costante lavoro da grafico, lo stile di Scoppetta raggiunse piena maturazione col trasferimento a Parigi (centro culturale ed artistico dell’epoca), ove la produzione del nostro risulta a conti fatti accomunabile a certi esiti del conterraneo De Nittis e soprattutto alle opere del ferrarese Boldini; anche la tavolozza dell’artista andò via via semplificandosi, riducendosi ad un numero davvero ristretto di colori coi quali però egli riuscì a restituire un ventaglio assai vasto di gamme cromatiche. I soggetti, infine, si adeguarono come s’è accennato al gusto dell’alta borghesia del tempo, favorendo ambienti à la page e soprattutto raffinate ed ammiccanti modelle.
    L’opera proposta sintetizza perfettamente tutto quanto scritto finora, costituendo un ritorno ancora più sintetico di un soggetto già esplorato dall’autore, nonché da molti altri artisti di allora. Il Café de la Paix infatti, oggi monumento parigino ufficiale ma costruito nel 1862 come parte del rinnovamento haussmaniano dall’architetto Alfred Armand, integrato nell’omonimo Grand-Hôtel ed in pieno stile Napoleone III, fu presto meta della crème degli intellettuali e degli artisti locali ed internazionali, grazie anche alla sua posizione assai prossima all’Opéra Garnier. Set cinematografico di frequente, apparso addirittura nelle animazioni di Walt Disney, il Café fu oggetto come s’accennava di molti dipinti (generalmente impressionisti), fra i quali si distinguono quelli del russo Kostantin Korovin.


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  • Lotto 57  

    Rossano Federico

    Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912) Effetto di neve olio su tela, cm 38x67,5 siglato in basso a destra: R.

    Il titolo conferito all’opera da un vecchio cartiglio presente sul retro della stessa, ovvero “Effetto di neve”, ben descrive la spirito con cui l’autore con ogni probabilità la realizzò: in Francia sin dal 1876, Federico Rossano infatti prese ivi a schiarire la propria tavolozza cromatica (caratteristicamente malinconica coi molti e vari toni di grigio e verde nel periodo napoletano e più precisamente porticese) aggiungendovi il rosa e l’arancio, con l’intento preciso di studiare la luce ed appunto gli effetti che il suo variare produceva sui paesaggi (da sempre oggetto prediletto della sua produzione); ovvio risulta allora un certo interesse peculiare per le scene innevate, ove i prevalenti bianchi finiscono inevitabilmente per restituire assai potenziate le variazioni di tono luministiche.
    Nel raggiungimento di tali esiti Rossano fu senza dubbio debitore della Scuola di Barbizon (cui egli si avvicinò stringendo una solida amicizia con Pissarro) e del suo fondatore Millet, nonché di Camille Corot, ricollegandosi in qualche modo così alla grande tradizione paesaggistica fiamminga, da cui il nostro ereditò senza dubbio tanto la costruzione delle sue scene per piani degradanti verso l’orizzonte, quanto il contrasto ancora in chiave chiaroscurale tra le forme più prossime all’osservatore ed i cieli tersi contro cui esse si stagliano, elementi evidentemente presenti entrambi nella tela proposta in asta.
    STIMA min € 13000 - max € 18000

    Lot 57  

    Rossano Federico

    Federico Rossano Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912) Effetto di neve olio su tela, cm 38x67,5 siglato in basso a destra: R.

