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  • Lojacono Francesco (Palermo 1838 - 1915)
    Campagna siciliana
    olio su tela cm 23.5x44
    firmato in basso a sinistra: F. Lojacono
    Provenienza: Galleria Vittoria Colonna, Napoli; Coll. privata, Napoli
    Esposizione: Palermo 2005
    Bibliografia: Francesco Lojacono 1838-1915, catalogo della mostra (Palermo, 2005-2006) a cura di G. Barbera, L. Martorelli, F. Mazzocca, A. Purpura e C. Sisi, Milano 2005, tav. 103 pag. 303 a colori ; R. Caputo, La Pittura Napoletana del II Ottocento, Franco Di Mauro Editore, Napoli 2017, p.79

    Oggi unanimemente considerato fra i migliori pittori siciliani di paesaggio del diciannovesimo secolo, Francesco Lojacono ebbe in vero modo di partecipare attivamente a tutte le principali correnti, meridionali innanzitutto ma più in generale italiane, che rinverdirono il genere nel corso dell’Ottocento portandolo alla ribalta.Avviato infatti all’arte dal padre Luigi, anch’egli pittore, il giovane Francesco ne seguì dapprima diligentemente le orme, dedicandosi a composizione storiche di respiro indubbiamente romantico. Anche il precoce interesse mostrato per il paesaggio, genere probabilmente appreso sotto la guida del primo vero maestro Salvatore Lo Forte, si mantenne inizialmente su composizioni ideali e quindi ancora legate ai gusti tipicamente settecenteschi o di inizio Ottocento; una delle sue prima prove in tal senso tuttavia gli valse comunque una medaglia d’oro alla quadriennale palermitana del 1856 e dunque gli aprì le porte del pensionato presso la capitale del Regno borbonico, Napoli. Nella città di Partenope Lojacono rinnovò in un primo momento la propria arte alla vista dei capolavori di Giacinto di Gigante, ma presto prese a seguire i dittami dell’altra grande rivoluzione artistica che, alcuni anni dopo l’esperienza della Scuola di Posillipo, sconquassò l’ambiente artistico cittadino, e cioè quella che promulgava una più attenta adesione alla riproduzione del vero naturale, sotto la guida di Filippo Palizzi e dei suoi fratelli (attorno ai quali il nostro prese a gravitare), nonché di Domenico Morelli.
    L’esperienza risorgimentale e l’entusiasmo immediatamente post-unitario che si concretizzò da un punto di vista artistico nella prima Esposizione Nazionale di Firenze (1861) permise poi a Lojacono di entrare in contatto con i Toscani del Caffè Michelangelo, evolvendo la propria arte secondo lo stile e la tavolozza cari ai Macchiaioli (tanto da esser indicato in alcuni cataloghi del tempo come «Lojacono di Firenze»).Pochi anni dopo il nostro autore aggiornò ancora una volta (e forse definitivamente) la propria pittura secondi i canoni della Scuola di Resina, quel gruppo di artisti riunitisi a Portici per opporsi alla “monarchia” di Domenico Morelli e dei suoi seguaci e promuovere «un’arte indipendente puramente verista e realista, tendente alla manifestazione semplice del vero nelle sue svariate forme, senza orpelli e transazioni» (citando il manifesto redatto da Raffaele Belliazzi), proseguendo di fatto quanto già iniziato precedentemente da Filippo Palizzi.A quest’ultima fase, e quindi alla piena maturità artistica del suo autore, va ascritta l’opera proposta. La calura della veduta agreste siciliana, l’opprimente afa quasi percepibile effettivamente da chi osserva la tela, meritano all’artista l’appellativo che già i suoi contemporanei (pare un certo Romualdo Trigona, nobiluomo) gli affibbiarono di «ladro del sole», poiché nessuno si considerava tanto abile nel ritrarre paesaggi battuti dal cocente astro. Significativa è in proposito la presenza fra i soggetti del quadro ‘Una carovana di artisti nel deserto’ (opera di Paolo Vetri ed Ettore De Maria Bergler) di Lojacono, rappresentato proprio nell’atto di “reggere il sole”.
    Stima minima €23000
    Stima massima €28000
  • Campriani Alceste (Terni, PG 1848 - Lucca 1933)
    Primavera a Capri
    olio su tela cm 55x72
    firmato in basso a sinistra: Alceste Campriani

