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ASTA N. 128

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  • Lot 46  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Da Frisio a Santa Lucia
    olio su tavola, cm 14x24
    firmato in basso a sinistra: E. Dalbono
    a tergo: questo dipinto è dal vero, autenticato da V. La Bella
    STIMA:
    min € 1800 - max € 3200
  • Lot 47  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Parc Monceau
    olio su tela rip. su cartone, cm 32,5x39,5
    firmato in basso a sinistra: R. Ragione
    a tergo cartiglio Coll. P. Candiani, Milano
    STIMA:
    min € 2500 - max € 4500
  • Lot 48  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    La canzone del mare
    olio su tela, cm 50x70
    firmato in basso a destra: E. Dalbono
    STIMA:
    min € 3500 - max € 5500
  • Lot 49  

    Brancaccio Carlo

    Brancaccio Carlo Brancaccio Carlo (Napoli 1861 - 1920)
    Boulevard de Paris
    olio su tela, cm 40x50
    firmato e iscritto in basso a destra: Carlo Brancaccio Paris
    STIMA:
    min € 6000 - max € 9000
  • Lot 50  

    Santoro Rubens

    Santoro Rubens Santoro Rubens (Mongrassano, CS 1859 - Napoli 1942)
    Venezia
    olio su tela, cm 21,5x15,8
    firmato e dedicato in basso a sinistra: Al mio caro amico G. Scoppa - Rubens Santoro
    STIMA:
    min € 2000 - max € 3000
  • Lot 51  

    Tafuri Raffaele

    Raffaele Tafuri Tafuri Raffaele (Salerno 1857 - Venezia 1929)
    Abbazia di S. Gregorio a Venezia
    olio su tela, cm 53,5x37,5
    firmato e iscritto in basso a destra: R. Tafuri Venezia
    a tergo traccia di cartiglio della Galleria Pesaro, Milano

    Esposizioni: Milano, 1918

    Bibliografia:A. Fradeletto , Raffaele Tafuri, Galleria Pesaro Milano 1918 pag. 10 n. ord. 47
    STIMA:
    min € 5500 - max € 8500
  • Lot 52  

    Irolli Vincenzo

    Irolli Vincenzo Irolli Vincenzo (Napoli 1860 - 1949)
    La lettura olio su tela, cm 47x46
    firmato in basso a destra: V. Irolli

    Esposizioni: Galleria d'arte Nuova Bianchi d'Espinosa, Napoli 1989

    Bibliografia: L. Montanari "Come vedo e come sento Vincenzo Irolli ", Bologna 1942; Don Riccardo, Artevalore napoletano Editorialtipo Roma pag. 241; Don Riccardo, Artecatalogo Vesuvio Editorialtipo, Roma 1973, vol. II tav. 39
    STIMA:
    min € 8000 - max € 12000
  • Lot 53  

    Pratella Attilio

    Pratella Attilio Pratella Attilio (Lugo di Romagna, RA 1856 - Napoli 1949)
    Antignano
    olio su tavola, cm 22,5x35,5
    firmato in basso a destra: A. Pratella
    STIMA:
    min € 3500 - max € 5500
  • Lot 54  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1938)
    Carolina
    olio su tela, cm 48x35,5
    firmato a lato a sinistra: Migliaro
    a tergo cartiglio XXII Biennale di Venezia, 1940

    Provenienza: Racc. Minieri, Napoli; Coll. privata, Napoli
    Esposizioni: Venezia 1940
    Bibliografia: Cat. XXII Esp. Int. d'Arte Biennale di Venezia, Maggio - Ottobre 1940, pag. 82 n. 12; A. Schettini, Vincenzo Migliaro, A. Morano Ed., Napoli 1950, pag. 49 in b/n