    Il titolo conferito all’opera da un vecchio cartiglio presente sul retro della stessa, ovvero “Effetto di neve”, ben descrive la spirito con cui l’autore con ogni probabilità la realizzò: in Francia sin dal 1876, Federico Rossano infatti prese ivi a schiarire la propria tavolozza cromatica (caratteristicamente malinconica coi molti e vari toni di grigio e verde nel periodo napoletano e più precisamente porticese) aggiungendovi il rosa e l’arancio, con l’intento preciso di studiare la luce ed appunto gli effetti che il suo variare produceva sui paesaggi (da sempre oggetto prediletto della sua produzione); ovvio risulta allora un certo interesse peculiare per le scene innevate, ove i prevalenti bianchi finiscono inevitabilmente per restituire assai potenziate le variazioni di tono luministiche.
    Nel raggiungimento di tali esiti Rossano fu senza dubbio debitore della Scuola di Barbizon (cui egli si avvicinò stringendo una solida amicizia con Pissarro) e del suo fondatore Millet, nonché di Camille Corot, ricollegandosi in qualche modo così alla grande tradizione paesaggistica fiamminga, da cui il nostro ereditò senza dubbio tanto la costruzione delle sue scene per piani degradanti verso l’orizzonte, quanto il contrasto ancora in chiave chiaroscurale tra le forme più prossime all’osservatore ed i cieli tersi contro cui esse si stagliano, elementi evidentemente presenti entrambi nella tela proposta in asta.


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  • Lotto 58  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) L'abbeveratoio olio su tavola, cm 46x37 firmato, datato e iscritto in basso a sinistra: G. Palizzi 51 Paris

    L’opera proposta si data a pochi anni dopo il noto trasferimento di Giuseppe Palizzi in Francia, dopo gli aspri scontri che lo video opposto nell’ambiente napoletano a Gabriele Smargiassi tanto sul piano politico che su quello estetico: da fratello di Filippo infatti, Giuseppe non poté non condividerne i nuovi e rivoluzionari ideali di aderenza al vero, ed anzi finì per farne da tramite con le contemporanee tendenza d’oltralpe, allorché il nostro stabilitosi a Passy, presso la foresta di Fontainebleau, entrò in contatto per poi stringere una solida amicizia con i membri della giovane scuola di Barbizon provenienti da Marlotte. L’aderenza agli ideali barbisonnier, sorprendentemente simili in fondo a quanto Filippo Palizzi portava avanti a Napoli, si tradussero tuttavia nei dipinti di Giuseppe in uno stile pittorico a piccole taches di colore che non furono mai proprie del fratello minore, e che sono appunto ben visibili nella tela in asta; qui poi oltre all’ispirazione corottiana condivisa ovviamente da un po’ tutti gli artisti di Fontainebleau s’intravede anche l’influenza del caposcuola Jean-François Millet nel soggetto contadino col tipico caseggiato locale. L’atmosfera generale risulta tuttavia non scevra di un certo lirismo che l’autore conservò quasi sempre all’interno della propria produzione e che egli ereditò con ogni probabilità da quella scuola di paesaggio ancora romantica di cui Smargiassi fu rappresentante e dalla quale Giuseppe Palizzi tentò, evidentemente invano, di affrancarsi.
    STIMA min € 4000 - max € 7000

    Lot 58  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) L'abbeveratoio olio su tavola, cm 46x37 firmato, datato e iscritto in basso a sinistra: G. Palizzi 51 Paris

    L’opera proposta si data a pochi anni dopo il noto trasferimento di Giuseppe Palizzi in Francia, dopo gli aspri scontri che lo video opposto nell’ambiente napoletano a Gabriele Smargiassi tanto sul piano politico che su quello estetico: da fratello di Filippo infatti, Giuseppe non poté non condividerne i nuovi e rivoluzionari ideali di aderenza al vero, ed anzi finì per farne da tramite con le contemporanee tendenza d’oltralpe, allorché il nostro stabilitosi a Passy, presso la foresta di Fontainebleau, entrò in contatto per poi stringere una solida amicizia con i membri della giovane scuola di Barbizon provenienti da Marlotte. L’aderenza agli ideali barbisonnier, sorprendentemente simili in fondo a quanto Filippo Palizzi portava avanti a Napoli, si tradussero tuttavia nei dipinti di Giuseppe in uno stile pittorico a piccole taches di colore che non furono mai proprie del fratello minore, e che sono appunto ben visibili nella tela in asta; qui poi oltre all’ispirazione corottiana condivisa ovviamente da un po’ tutti gli artisti di Fontainebleau s’intravede anche l’influenza del caposcuola Jean-François Millet nel soggetto contadino col tipico caseggiato locale. L’atmosfera generale risulta tuttavia non scevra di un certo lirismo che l’autore conservò quasi sempre all’interno della propria produzione e che egli ereditò con ogni probabilità da quella scuola di paesaggio ancora romantica di cui Smargiassi fu rappresentante e dalla quale Giuseppe Palizzi tentò, evidentemente invano, di affrancarsi.