    Provenienza: Coll. privata, Napoli

    L’ esperienza artistica di Campriani ebbe inizio nel 1862, anno del suo arrivo a Napoli dopo l’esilio della sua famiglia dalla papalina Umbria a causa degli ideali libertari del padre. Nel già garibaldino capoluogo partenopeo il giovane
    Alceste, tendenzialmente non meno ribelle del suo genitore, si rivelò inadatto agli studi intellettuali tradizionali e fu perciò iscritto all’Istituto di Belle Arti, dove ebbe per compagni personaggi di spicco quali Gemito, D’Orsi, Mancini,
    De Nittis.
    Studente poco incline all’accademismo imperante dell’epoca, Campriani mostrò ben presto simpatie per il naturalismo palizziano, avvicinandosi all’allora nascente gruppo di Resina ma non legandovisi ufficialmente (sebbene un’opera quale
    Capodimonte del 1865 mostrasse inequivocabilmente già la sua propensione ad una rappresentazione luministica dello spazio), non prima almeno del termine degli studi ufficiali conseguito nel 1869 (e dopo anche un soggiorno fiorentino in cui l’artista entrò in contatto con i macchiaioli ed in particolare con Signorini).
    Non è proprio chiaro il motivo per il quale Campriani pare avesse deciso poco dopo il suo diploma di abbandonare la pittura per dedicarsi al commercio, tuttavia è certo che allora si rivelò fondamentale il sodalizio con De Nittis, il quale
    tornando a Napoli da uno dei suoi soggiorni parigini rimase tanto impressionato dai risultati raggiunti all’amico che lo convinse a seguirlo nella Ville Lumière per presentarlo al celebre mercante d’arte Goupil. L’incontro fu davvero felice, se
    il noto negoziante richiese l’esclusiva di tutti i lavori dell’artista per ben quattordici anni. Mentre però è nota ed evidente l’influenza del raffinato ed elegante ambiente cittadino sulla produzione di De Nittis, Campriani rimase sempre fedele a
    se stesso e a quel paesaggismo bucolico che si era impresso nella sua sensibilità artistica sin dai primi tentativi pittorici, esaltato dalle teorie degli scolari porticesi. Tale anzi fu la nostalgia della sua terra e di quelle vedute che frequenti furono i viaggi in Italia, fino ad un ritorno definitivo a seguito della cessione del contratto con Goupil nel 1884. Rimaneva il grande successo internazionale ottenuto dall’artista, i cui quadri erano in bella mostra tanto nelle esposizioni di tutta Europa che nei salotti dei più nobili estimatori d’arte dell’epoca.
    Agli ultimi anni parigini o a quelli subito successivi in Italia (quest’ultimi costellati di partecipazioni alle più importanti esposizioni nazionali) deve forse risalire la tela proposta, raffigurante con ogni probabilità una veduta campestre diCapri (le cui marine si ripresentano spesso nella produzione di Campriani dell’epoca), con i caratteristici mandorli in fiore pure protagonisti di altre opere dell’artista e con la coppia di popolani intenti nel tradizionale intonare musica pastorale suonando due siringhe; soggetto quasi identico (ma assai semplificato) poteva osservarsi in una Pastorella che suona la siringa, documentata fotograficamente ma ormai di ignota ubicazione. La semplicità formale caratteristica
    dell’autore si combina (come in quasi tutta la sua produzione) con la costante attenzione che egli sempre volse alla luce ed i suoi effetti, non esente qui, nell’illuminazione frontale del pieno mezzogiorno che quasi cancella le zone d’ombra,
    dalle influenze del Fortuny, che affascinò evidentemente Campriani (come del resto l’intero gruppo di Resina) durante il soggiorno a Portici negli anni Settanta del secolo; lo spettro cromatico è particolarmente ricco, forse più di molte
    altre tele dell’autore e certamente al livello dei suoi capolavori, con l’ampia gamma dei verdi interrotta dalle molteplici variazioni di tono dell’azzurro, del marrone, del rosa che in particolare screzia meravigliosamente il bianco dei fiori di mandorlo. Si può dunque dire in definitiva che, se c’è tutta una produzione (quella più giovanile) di Campriani dedicata all’avida analisi della realtà ed alla sua resa oggettiva nell’opera d’arte, qui la lezione palizziana è andata
    smorzandosi e raffinandosi, nell’intento di comprendere più poeticamente il paesaggio e di rappresentarne anche il sentimento, l’invisibile, poiché esso, adoperando una felice espressione del critico del tempo Vittorio Pica, «non deve parlare soltanto agli occhi, ma anche all’anima di chi lo guarda».
    Stima minima €6000
    Stima massima €10000
  • Palizzi Nicola (Vasto - CH 1820 - Napoli 1870)
    Paesaggio con viandanti
    olio su tela, cm 51x43
    firmato in basso a destra: N. Palizzi
    Stima minima €4500
    Stima massima €6500
  • De Nittis Giuseppe (Barletta 1846 - Saint Germain en Laye, FR 1884)
    Ritratto della moglie del pittore Rossano
    olio su tela, cm 55,5x38
    firmato in alto a destra: De Nittis