    Il gusto proprio di Vincenzo Migliaro di stilare all’interno delle proprie note composizioni sulla città di Napoli un catalogo pittorico quanto più vasto possibile di tipi umani si rispecchia in una altrettanto ricca produzione ritrattistica
    che vide l’artista impegnato fin dai suoi primi anni di attività e che gli consentì di sondare più approfonditamente l’animo dei propri soggetti isolandoli dalla calca che era solita affollare strade e mercati partenopei, una massa popolare
    su cui in Migliaro è in genere la donna ad emergere, restituita in tutte le sue sfaccettature emotive ed intenta nelle più svariate occupazioni: ecco allora che in opere delle più svariate dimensioni e tecniche, di maggiore o minore impegno pittorico, fanno capolino volti e corpi femminili, talvolta nudi, spesso della moglie Nannina, o della modella Luciana, o ancora della sorella Adalgisa, fin dalla ‘Testa di donna’ (Napoli, Museo di Capodimonte) che gli valse nel 1877 il secondo posto al Concorso Nazionale di Pittura per allievi d’accademia consentendogli un breve soggiorno a Parigi.
    Pur disinteressandosi all’arte degli Impressionisti Migliaro finì involontariamente per avvicinarvisi, o meglio può accomunarsi ad uno di essi in articolare, Pierre-Auguste Renoir, come sostennero già al tempo tanto Michele Biancale che Alfredo Schettini, innanzitutto sul piano delle scelte cromatiche, a partirei dai rossi e gialli intensi che, ad ampie
    campiture oppure a pennellate più sottili ed evidenti, fanno da sfondo proprio a molti ritratti, oppure definiscono gli accessori delle figure femminili, o in qualche modo ne esaltano l’incarnato.
    L’opera proposta non costituisce dunque n’eccezione, col telo vermiglio su cui staccano per opposizione i bruni profondi di capelli e vesti, oppure col particolare dell’orecchino che, occupando quasi il centro della composizione ed attirando inevitabilmente a sé pertanto lo sguardo dell’osservatore, riesce pur nei suoi sintetici tratti a restituirci una preziosità assolutamente realistica del metallo dorato.
    STIMA:
    min € 4500 - max € 6500
  • Lot 55  

    Campriani Alceste

    Campriani Alceste Campriani Alceste (Terni, PG 1848 - Lucca 1933)
    Primavera a Capri
    olio su tela cm 55x72
    firmato in basso a sinistra: Alceste Campriani