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  • Lotto 59  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio (Napoli 1852 -1930) Profilo di bimbo olio su tavola, cm 18x14,5 firmato in basso a destra: Mancini Provenienza: Coll. privata, Mailno; coll. privata, Napoli

    La primissima formazione artistica di Antonio Mancini avvenne come è noto presso lo studio di Stanislao Lista, ove il nostro conobbe anche Vincenzo Gemito col quale strinse un lungo sodalizio: avviato dunque sin da subito alle nuove poetiche del vero che andavano allora via via diffondendosi nel mondo artistico partenopeo, Mancini (e così Gemito) ebbe come iniziali modelli soggetti provenienti dai più umili ceti sociali locali ed in particolar modo guappi e scugnizzi ch’erano soliti giocare nel chiostro ove l’autore aveva un piccolo studio (fra questi il più noto a noi fu Luigi Gianchetti o Luigiello), protagonisti così di alcuni indiscussi capolavori manciniani.
    Se tuttavia come è facile immaginare non doveva essere certo facile la vita al tempo per un giovane artista, spesso preda di privazioni tali da rendere problematico finanche il reperimento dei materiali per le proprie opere, tali difficoltà furono con ogni probabilità ancora peggiori per Mancini, che anzi visse lungamente in condizioni economiche assai precarie (almeno fino alla più tarda amicizia con Peppino Giosi), tutto preso com’era dalla propria ricerca poetica tanto da trascurare la vendita delle proprie produzioni; per ovviare a tale instabilità il nostro fu allora solito realizzare una folta serie di piccole tavole di rapida realizzazione (con pennellate vagamente impressioniste) da barattare coi propri creditori: l’opera in asta ne fu con ogni probabilità un esemplare.
    STIMA min € 4000 - max € 7000

    Lot 59  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Napoli 1852 -1930) Profilo di bimbo olio su tavola, cm 18x14,5 firmato in basso a destra: Mancini Provenienza: Coll. privata, Mailno; coll. privata, Napoli

    La primissima formazione artistica di Antonio Mancini avvenne come è noto presso lo studio di Stanislao Lista, ove il nostro conobbe anche Vincenzo Gemito col quale strinse un lungo sodalizio: avviato dunque sin da subito alle nuove poetiche del vero che andavano allora via via diffondendosi nel mondo artistico partenopeo, Mancini (e così Gemito) ebbe come iniziali modelli soggetti provenienti dai più umili ceti sociali locali ed in particolar modo guappi e scugnizzi ch’erano soliti giocare nel chiostro ove l’autore aveva un piccolo studio (fra questi il più noto a noi fu Luigi Gianchetti o Luigiello), protagonisti così di alcuni indiscussi capolavori manciniani.
    Se tuttavia come è facile immaginare non doveva essere certo facile la vita al tempo per un giovane artista, spesso preda di privazioni tali da rendere problematico finanche il reperimento dei materiali per le proprie opere, tali difficoltà furono con ogni probabilità ancora peggiori per Mancini, che anzi visse lungamente in condizioni economiche assai precarie (almeno fino alla più tarda amicizia con Peppino Giosi), tutto preso com’era dalla propria ricerca poetica tanto da trascurare la vendita delle proprie produzioni; per ovviare a tale instabilità il nostro fu allora solito realizzare una folta serie di piccole tavole di rapida realizzazione (con pennellate vagamente impressioniste) da barattare coi propri creditori: l’opera in asta ne fu con ogni probabilità un esemplare.


