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ASTA N. 158 - DIPINTI DEL XIX E XX SECOLO

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  • Lot 61  

    Issupoff Alessio

    Issupoff Alessio Issupoff Alessio (Viatka, Russia 1889 - Roma 1957) Parata olio su tea, cm 98x138 firmato in basso a destra: Alessio Issupoff a tergo timbro Gall. La Barcaccia Napoli

    Il nome di Alessio Issupoff (italianizzazione di Aleksej Vladimirovic Isupov) viene tipicamente associato ad una ricca serie di scene orientali realizzate rielaborando non, come si potrebbe immaginare, visioni dell’Africa settentrionale (com’era uso nel diciannovesimo secolo) ma propriamente spunti colti nelle steppe di Russia e del Turkestan, ove l’artista, figlio d’un pittore di icone sacre e formatosi accademicamente a Mosca, viaggiò nel corso del proprio servizio di leva, periodo cui evidentemente egli volle tornare almeno con la fantasia (e non senza una certa nostalgia) allorché, più vecchio e malato, si stabilì in Italia per curarsi, finendo poi per non lasciare mai più il paese.
    Issupoff nella penisola ricevette del resto una calorosa accoglienza e raggiunse un rapido successo, costellato di svariate esposizioni nelle gallerie e negli eventi artistici afferenti al sistema culturale del Fascismo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tuttavia, l’autore non aderì apertamente al Partito, né s’occupò in quegli anni di politica in senso stretto, cresciuto com’era secondo ideali diametralmente opposti a quelli al tempo diffusi in Italia; anzi è certo che all’inizio del terzo decennio del Novecento, prima cioè di lasciare l’Unione Sovietica, egli fu impiegato come pittore di propaganda, dipingendo gli eventi della Rivoluzione e le imprese dell’Armata Rossa.
    L’opera proposta in asta afferisce probabilmente a questo filone, basandosi questa ipotesi principalmente sull’abbigliamento delle figure in parata, molto simile a quanto indossato dai gruppi giovanili sovietici, nonché su quello di singole presenze nel pubblico che, ricollegandosi poi alle figure che popolano le scene di genere di cui s’è scritto sopra, è colorato di significativi e simbolici particolari vermigli.
    Certe fonti riportano che Antonio Mancini affermò che Issupoff conoscesse «la gioia e la potenza del colore», ed in effetti nei dipinti dell’artista è il colore a dominare, tramite larghe pennellate di macchia, sul disegno, tanto che si potrebbero talvolta fraintendere certe sue opere finite per bozzetti. A tali esiti Issupoff giunse probabilmente già in gioventù, formandosi con maestri del calibro di Kostantin Korovin e Valentin Serov, indiscussi protagonisti dell’impressionismo russo.
    STIMA:
    min € 15000 - max € 25000
  • Lot 62  

    Gaeta Enrico

    Enrico Gaeta Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887) Tetti olio su tela, cm 52x64 a tergo cartiglio delle “Celebrazioni della Campania” Provenienza: Eredi dell’artista, Castellammare di Stabia; Galleria Vincent, Napoli; Coll. privata, Napoli Esposizioni: Il paesaggio nella pittura napoletana dell’Ottocento, Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti, Napoli settembre 1936; Napoli,Associazione “Circolo ArtisticoPolitecnico”, 03 - 14 Maggio 2014 Bibliografia: Il paesaggio nella pittura napoletana dell’Ottocento, Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti, Napoli 1936, pag. 95 n.59; Don Riccardo, Artecatalogo dell’Ottocento “Vesuvio” dei pittori napoletani, Editorialtipo, Roma 1973, pag. 48; Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014, tav 6,pag. 20