    Provenienza: Coll. Tulino, Parigi; Coll. A. Portolano, Milano

    Esposizioni: Napoli, 1950; VI Quadriennale d'arte Roma, 1952

    Bibliografia: Dipinti di figure e ritratti dell'800 : Galleria Medea, Napoli 1950 n. ord. 17;Cat. VI Quadriennale d'arte Roma, Ed. De Luca Roma 1951,pag 121, n cat. 4; A. Mezzetti ed E. Zocca, Pittori italiani del secondo Ottocento, Ed. De Luca Roma 1952, pag. 64 tav LXIII

    Il sodalizio fra Giuseppe De Nittis e Federico Rossano fu stretto in tempi assai precoci, quando “Peppino” (così veniva affettuosamente chiamato), non ancora ventenne, già andava ricercando il vero in pittura negli anni di studio presso il Real Istituto di Belle Arti di Napoli, da cui fu poi notoriamente espulso per motivi disciplinari nel 1863; a questo stesso anno viene dunque comunemente fissato il principio dell’esperienza di Resina, alla cui fondazione parteciparono appunto tanto De Nittis che il Rossano, insieme a Marco de Gregorio ed Adriano Cecioni (anch’essi legati al nostro autore da una solida amicizia e strette interdipendenze artistiche).
    Il manifesto di quella che sarà poi chiamata “Repubblica di Portici” prevedeva in sostanza un recupero del vero rigoroso e scevro da ogni orpello o interpretazione intimista e più in generale sentimentale, opponendosi inoltre alle tendenze artistiche più in voga nella Napoli del tempo che corrispondevano principalmente alle due diverse interpretazioni che proprio della poetica del vero davano da un lato Domenico Morelli e dall’altro Filippo Palizzi. In realtà, e particolarmente proprio nella figura di De Nittis, sempre ricettivo nei confronti delle più disparate suggestioni artistiche, la Scuola di Resina non operò mai un distacco così radicale dall’allora “tradizionale” scuola napoletana del paesaggio, presentandosi di fatto come logica continuazione dei dittami palizziani che manifestamente andava tanto criticando.
    Una nuova e radicale rivoluzione di tutta la poetica del De Nittis prese a svilupparsi dieci anni dopo la “comune” porticese, quando cioè a partire dal 1873 l’artista si stabilì definitivamente a Parigi. La vita frenetica ma raffinata della Belle Époque, l’incontro con gli ultimi Barbizonniers e poi con i vari Impressionisti, quindi la stretta amicizia col pittore James Tissot furono tutte cause che determinarono in momenti diversi (ma generalmente vicini fra loro) un cambiamento in Giuseppe a favore di una pittura generalmente piacevole, incentrata sulla vita della ricca borghesia più à la page e per essa concepita: De Nittis insomma finì per dedicarsi a quell’arte che i sostenitori della Scuola di Resina giudicavano generalmente frivola se non pericolosa (si pensi ai giudizi dello stesso Cecioni o a quelli di Francesco Netti). Appare in effetti incontestabili in questa nuova fase della produzione dell’artista il moltiplicarsi di modelle degne delle più lussuose riviste di moda, divise tra pomeriggi all’ippodromo e soirée all’Opéra, ed anche le composizioni all’aperto, quelle dei boulevard parigini ed in seguito delle strade londinesi, sembrano animate da uno spirito non meno elegante ma al contempo elitario degli interni altoborghesi.
    De Nittis comunque per almeno un lustro non rinunciò del tutto alle sue prime suggestioni pittoriche, ed anzi vi si dedicò anima e corpo in occasione dei suoi ritorni in terra natia; si tratta comunque a ben vedere di riprese più tematiche che stilistiche, in quanto sempre filtrate dalla recente adesione al “realismo borghese”. Nell’orizzonte di questa temperie va collocata ed interpretata anche l’opera proposta, databile con certezza fra il 1880, anno in cui il succitato amico Rossano prese in sposa Zelye Brocheton (anch’ella di origine francese), ed il 1884, anno della morte improvvisa e prematura del De Nittis. La nostalgica memoria degli esordi pittorici e delle passate compagnie viene dunque solo sottintesa in un ritratto del tutto simile a capolavori coevi dell’artista quale può essere un esempio la “Figura di donna” proprio del 1880 (ora alla Pinacoteca “De Nittis” di Barletta), in cui è la moglie dello stesso Giuseppe, Léontine Gruvelle, a far sfoggio della propria eleganza. L’abbandono tuttavia di contrasti cromatici particolarmente accessi e vivaci nonché della tipica verticalità delle ultime opere del De Nittis (caratteristiche entrambe riprese dalla sempre più diffusa stampa giapponese) potrebbe tradire una volontà precisa dell’autore di riconciliarsi con la più sobria aderenza al vero delle sue prime realizzazioni pittoriche.
    Stima minima €60000
    Stima massima €80000
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) L'abbeveratoio olio su tavola, cm 46x37 firmato, datato e iscritto in basso a sinistra: G. Palizzi 51 Paris