    Provenienza: Coll. privata, Napoli

    L’ esperienza artistica di Campriani ebbe inizio nel 1862, anno del suo arrivo a Napoli dopo l’esilio della sua famiglia dalla papalina Umbria a causa degli ideali libertari del padre. Nel già garibaldino capoluogo partenopeo il giovane
    Alceste, tendenzialmente non meno ribelle del suo genitore, si rivelò inadatto agli studi intellettuali tradizionali e fu perciò iscritto all’Istituto di Belle Arti, dove ebbe per compagni personaggi di spicco quali Gemito, D’Orsi, Mancini,
    De Nittis.
    Studente poco incline all’accademismo imperante dell’epoca, Campriani mostrò ben presto simpatie per il naturalismo palizziano, avvicinandosi all’allora nascente gruppo di Resina ma non legandovisi ufficialmente (sebbene un’opera quale
    Capodimonte del 1865 mostrasse inequivocabilmente già la sua propensione ad una rappresentazione luministica dello spazio), non prima almeno del termine degli studi ufficiali conseguito nel 1869 (e dopo anche un soggiorno fiorentino in cui l’artista entrò in contatto con i macchiaioli ed in particolare con Signorini).
    Non è proprio chiaro il motivo per il quale Campriani pare avesse deciso poco dopo il suo diploma di abbandonare la pittura per dedicarsi al commercio, tuttavia è certo che allora si rivelò fondamentale il sodalizio con De Nittis, il quale
    tornando a Napoli da uno dei suoi soggiorni parigini rimase tanto impressionato dai risultati raggiunti all’amico che lo convinse a seguirlo nella Ville Lumière per presentarlo al celebre mercante d’arte Goupil. L’incontro fu davvero felice, se
    il noto negoziante richiese l’esclusiva di tutti i lavori dell’artista per ben quattordici anni. Mentre però è nota ed evidente l’influenza del raffinato ed elegante ambiente cittadino sulla produzione di De Nittis, Campriani rimase sempre fedele a
    se stesso e a quel paesaggismo bucolico che si era impresso nella sua sensibilità artistica sin dai primi tentativi pittorici, esaltato dalle teorie degli scolari porticesi. Tale anzi fu la nostalgia della sua terra e di quelle vedute che frequenti furono i viaggi in Italia, fino ad un ritorno definitivo a seguito della cessione del contratto con Goupil nel 1884. Rimaneva il grande successo internazionale ottenuto dall’artista, i cui quadri erano in bella mostra tanto nelle esposizioni di tutta Europa che nei salotti dei più nobili estimatori d’arte dell’epoca.
    Agli ultimi anni parigini o a quelli subito successivi in Italia (quest’ultimi costellati di partecipazioni alle più importanti esposizioni nazionali) deve forse risalire la tela proposta, raffigurante con ogni probabilità una veduta campestre diCapri (le cui marine si ripresentano spesso nella produzione di Campriani dell’epoca), con i caratteristici mandorli in fiore pure protagonisti di altre opere dell’artista e con la coppia di popolani intenti nel tradizionale intonare musica pastorale suonando due siringhe; soggetto quasi identico (ma assai semplificato) poteva osservarsi in una Pastorella che suona la siringa, documentata fotograficamente ma ormai di ignota ubicazione. La semplicità formale caratteristica
    dell’autore si combina (come in quasi tutta la sua produzione) con la costante attenzione che egli sempre volse alla luce ed i suoi effetti, non esente qui, nell’illuminazione frontale del pieno mezzogiorno che quasi cancella le zone d’ombra,
    dalle influenze del Fortuny, che affascinò evidentemente Campriani (come del resto l’intero gruppo di Resina) durante il soggiorno a Portici negli anni Settanta del secolo; lo spettro cromatico è particolarmente ricco, forse più di molte
    altre tele dell’autore e certamente al livello dei suoi capolavori, con l’ampia gamma dei verdi interrotta dalle molteplici variazioni di tono dell’azzurro, del marrone, del rosa che in particolare screzia meravigliosamente il bianco dei fiori di mandorlo. Si può dunque dire in definitiva che, se c’è tutta una produzione (quella più giovanile) di Campriani dedicata all’avida analisi della realtà ed alla sua resa oggettiva nell’opera d’arte, qui la lezione palizziana è andata
    smorzandosi e raffinandosi, nell’intento di comprendere più poeticamente il paesaggio e di rappresentarne anche il sentimento, l’invisibile, poiché esso, adoperando una felice espressione del critico del tempo Vittorio Pica, «non deve parlare soltanto agli occhi, ma anche all’anima di chi lo guarda».
    STIMA:
    min € 6000 - max € 10000
  • Lot 56  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936)
    Pastorella olio su tela, cm 45x30
    firmato in basso a destra: V. Caprile

    Vincenzo Caprile riuscì a coniugare nella sua arte gli insegnamenti accademici più tradizionali e quelli invece rivoluzionari apportati nell’ambiente napoletano da Domenico Morelli, suo maestro: un punto di contatto che permise l’accomunarsi di tendenze tanto distanti fu forse l’importanza attribuita alla linea disegnativa che il Morelli certo ereditò dai suoi maestri e trasmise a sua volta al giovane Caprile.
    L’opera proposta rientra nei celebri “idilli” dell’artista, composizioni cioè dal sapore arcadico che hanno per soggetto praticamente esclusivo giovani pastorelli in compagnia di caprette; questa cospicua produzione fu già al tempo assai apprezzata dai collezionisti, e certo ebbe un ruolo determinante nel successo dell’autore, annoverando al suo interno dipinti celebri quali ‘La dote di Rita’ (esposta a Torino nel 1880) e ‘Chi mi ama mi segua’ (alla Nazionale di Milano del 1881).
    STIMA:
    min € 4000 - max € 7000
  • Lot 57  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    Capo Miseno e Golfo di Pozzuoli olio su tela, cm 25x39,5
    a tergo cartiglio Mostra dell'Arte nella vita del Mezzogiorno d'Italia