    Più di altri pezzi della purtroppo esigua produzione dell’autore, morto prematuramente, l’opera proposta si denota come assai vicina al capolavoro indiscusso del Gaeta, “I pini” (in esposizione molteplici volte tra Italia ed estero), per il forte lirismo che la pervade principalmente grazie al sapiente uso dei colori, che colpì finanche il grande Raffaello Causa, il quale propose in generale per lo stile del Gaeta, ma riferendosi specificamente sia a “I pini” suddetti che a questa tela (nel suo commento intitolata “Veduta di tetti a Quisisana”), una certa consonanza coi primi Macchiaioli toscani.
    Se l’ambiente de “I pini” è tuttavia visibilmente crepuscolare, qui la luce appare più probabilmente come meridiana, e determina di conseguenza le gamme cromatiche adoperate, dal ventaglio di gialli ed aranci che identificano inequivocabilmente i materiali di costruzione delle case popolari (più volte è stata sottolineata la sorprendete abilità del Gaeta nella riproduzione delle mura rustiche, screpolate, palpabilmente materiche nelle sue opere) ai molteplici toni di verde notoriamente cari all’autore, vividi o cupi tra una macchia di vegetazione e l’altra a seconda di dove si posino i raggi solari. Questo trattamento dello spazio-luce pure caratterizza le serie di tele che Gaeta dedicò a Pompei (allora ancora oggetto dei nuovi scavi cominciati da Fiorelli pochi decenni prima) sotto l’influenza di Giacinto Gigante, nonché può considerarsi visibile esempio dell’adesione (non sempre dichiarata) dell’autore alla Scuola di Resina ed in particolare a certi modi di Marco De Gregorio, suo mentore per un certo periodo: la stessa composizione ritmica di quest’opera, assai particolare, fondata sul contrasto di pieni e vuoti e luci ed ombre nel susseguirsi e nel sovrapporsi degli edifici di Quisisana, ricorda del resto per certi versi la struttura di un celebre quadro dell’artista porticese, “La Strada di Resina”.
    STIMA:
    min € 6000 - max € 9000
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  • Lotto 61  

    Issupoff Alessio

    Issupoff Alessio (Viatka, Russia 1889 - Roma 1957) Parata olio su tea, cm 98x138 firmato in basso a destra: Alessio Issupoff a tergo timbro Gall. La Barcaccia Napoli

    Il nome di Alessio Issupoff (italianizzazione di Aleksej Vladimirovic Isupov) viene tipicamente associato ad una ricca serie di scene orientali realizzate rielaborando non, come si potrebbe immaginare, visioni dell’Africa settentrionale (com’era uso nel diciannovesimo secolo) ma propriamente spunti colti nelle steppe di Russia e del Turkestan, ove l’artista, figlio d’un pittore di icone sacre e formatosi accademicamente a Mosca, viaggiò nel corso del proprio servizio di leva, periodo cui evidentemente egli volle tornare almeno con la fantasia (e non senza una certa nostalgia) allorché, più vecchio e malato, si stabilì in Italia per curarsi, finendo poi per non lasciare mai più il paese.
    Issupoff nella penisola ricevette del resto una calorosa accoglienza e raggiunse un rapido successo, costellato di svariate esposizioni nelle gallerie e negli eventi artistici afferenti al sistema culturale del Fascismo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tuttavia, l’autore non aderì apertamente al Partito, né s’occupò in quegli anni di politica in senso stretto, cresciuto com’era secondo ideali diametralmente opposti a quelli al tempo diffusi in Italia; anzi è certo che all’inizio del terzo decennio del Novecento, prima cioè di lasciare l’Unione Sovietica, egli fu impiegato come pittore di propaganda, dipingendo gli eventi della Rivoluzione e le imprese dell’Armata Rossa.
    L’opera proposta in asta afferisce probabilmente a questo filone, basandosi questa ipotesi principalmente sull’abbigliamento delle figure in parata, molto simile a quanto indossato dai gruppi giovanili sovietici, nonché su quello di singole presenze nel pubblico che, ricollegandosi poi alle figure che popolano le scene di genere di cui s’è scritto sopra, è colorato di significativi e simbolici particolari vermigli.
    Certe fonti riportano che Antonio Mancini affermò che Issupoff conoscesse «la gioia e la potenza del colore», ed in effetti nei dipinti dell’artista è il colore a dominare, tramite larghe pennellate di macchia, sul disegno, tanto che si potrebbero talvolta fraintendere certe sue opere finite per bozzetti. A tali esiti Issupoff giunse probabilmente già in gioventù, formandosi con maestri del calibro di Kostantin Korovin e Valentin Serov, indiscussi protagonisti dell’impressionismo russo.
    STIMA min € 15000 - max € 25000