    L’opera proposta si data a pochi anni dopo il noto trasferimento di Giuseppe Palizzi in Francia, dopo gli aspri scontri che lo video opposto nell’ambiente napoletano a Gabriele Smargiassi tanto sul piano politico che su quello estetico: da fratello di Filippo infatti, Giuseppe non poté non condividerne i nuovi e rivoluzionari ideali di aderenza al vero, ed anzi finì per farne da tramite con le contemporanee tendenza d’oltralpe, allorché il nostro stabilitosi a Passy, presso la foresta di Fontainebleau, entrò in contatto per poi stringere una solida amicizia con i membri della giovane scuola di Barbizon provenienti da Marlotte. L’aderenza agli ideali barbisonnier, sorprendentemente simili in fondo a quanto Filippo Palizzi portava avanti a Napoli, si tradussero tuttavia nei dipinti di Giuseppe in uno stile pittorico a piccole taches di colore che non furono mai proprie del fratello minore, e che sono appunto ben visibili nella tela in asta; qui poi oltre all’ispirazione corottiana condivisa ovviamente da un po’ tutti gli artisti di Fontainebleau s’intravede anche l’influenza del caposcuola Jean-François Millet nel soggetto contadino col tipico caseggiato locale. L’atmosfera generale risulta tuttavia non scevra di un certo lirismo che l’autore conservò quasi sempre all’interno della propria produzione e che egli ereditò con ogni probabilità da quella scuola di paesaggio ancora romantica di cui Smargiassi fu rappresentante e dalla quale Giuseppe Palizzi tentò, evidentemente invano, di affrancarsi.
    Stima minima €4000
    Stima massima €7000
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    La sosta
    olio su tavola cm 65x47
    firmato e datato in basso a sinistra: G.Palizzi 51

    Provenienza: Coll P. Candiani, Milano

    Come giustamente evidenziato in una importante mostra tuttora allestita nel capoluogo campano, Giuseppe Palizzi (il maggiore d’età fra i pittori della famiglia Palizzi) costituì il principale punto di contatto fra la nuova poetica pittorica napoletana (di cui imprescindibile rappresentante fu il fratello Filippo), opposta al precedente Romanticismo nell’intenzione di rappresentare rigorosamente il vero (e, come andava sostenendo in quegli anni Francesco De Sanctis, non solamente il bello) nell’arte, e la francese Scuola di Barbizon (e dunque in qualche modo col nascente Impressionismo).
    Giuseppe si trasferì appunto in Francia nel 1844, allorché il già difficile rapporto con l’ambiente accademico partenopeo (ed in particolare col romantico Gabriele Smargiassi) giunse ad un vero e proprio punto di rottura; l’artista si stabilì allora a Passy, nei pressi della foresta di Fontainbleau, locus amoenus di barbizonniers quali Rousseau, Dupré, Daubigny, ed alla amicizia con questi ultimi seguì l’adesione alla loro poetica pittorica (‘L’accampamento degli zingari’, 1848).
    Il Palizzi intanto non mancò di intrattenere un fitto ed assai interessante (per scambio di ideali estetici) epistolario col fratello Filippo, né mancarono suoi occasionali e brevi ritorni in terra natia.
    L’opera proposta appartiene appunto al primo periodo francese del nostro autore (stando alla sua datazione), e pertanto oscilla ancora fra le nuove ispirazioni di Barbizon e la precedente poetica tutta napoletana: se già infatti la preponderante presenza ovina subito ricollega al vasto catalogo zoologico tanto caro alla pittura più
    caratteristicamente palizziana (soprattutto propria del fratello Filippo), è l’atmosfera più generalmente idillica dell’intera composizione a
    risalire il corso della pittura di paesaggio a Napoli fino alla Scuola di Posillipo (e fino dunque a Giacinto Gigante ed in qualche modo a Pitloo, le cui pennellate “nordiche” pure influenzarono l’arte di Giuseppe Palizzi): l’autore insomma,
    pur volendo recidere il cordone ombelicale che considerava ancora imbrigliarlo alla scuola napoletana più tradizionale, non riuscì mai a liberarsene del tutto, sempre trasfigurando il qualche modo l’austera vita campestre, certamente reale ed aderente al vero, in chiave sentimentale e vagamente romantica.
    Stima minima €3500
    Stima massima €6500
  • Morelli Domenico (Napoli 1823 - 1901) Ritratto femminile olio su tela cm 53x26,5 firmato in basso a destra: D. Morelli