    Provenienza: Coll Rebuffat,Napoli; Coll. Comm. Grossi, Napoli; Coll. G. Armiero, Napoli; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Roma, 1953

    Bibliografia: S. Ortolani, Giacinto Gigante, Ist. Naz. L.V.C.E., Ist. It. d'Arti Grafiche Bergamo 1930, n° 5; M. Limoncelli,Giacinto Gigante, G. Casella Ed. Napoli 1934, tav XII; L’Arte nella vita del Mezzogiorno d’Italia. Mostra di Arti figurative e di Arti applicate dell’Italia Meridionale (Roma, Palazzo delle Esposizioni, Marzo-Maggio 1953), catalogo della mostra, De Luca, Roma, 1953, p.37, n. 8, ill. XII; A.Schettini, Giacinto Gigante, mele Ed. Napoli 1956, tav. LII

    La piccola ma preziosa opera proposta vanta numerose pubblicazioni e concordi lodi da parte della critica, nonché prestigiose appartenenze quali quella alla celebre collezione Rebuffat.
    Parte della meno feconda produzione ad olio dell’artista, il quale preferì in genere l’acquerello, il critico e biografo Ortolani celebrò questo dipinto quale esempio dell’abilità del Gigante nella resa sentimentale del paesaggio tramite delicate e talvolta quasi impercettibili modulazioni tonali spesso ricavate col solo variare dello spessore delle pennellate,fino al virtuosismo dell’onda marina che veramente va rigonfiandosi “per la sola grassezza del colore”.
    STIMA:
    min € 13000 - max € 18000
  • Pitloo Antonio Sminck Pitloo Antonio Sminck (Arnhem 1790 - Napoli 1837)
    Veduta di Sorrento
    olio su carta rip. su tavola, cm 15,8x22

    Nella produzione del Pitloo possono annoverarsi diversi piccoli olii su vario supporto, ed a questi ultimi va forse ascritta, proprio in virtù del ridotto formato e dunque della realizzazione più per iniziativa personale dell’autore che per altrui committenza, la più innovativa sperimentazione dell’artista. Con lo spostamento (prima solo temporaneo, poi in via definitiva) a Napoli nel corso del secondo decennio dell’Ottocento Pitloo cominciò infatti a manifestare con maggiore libertà creativa le sue più peculiari idee artistiche, ponendo come è noto le basi per la grande Scuola di
    Posillipo.
    Nella piccola opera proposta lo smaterializzarsi delle pennellate in quella che può senza dubbio definirsi una pittura di macchia è indice dell’influenza che sul nostro autore (la cui ricerca estetica fu sempre in costante evoluzione) ebbero
    Richard Parkes Bonington, paesaggista romantico inglese al quale s’ispirarono in parte anche alcuni rappresentanti della Scuola di Barbizon, e soprattutto il grande William Turner, i cui quadri Pitloo vide probabilmente in esposizione a Roma.
    STIMA:
    min € 8000 - max € 12000
  • Lot 59  

    De Gregorio Marco

    De Gregorio Marco De Gregorio Marco (Resina, NA 1829 - 1876)
    Preghiera araba
    olio su tela, cm 70x32
    firmato e datato in basso a sinistra: De Gregorio 1870