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  • Lotto 60  

    Morelli Domenico

    Morelli Domenico (Napoli 1823 - 1901) Ritratto femminile olio su tela cm 53x26,5 firmato in basso a destra: D. Morelli

    Considerando la quantità di ritratti di Domenico Morelli che, a lungo sconosciuti, continuano a riemergere dalle varie collezioni private per immettersi sul mercato, ci si augura che in futuro si possa delineare uno studio più approfondito di questa vasta produzione che ha accompagnato nel tempo un po’ tutta la ricerca di questo autore, così da restituire una ancora più chiara immagine di uno dei più grandi artisti che l’arte napoletana abbia mai annoverato nella sua lunga storia.
    Facendosi pressoché dal nulla infatti, Morelli rinnovò radicalmente insieme a Filippo Palizzi l’intero panorama artistico partenopeo, ponendosi poi come interlocutore imprescindibile di ogni dibattito che al tempo si volesse sviluppare sul tema dentro e fuori le mura della città, vero e proprio sovrano della pittura napoletana.
    Una posizione di tale, indubbio prestigio non poté che procurare all’autore molteplici committenze, e difatti fioccarono di conseguenza i molti ritratti di cui s’accennava poc’anzi e di cui solo una piccola parte è stata poi musealizzata. Se il genere ritrattistico per sua natura richiede tuttavia una rigorosa precisione ed una stretta aderenza al vero, qualità che certo non mancavano al Morelli né nella teoria estetica che nella pratica disegnativa a lui tanto cara, una serie di dipinti di questo specifico ambito deviano dai comuni dittami per lasciarsi andare ad una più libera sperimentazione artistica, segno che l’autore amava evidentemente in questo genere anche per gusto personale e non solo per accontentare la propria clientela. L’opera proposta appartiene con ogni probabilità a quest’ultimo filone, mostrando la pennellata a taches di colore che il Morelli adottò a partire dagli anni Sessanta e Settanta del diciannovesimo secolo, nel corso del suo periodo orientalista e negli anni successivi, avendo recepito la lezione dell’amico spagnolo Marià Fortuny i Marsal.
    STIMA min € 6000 - max € 9000

    Lot 60  

    Morelli Domenico

    Domenico Morelli Morelli Domenico (Napoli 1823 - 1901) Ritratto femminile olio su tela cm 53x26,5 firmato in basso a destra: D. Morelli

    Considerando la quantità di ritratti di Domenico Morelli che, a lungo sconosciuti, continuano a riemergere dalle varie collezioni private per immettersi sul mercato, ci si augura che in futuro si possa delineare uno studio più approfondito di questa vasta produzione che ha accompagnato nel tempo un po’ tutta la ricerca di questo autore, così da restituire una ancora più chiara immagine di uno dei più grandi artisti che l’arte napoletana abbia mai annoverato nella sua lunga storia.
    Facendosi pressoché dal nulla infatti, Morelli rinnovò radicalmente insieme a Filippo Palizzi l’intero panorama artistico partenopeo, ponendosi poi come interlocutore imprescindibile di ogni dibattito che al tempo si volesse sviluppare sul tema dentro e fuori le mura della città, vero e proprio sovrano della pittura napoletana.
    Una posizione di tale, indubbio prestigio non poté che procurare all’autore molteplici committenze, e difatti fioccarono di conseguenza i molti ritratti di cui s’accennava poc’anzi e di cui solo una piccola parte è stata poi musealizzata. Se il genere ritrattistico per sua natura richiede tuttavia una rigorosa precisione ed una stretta aderenza al vero, qualità che certo non mancavano al Morelli né nella teoria estetica che nella pratica disegnativa a lui tanto cara, una serie di dipinti di questo specifico ambito deviano dai comuni dittami per lasciarsi andare ad una più libera sperimentazione artistica, segno che l’autore amava evidentemente in questo genere anche per gusto personale e non solo per accontentare la propria clientela. L’opera proposta appartiene con ogni probabilità a quest’ultimo filone, mostrando la pennellata a taches di colore che il Morelli adottò a partire dagli anni Sessanta e Settanta del diciannovesimo secolo, nel corso del suo periodo orientalista e negli anni successivi, avendo recepito la lezione dell’amico spagnolo Marià Fortuny i Marsal.


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