    Considerando la quantità di ritratti di Domenico Morelli che, a lungo sconosciuti, continuano a riemergere dalle varie collezioni private per immettersi sul mercato, ci si augura che in futuro si possa delineare uno studio più approfondito di questa vasta produzione che ha accompagnato nel tempo un po’ tutta la ricerca di questo autore, così da restituire una ancora più chiara immagine di uno dei più grandi artisti che l’arte napoletana abbia mai annoverato nella sua lunga storia.
    Facendosi pressoché dal nulla infatti, Morelli rinnovò radicalmente insieme a Filippo Palizzi l’intero panorama artistico partenopeo, ponendosi poi come interlocutore imprescindibile di ogni dibattito che al tempo si volesse sviluppare sul tema dentro e fuori le mura della città, vero e proprio sovrano della pittura napoletana.
    Una posizione di tale, indubbio prestigio non poté che procurare all’autore molteplici committenze, e difatti fioccarono di conseguenza i molti ritratti di cui s’accennava poc’anzi e di cui solo una piccola parte è stata poi musealizzata. Se il genere ritrattistico per sua natura richiede tuttavia una rigorosa precisione ed una stretta aderenza al vero, qualità che certo non mancavano al Morelli né nella teoria estetica che nella pratica disegnativa a lui tanto cara, una serie di dipinti di questo specifico ambito deviano dai comuni dittami per lasciarsi andare ad una più libera sperimentazione artistica, segno che l’autore amava evidentemente in questo genere anche per gusto personale e non solo per accontentare la propria clientela. L’opera proposta appartiene con ogni probabilità a quest’ultimo filone, mostrando la pennellata a taches di colore che il Morelli adottò a partire dagli anni Sessanta e Settanta del diciannovesimo secolo, nel corso del suo periodo orientalista e negli anni successivi, avendo recepito la lezione dell’amico spagnolo Marià Fortuny i Marsal.
    Stima minima €6000
    Stima massima €9000
  • Giuseppe Palizzi (Lanciano 1812 - Passy 1888) Cappella votiva matita su carta cm 23x30 firmato in basso a sinistra: Palizzi
    Stima minima €500
    Stima massima €800
    Detail free offer
  • Cammarano Michele (Napoli 1835 - 1920)
    Picinisco olio su tela, cm 101x67
    firmato in basso a sinistra: Mic. Cammarano

    Provenienza: Coll privata, Roma; coll. privata,Napoli

    Bibliografia: R. Caputo, La Pittura napoletana del II Ottocento, Di Mauro Editore, Napoli 2017, p.125

    Nelle Memorie di Michele Cammarano, scritte da quest’ultimo nel 1898 e rese note da Michele Biancale nel primo fondamentale contributo monografico nel 1936, si ricorda che dal 1896 al 1900, allorquando Cammarano lascia Roma,
    dopo quasi trent’anni di permanenza per ritornare a Napoli e prendere il posto, lasciato vuoto dalla morte del suo maestro Filippo Palizzi, di professore di pittura di paesaggio al Real Istituto di Belle Arti non si ha notizia che di tre quadri importanti, oltre, naturalmente che di vari studi che l’artista era solito eseguire e dei quali si ignora la
    collocazione. Di alcuni di essi è stato però possibile fissare la data, il luogo e i motivi ispiratori. Seguendo una vecchia abitudine che portava Cammarano a passare l’estate in luoghi di campagna o di montagna a prepararvi largo materiale
    pittorico, nel 1897 egli si recò a Picinisco, nell’allora provincia di Caserta. La scelta del paese può spiegarsi col ricordo ancora vivo in lui del suo primo maestro Gabriele Smargiassi che vi andava a lavorare dal vero. Vi trovava una natura
    assai aderente al suo temperamento. Montagne scabre, alberi secolari, vigorosi tipi di uomini e bellissime donne, rese più attraenti dai loro costumi.
    Rimangono cinque o sei opere delle tante che vi dipinse, ma tutte di qualità alta, d’un realismo sonoro e luminoso, col medesimo tocco vigoroso ma in una resa pittorica assai più complessa e ricca. È un naturalismo inteso a portare anche il frammento più minuto a carattere monumentale. Come in quello Studio di tetto (Cfr. M. Biancale, Cammarano,
    Milano-Roma 1936, tav. LXXXIII) con un camino che ricorda il solenne basamento di una statua equestre. Gli embrici scoprono nelle corrosioni delle piogge o nei lunghi contatti con la neve i loro toni grigi, gialli-zolfo, rossigni carnicini.
    Tra quei rosicchioli di pietre d’un grigio bruno e sui coppi ribaltati l’osservatore potrà notare financo le scrostature brune del cotto conseguenza dei rigidissimi inverni e dell’accanimento canicolare.
    Stima minima €13000
    Stima massima €18000
  • Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912)
    Paesaggio con figure
    olio su tela, cm 26x60
    firmato in basso a destra: Rossano