    L’interesse per l’Oriente è nell’Ottocento più generalmente culturale e spirituale, tanto cioè oggetto di curiosità scientifica che meta esotica di pellegrinaggio o meglio di fuga dal mondo occidentale (sempre più meccanicizzato ed
    opprimente) in cerca di un’esistenza più semplice ed autentica; permeando dunque questo “Orientalismo” svariati aspetti della vita umana anche le arti ne subirono inevitabilmente il fascino, e ben presto fra i vari pittori andarono distinguendosi coloro che fecero tramite uno o più viaggi effettiva esperienza del mondo orientale rispetto agli altri che invece si limitarono a restituirne solo fantasiose rappresentazioni.
    Marco De Gregorio, che fu fra i fondatori della cosiddetta Scuola di Resina in aperta opposizione al sentimentalismo romantico e più in generale ad ogni pittura non rigorosamente aderente al vero, non poté dunque esimersi dal partire, e fu in effetti in Egitto dal 1869 al 1871 (ivi furono anche, nel medesimo periodi, altri artisti quali Vincenzo Marinelli e Giuseppe Benassai), ospite del viceré (poi khedivè) Isma’il Pascià, uomo di potere a suo volta profondamente affascinato dalla cultura europea: per sua iniziativa infatti fu installato in Central Park a New York il celebre obelisco, e
    sempre per sua volontà il nuovo teatro d’opera del Cairo fu inaugurato (in occasione del completamento del Canale di Suez) con l’Aida di Giuseppe Verdi; da Francesco Netti sappiamo che fu proprio De Gregorio a dipingere il sipario per il teatro suddetto, nonché che egli rifiutò poi l’incarico propostogli dal khedivè in persona di rimanere in Egitto quale
    direttore della scenografia della neonata Opera.
    Non discostandosi affatto dai principii fondamentali della Scuola di Resina il nostro autore s’adoperò anche in Egitto in una pittura assolutamente realista (e all’insegna di una peculiare indagine luministica), ed anche al suo ritorno in Campania egli portò con sé materiali sufficienti a dedicarsi ancora un po’ al filone orientalista senza alcuna concessione alle fantasie esotiste tanto in voga al tempo. La rara produzione di De Gregorio all’insegna di questo filone si colloca tuttavia nel problematico orizzonte di una più generale dispersione della sua opera, tanto che oggi fra proprietà pubbliche e private si conosce giusto una scarsa decina di dipinti che testimoniano il viaggio in Egitto dell’autore: a Napoli si conservano ‘Mercato arabo’ (Accademia di Belle Arti), ‘Fumatori di oppio’ (Museo di Capodimonte, ma una
    seconda versione di dimensioni ridotte è in collezione privata), ‘Ragazzi egiziani’ (Museo di San Martino), mentre si hanno tracce dell’esposizione in occasione delle promotrici locali del 1871 e dell’anno successivo di ‘Tipi arabi’, ‘Conversazione nella moschea’ e ‘Arabo che prega nella moschea’, quest’ultima da identificarsi forse con la tela qui proposta.
    STIMA:
    min € 8000 - max € 15000
  • Lot 60  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    La sosta
    olio su tavola cm 65x47
    firmato e datato in basso a sinistra: G.Palizzi 51