    Lot 61  

    Issupoff Alessio

    Issupoff Alessio Issupoff Alessio (Viatka, Russia 1889 - Roma 1957) Parata olio su tea, cm 98x138 firmato in basso a destra: Alessio Issupoff a tergo timbro Gall. La Barcaccia Napoli

    Il nome di Alessio Issupoff (italianizzazione di Aleksej Vladimirovic Isupov) viene tipicamente associato ad una ricca serie di scene orientali realizzate rielaborando non, come si potrebbe immaginare, visioni dell’Africa settentrionale (com’era uso nel diciannovesimo secolo) ma propriamente spunti colti nelle steppe di Russia e del Turkestan, ove l’artista, figlio d’un pittore di icone sacre e formatosi accademicamente a Mosca, viaggiò nel corso del proprio servizio di leva, periodo cui evidentemente egli volle tornare almeno con la fantasia (e non senza una certa nostalgia) allorché, più vecchio e malato, si stabilì in Italia per curarsi, finendo poi per non lasciare mai più il paese.
    Issupoff nella penisola ricevette del resto una calorosa accoglienza e raggiunse un rapido successo, costellato di svariate esposizioni nelle gallerie e negli eventi artistici afferenti al sistema culturale del Fascismo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tuttavia, l’autore non aderì apertamente al Partito, né s’occupò in quegli anni di politica in senso stretto, cresciuto com’era secondo ideali diametralmente opposti a quelli al tempo diffusi in Italia; anzi è certo che all’inizio del terzo decennio del Novecento, prima cioè di lasciare l’Unione Sovietica, egli fu impiegato come pittore di propaganda, dipingendo gli eventi della Rivoluzione e le imprese dell’Armata Rossa.
    L’opera proposta in asta afferisce probabilmente a questo filone, basandosi questa ipotesi principalmente sull’abbigliamento delle figure in parata, molto simile a quanto indossato dai gruppi giovanili sovietici, nonché su quello di singole presenze nel pubblico che, ricollegandosi poi alle figure che popolano le scene di genere di cui s’è scritto sopra, è colorato di significativi e simbolici particolari vermigli.
    Certe fonti riportano che Antonio Mancini affermò che Issupoff conoscesse «la gioia e la potenza del colore», ed in effetti nei dipinti dell’artista è il colore a dominare, tramite larghe pennellate di macchia, sul disegno, tanto che si potrebbero talvolta fraintendere certe sue opere finite per bozzetti. A tali esiti Issupoff giunse probabilmente già in gioventù, formandosi con maestri del calibro di Kostantin Korovin e Valentin Serov, indiscussi protagonisti dell’impressionismo russo.


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  • Lotto 62  

    Gaeta Enrico

    Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887) Tetti olio su tela, cm 52x64 a tergo cartiglio delle “Celebrazioni della Campania” Provenienza: Eredi dell’artista, Castellammare di Stabia; Galleria Vincent, Napoli; Coll. privata, Napoli Esposizioni: Il paesaggio nella pittura napoletana dell’Ottocento, Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti, Napoli settembre 1936; Napoli,Associazione “Circolo ArtisticoPolitecnico”, 03 - 14 Maggio 2014 Bibliografia: Il paesaggio nella pittura napoletana dell’Ottocento, Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti, Napoli 1936, pag. 95 n.59; Don Riccardo, Artecatalogo dell’Ottocento “Vesuvio” dei pittori napoletani, Editorialtipo, Roma 1973, pag. 48; Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014, tav 6,pag. 20