    Provenienza: Gall. d'arte P. Caretto, Torino; coll. privata, Torino; Porro & C. , Milano ; Gall. Vittoria Colonna, Napoli; coll. privata, Napoli

    Esposizioni : Milano 2004;

    Bibliografia: Cat. Asta 5 Porro & C. , feb. 2004 n. cat 35

    Attento inizialmente all’esperienza dei posillipisti ed al loro paesaggismo vagamente onirico, Federico Rossano cambiò rotta nell’adesione ad una pittura di stampo più spiccatamente palizziano, fino alla fondazione della Scuola di Resina cui egli è comunemente associato da storici e critici d’arte; i porticesi, si ricordi, propugnavano la rigida traduzione in pittura del paesaggio per quel che esso era crudamente, senza alcun orpello di qualsivoglia tipo, portando di fatto a più estreme conseguenze la già accennata lezione di Filippo Palizzi.
    A Parigi seguendo il già compiuto viaggio dell’amico e compagno Giuseppe De Nittis, Rossano riuscì a non farsi affascinare dalle seduzioni e gli sfarzi della belle époque, preferendo accompagnarsi ai tardi Barbisonniers ed a Camille Pissarro, attraverso i quali recepì la lezione di Camille Corot. La serena compenetrazione fra uomo e natura professata dai suoi nuovi sodali finì comunque per mutare in qualche modo il fare pittorico del Nostro, il quale schiarendo notevolmente la propria tavolozza verso le tinte pastello si dedicò allo studio di raffinati giochi luministici e cromatici nelle sue passeggiate per i dintorni della Ville Lumière.
    Stima minima €16000
    Stima massima €24000
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) Studio di erba matita su carta, cm 19x23 firmato in basso a sinistra: G. Palizzi
    Stima minima €400
    Stima massima €800
  • Patini Teofilo (Castel di Sangro, AQ 1840 - Napoli 1906)
    Bestie da soma
    olio su tela, cm 35x47
    firmato in basso a destra: Patini

    Bibliografia: Ottocento Catalogo dell'Arte Italiana. Ottocento - Primo Novecento n.42, Milano 2013, tav. a col. pag.86; R. Caputo, La Pittura napoletana del II Ottocento, Di Mauro Editore, Napoli 2017, p.112

    L’osservazione commossa e impietosamente “verista” delle miserie dei vinti d’Abruzzo – terra natale da cui partì giovanissimo – contraddistinse la pittura di Teofilo Patini, prima allievo di Giuseppe Mancinelli al Real Istituto di Belle Arti di Napoli, poi vicino al realismo del suo conterraneo Filippo Palizzi. L’opera fa parte di un gruppo di studi per la grande opera principale “Bestie da soma”, realizzata nel 1886.
    Carlo Siviero, in Questa era Napoli, fu tra i primi ad inquadrare i caratteri della pittura realista di Teofilo Patini.
    Patini non va cercato in un mondo astratto di idee e sensazioni pittoriche: egli è tutto nella umanità degli umili lavoratori della terra, intento a raccoglierne le espressioni della vita uniforme nella cura dei campi, fecondati dal sudore della
    fatica. Tra la pittura di costume storico di Miola e il romanticismo di Tofano, egli s’era accostato al naturalismo di Palizzi; e nell’orbita delle correnti umanitarie di Kant, aveva visto Millet e Bastien Lépage. La sua vocazione, nata tra i monti d’Abruzzo, a contatto delle vita primitiva e rudimentale della sua gente tra cui amava attardarsi fino a sera.
    «Mi hanno chiamato il pittore degli stracci – diceva – non me ne offendo; ciò è vero: li ho preferiti alle sete e ai velluti della storia e della leggenda», manifesta allusione all’arte di Morelli.
    In Patini la si trova; l’aspirazione al miglioramento sociale dei lavoratori della terra ch’egli vedeva oppressi e abbrutiti da un tenore di vita bestiale. E Bestie da soma (l’importante dipinto realizzato nel 1866, presentato all’Esposizione Nazionale di Venezia dell’anno successivo e comprato dall’Amministrazione provinciale dell’Aquila) è, infatti, il
    primo di una trilogia che con Vanga e latte e L’erede determina la vera cifra pittorica dell’artista aquilano. Ciò che colpisce dell’opera di Patini, oltre il suo credo umanitario, superato dal progresso dei tempi, è la forma del racconto,
    la pittura. In verità più derivata dall’esempio di Palizzi che scaturita dalla pittura di Morelli. La materia patiniana, la pienezza del rilievo appare ammantarsi di una malinconia coloristica spesso opprimente poiché alla tavolozza manca volutamente la purezza dell’azzurro, lo squillio dei rossi, la lieta nota dei verdi. Tutti elementi che caratterizzano questo Studio che riprende alcune donne, curve sotto il peso di grandi fascine, raccolte sulla montagna, che scendono
    lentamente al piano.
    La prima con i segni dell’avanzata maternità, più stanca delle altre, s’appoggia alla roccia per riprendere fiato. La simbologia è chiave: la sofferenza incomincia fin dal grembo materno.
    Proprio per questo suo realismo il pittore sceglieva tra le reali miserie della sua gente i personaggi dei suoi quadri come è stato evidenziato da Cosimo Savastano (in Teofilo Patini, 2001, p. 76) che riporta un articolo di Pasquale Scorpiti
    sulle interviste a Maria d’Orazio, la più giovane delle tre raccoglitrici di legna ed a Libecca la nipote di Mastrorocco la settantenne che posò per Bestie da soma, oltreché alla figlia di Maria Bozzelli, la donna incinta ritratta in piedi nella
    tela.
    Per tutte e tre la proposta di don Teofilo era giunta “come una vera manna - una lira al giorno e per una intera stagione! E mi passava anche il pranzo, e a me sola - sottolinea Maria - con la voce piena d’orgoglio”. Tanto valeva anche per le
    altre due prescelte. Lo stato di bisogno e il più delle volte di inedia quasi assoluta era pesante e decisamente diffuso.
    Tutte e tre le donne ne erano la dimostrazione. “Ma più povera di Libecca che, per tirare innanzi con quei suoi quattro figli e senza marito, tesseva la lana (e la nipote ci mostra ancora una sua sottoveste tessuta all’epoca del quadro), più
    povera di Maria d’Orazio era la terza modella di Bestie da soma, Maria Bozzelli. Tanto povera che filava la lana al lume del fuoco, nelle lunghe sere d’inverno: solo così glielo permetteva il marito che se ne andava alla giornata con un tozzo
    di pane infilato nella camicia: ce lo dice ora la sua figlia che ricorda di essere stata bambina quando la madre, incinta, posò per Patini; di aver pianto di fame mentre aspettava che la madre tornasse dalla casa del pittore”.
    Stima minima €12000
    Stima massima €18000
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899)
    Nella stalla
    olio su tela, cm 51x74
    firmato e datato in basso a destra: Fil. Palizzi 1862
    a tergo cartiglio Mostra Commemorativa del Cinquantenario - Dicembre 1934

    Provenienza: Gran. Uff. Giorgio Mylius, Milano; coll. privata, Napoli

    Esposizione Milano 1934

    Bibliografia: Cat. Mostra Commemorativa del Cinquantenario, Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente Milano, Dic. 1934 , Sala II n. cat. 59 pag. 19

    Protagonista insieme a Domenico Morelli della rivoluzione artistica che in seno alla scuola pittorica napoletana sconvolse l’accademismo imperante dell’epoca in nome di una rappresentazione rigorosa del vero naturale (e di tutte le sue eventuali storture), Filippo Palizzi si dedicò all’en plein air fin dai suoi primi passi nel mondo dell’arte (negli anni Trenta cioè dell’Ottocento), e già in aperta polemica con la pittura di composizione e cioè sostanzialmente di invenzione.
    L’attenzione al tema animale, caratteristico della produzione dell’artista, si svolge nel corso di questa secondo un evoluzione che da prime opere ancora vagamente convenzionali, passando per qualche studio “fisiognomico”, in cui cioè l’animale è declinato secondo tipi psicologici più prettamente umani, giunge a felici risultati in cui al soggetto ferino è assegnata pari dignità rappresentativa di qualsiasi altro tema pittorico (come il Palizzi ebbe a sostenere anche in alcuni suoi scritti).
    Ecco allora fiorire intorno agli anni Sessanta del secolo una serie di dipinti di minori o maggiori dimensioni, ma tutti di indubbia qualità, che ripropongono ovini ed equini (asinelli specialmente) ritratti nel loro habitat più proprio, ove l’umano, il pastore o magari la pastorella, s’introducono non per asservire ma per “servire” i propri animali, nutrendoli con ricchi fasci d’erbe che pure vengono ripresentate dall’autore in più tele (si ricordi qui solamente il bel ‘Fascio d’erba di primavera’ alla GNAM di Roma).