    Più di altri pezzi della purtroppo esigua produzione dell’autore, morto prematuramente, l’opera proposta si denota come assai vicina al capolavoro indiscusso del Gaeta, “I pini” (in esposizione molteplici volte tra Italia ed estero), per il forte lirismo che la pervade principalmente grazie al sapiente uso dei colori, che colpì finanche il grande Raffaello Causa, il quale propose in generale per lo stile del Gaeta, ma riferendosi specificamente sia a “I pini” suddetti che a questa tela (nel suo commento intitolata “Veduta di tetti a Quisisana”), una certa consonanza coi primi Macchiaioli toscani.
    Se l’ambiente de “I pini” è tuttavia visibilmente crepuscolare, qui la luce appare più probabilmente come meridiana, e determina di conseguenza le gamme cromatiche adoperate, dal ventaglio di gialli ed aranci che identificano inequivocabilmente i materiali di costruzione delle case popolari (più volte è stata sottolineata la sorprendete abilità del Gaeta nella riproduzione delle mura rustiche, screpolate, palpabilmente materiche nelle sue opere) ai molteplici toni di verde notoriamente cari all’autore, vividi o cupi tra una macchia di vegetazione e l’altra a seconda di dove si posino i raggi solari. Questo trattamento dello spazio-luce pure caratterizza le serie di tele che Gaeta dedicò a Pompei (allora ancora oggetto dei nuovi scavi cominciati da Fiorelli pochi decenni prima) sotto l’influenza di Giacinto Gigante, nonché può considerarsi visibile esempio dell’adesione (non sempre dichiarata) dell’autore alla Scuola di Resina ed in particolare a certi modi di Marco De Gregorio, suo mentore per un certo periodo: la stessa composizione ritmica di quest’opera, assai particolare, fondata sul contrasto di pieni e vuoti e luci ed ombre nel susseguirsi e nel sovrapporsi degli edifici di Quisisana, ricorda del resto per certi versi la struttura di un celebre quadro dell’artista porticese, “La Strada di Resina”.
    STIMA min € 6000 - max € 9000

    Lot 62  

    Gaeta Enrico

    Enrico Gaeta Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887) Tetti olio su tela, cm 52x64 a tergo cartiglio delle “Celebrazioni della Campania” Provenienza: Eredi dell’artista, Castellammare di Stabia; Galleria Vincent, Napoli; Coll. privata, Napoli Esposizioni: Il paesaggio nella pittura napoletana dell’Ottocento, Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti, Napoli settembre 1936; Napoli,Associazione “Circolo ArtisticoPolitecnico”, 03 - 14 Maggio 2014 Bibliografia: Il paesaggio nella pittura napoletana dell’Ottocento, Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti, Napoli 1936, pag. 95 n.59; Don Riccardo, Artecatalogo dell’Ottocento “Vesuvio” dei pittori napoletani, Editorialtipo, Roma 1973, pag. 48; Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014, tav 6,pag. 20

    Più di altri pezzi della purtroppo esigua produzione dell’autore, morto prematuramente, l’opera proposta si denota come assai vicina al capolavoro indiscusso del Gaeta, “I pini” (in esposizione molteplici volte tra Italia ed estero), per il forte lirismo che la pervade principalmente grazie al sapiente uso dei colori, che colpì finanche il grande Raffaello Causa, il quale propose in generale per lo stile del Gaeta, ma riferendosi specificamente sia a “I pini” suddetti che a questa tela (nel suo commento intitolata “Veduta di tetti a Quisisana”), una certa consonanza coi primi Macchiaioli toscani.
    Se l’ambiente de “I pini” è tuttavia visibilmente crepuscolare, qui la luce appare più probabilmente come meridiana, e determina di conseguenza le gamme cromatiche adoperate, dal ventaglio di gialli ed aranci che identificano inequivocabilmente i materiali di costruzione delle case popolari (più volte è stata sottolineata la sorprendete abilità del Gaeta nella riproduzione delle mura rustiche, screpolate, palpabilmente materiche nelle sue opere) ai molteplici toni di verde notoriamente cari all’autore, vividi o cupi tra una macchia di vegetazione e l’altra a seconda di dove si posino i raggi solari. Questo trattamento dello spazio-luce pure caratterizza le serie di tele che Gaeta dedicò a Pompei (allora ancora oggetto dei nuovi scavi cominciati da Fiorelli pochi decenni prima) sotto l’influenza di Giacinto Gigante, nonché può considerarsi visibile esempio dell’adesione (non sempre dichiarata) dell’autore alla Scuola di Resina ed in particolare a certi modi di Marco De Gregorio, suo mentore per un certo periodo: la stessa composizione ritmica di quest’opera, assai particolare, fondata sul contrasto di pieni e vuoti e luci ed ombre nel susseguirsi e nel sovrapporsi degli edifici di Quisisana, ricorda del resto per certi versi la struttura di un celebre quadro dell’artista porticese, “La Strada di Resina”.


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