    L’attenzione alla resa luministica, pure centrale nella ricerca artistica del Palizzi, si declina in questo periodo secondo una minuziosa registrazione micrografica di ogni singolo effetto di luce sul vello e sugli scattanti muscoli degli animali rappresentati, in una presa di distanza dunque (che comunque non può considerarsi voluta) dai più sintetici risultati che al tempo cominciarono a fare capolino sulla scia dei movimenti artistici parigini, coi quali del resto Filippo pure ebbe contatti per tramite del fratello Giuseppe, definitivamente stabilitosi in Francia fin dal 1844 e membro attivo della Scuola di Barbizon.
    Esemplare di spicco di questo vario e notevole filone pittorico, la tela proposta s’arricchisce di ulteriore prestigio con la sua provenienza. Il Grand’Ufficiale Giorgio Mylius, riportato come proprietario dell’opera sul cartiglio che essa reca con sé (e che ne testimonia poi l’esposizione alla Mostra celebrativa del cinquecentenario della Società per le Belle Arti di Milano, di cui il Mylius fu allora anche Presidente del Direttivo), fu l’ultimo membro maschio di una potente famiglia di imprenditori d’origini austriache che fin dalla fine del Settecento promosse di Milano tanto lo sviluppo economico (furono impegnati allora per lo più nella produzione e nel commercio tessile) che quello culturale: la loro villa sul Lago di Como (oggi sede del centro italo-tedesco per l’eccellenza europea) fu centro di raccolta di una ricchissima e raffinata collezione d’arte, nonché ospitò numerosi intellettuali tedeschi ed italiani di prim’ordine, quali Goethe e Manzoni.
    Stima minima €25000
    Stima massima €45000
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899)
    a)Sito dove Napoleone III e Francesco Giuseppe si incontrarono per stabilire la pace di Villafranca nel 1859 dopo la battaglia di Solferino Filippo Palizzi 1867
    matita su carta cm 10x15

    b) Camera nella locanda Girasole a Villafranca dove nel 1849 Carlo Alberto dimorò con il suo Stato Maggiore
    matita su carta cm 10x15
    Stima minima €400
    Stima massima €600
  • Tafuri Raffaele (Salerno 1857 - Venezia 1929)
    Intimità domestica
    olio su tela, cm 36x55
    firmato in basso a sinistra: R.le Tafuri

    Se per fortuna già da alcuni anni una nuova critica d’arte si è mostrata più sensibile a certi movimenti e certe scuole rispetto a chi l’aveva preceduta, ed è stata così possibile la (ri)scoperta del grande secondo Ottocento napoletano (tanto in pittura che in scultura), ancora molti autori campani di un tempo attendono un riconoscimento adeguato del proprio lavoro.
    Raffaele Tafuri è certo fra questi ultimi, sebbene vada detto che la sua personalità alquanto schiva già contribuì quand’egli era ancora in vita a non farlo assurgere alla ribalta fra i suoi contemporanei.
    Raffaele nacque a Salerno nel 1857, erede di una stirpe di decoratori che ne segnò irrimediabilmente gli interessi artistici nonché la prima formazione. A Napoli per studiare presso il Real Istituto di Belle Arti, ivi subì le influenze delle nascenti poetiche del vero sostenute da Domenico Morelli e Filippo Palizzi, nonché frequentò lo studio di Stanislao Lista, che una simile temperie artistica andava conducendo in scultura. A Venezia nel 1886 per un breve periodo, Tafuri vi si trasferì definitivamente nel 1896 (ma non mancarono soggiorni nelle terre natie), collaborando con Giacomo Favretto e Guglielmo Ciardi: la produzione artistica del Nostro non poté allora non risentire delle ricerche luministiche tipicamente veneziane, ed appunto in questa sua ultima fase artistica venne a costituirsi un curioso connubio fra queste tendenze locali ed il bagaglio culturale (attento cioè al sapiente e vario uso dei colori) di scuola napoletana.
    Gli olii (talvolta acquerelli) di Raffaele Tafuri riguardano per lo più una pittura di paesaggio che come si è detto risente prima della grande tradizione napoletana e poi di quella veneziana, sovente mescolandone infine gli aspetti più peculiari. Più rara è la pittura di interni e di genere, spesso risalente agli anni della gioventù, sebbene la più tarda collaborazione con Favretto spinse alla realizzazione di alcune scene di schietta narrativa popolaresca. Che si voglia datare l’opera proposta all’una o l’altra fase nella produzione dell’autore, resta comunque ben evidente l’adesione ai dittami della pittura dal vero, con pure un vago afflato verista che tuttavia è presto soffocato dalla sincera gioia che illumina e pare scaturire dai volti dei soggetti raffigurati, legati da un’intima confidenza.
    Stima minima €4000
    Stima massima €7000
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