    Provenienza: Coll P. Candiani, Milano

    Come giustamente evidenziato in una importante mostra tuttora allestita nel capoluogo campano, Giuseppe Palizzi (il maggiore d’età fra i pittori della famiglia Palizzi) costituì il principale punto di contatto fra la nuova poetica pittorica napoletana (di cui imprescindibile rappresentante fu il fratello Filippo), opposta al precedente Romanticismo nell’intenzione di rappresentare rigorosamente il vero (e, come andava sostenendo in quegli anni Francesco De Sanctis, non solamente il bello) nell’arte, e la francese Scuola di Barbizon (e dunque in qualche modo col nascente Impressionismo).
    Giuseppe si trasferì appunto in Francia nel 1844, allorché il già difficile rapporto con l’ambiente accademico partenopeo (ed in particolare col romantico Gabriele Smargiassi) giunse ad un vero e proprio punto di rottura; l’artista si stabilì allora a Passy, nei pressi della foresta di Fontainbleau, locus amoenus di barbizonniers quali Rousseau, Dupré, Daubigny, ed alla amicizia con questi ultimi seguì l’adesione alla loro poetica pittorica (‘L’accampamento degli zingari’, 1848).
    Il Palizzi intanto non mancò di intrattenere un fitto ed assai interessante (per scambio di ideali estetici) epistolario col fratello Filippo, né mancarono suoi occasionali e brevi ritorni in terra natia.
    L’opera proposta appartiene appunto al primo periodo francese del nostro autore (stando alla sua datazione), e pertanto oscilla ancora fra le nuove ispirazioni di Barbizon e la precedente poetica tutta napoletana: se già infatti la preponderante presenza ovina subito ricollega al vasto catalogo zoologico tanto caro alla pittura più
    caratteristicamente palizziana (soprattutto propria del fratello Filippo), è l’atmosfera più generalmente idillica dell’intera composizione a
    risalire il corso della pittura di paesaggio a Napoli fino alla Scuola di Posillipo (e fino dunque a Giacinto Gigante ed in qualche modo a Pitloo, le cui pennellate “nordiche” pure influenzarono l’arte di Giuseppe Palizzi): l’autore insomma,
    pur volendo recidere il cordone ombelicale che considerava ancora imbrigliarlo alla scuola napoletana più tradizionale, non riuscì mai a liberarsene del tutto, sempre trasfigurando il qualche modo l’austera vita campestre, certamente reale ed aderente al vero, in chiave sentimentale e vagamente romantica.
    STIMA:
    min € 3500 - max € 6500
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  • Lotto 46  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Da Frisio a Santa Lucia
    olio su tavola, cm 14x24
    firmato in basso a sinistra: E. Dalbono
    a tergo: questo dipinto è dal vero, autenticato da V. La Bella
    STIMA min € 1800 - max € 3200

    Lot 46  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Da Frisio a Santa Lucia
    olio su tavola, cm 14x24
    firmato in basso a sinistra: E. Dalbono
    a tergo: questo dipinto è dal vero, autenticato da V. La Bella


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  • Lotto 47  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Parc Monceau
    olio su tela rip. su cartone, cm 32,5x39,5
    firmato in basso a sinistra: R. Ragione
    a tergo cartiglio Coll. P. Candiani, Milano
    STIMA min € 2500 - max € 4500

    Lot 47  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Parc Monceau
    olio su tela rip. su cartone, cm 32,5x39,5
    firmato in basso a sinistra: R. Ragione
    a tergo cartiglio Coll. P. Candiani, Milano


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  • Lotto 48  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    La canzone del mare
    olio su tela, cm 50x70
    firmato in basso a destra: E. Dalbono
    STIMA min € 3500 - max € 5500

    Lot 48  

    Dalbono Edoardo

    Dalbono Edoardo Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    La canzone del mare
    olio su tela, cm 50x70
    firmato in basso a destra: E. Dalbono


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  • Lotto 49  

    Brancaccio Carlo

    Brancaccio Carlo (Napoli 1861 - 1920)
    Boulevard de Paris
    olio su tela, cm 40x50
    firmato e iscritto in basso a destra: Carlo Brancaccio Paris
    STIMA min € 6000 - max € 9000

    Lot 49  

    Brancaccio Carlo

    Brancaccio Carlo Brancaccio Carlo (Napoli 1861 - 1920)
    Boulevard de Paris
    olio su tela, cm 40x50
    firmato e iscritto in basso a destra: Carlo Brancaccio Paris


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  • Lotto 50  

    Santoro Rubens

    Santoro Rubens (Mongrassano, CS 1859 - Napoli 1942)
    Venezia
    olio su tela, cm 21,5x15,8
    firmato e dedicato in basso a sinistra: Al mio caro amico G. Scoppa - Rubens Santoro
    STIMA min € 2000 - max € 3000

    Lot 50  

    Santoro Rubens

    Santoro Rubens Santoro Rubens (Mongrassano, CS 1859 - Napoli 1942)
    Venezia
    olio su tela, cm 21,5x15,8
    firmato e dedicato in basso a sinistra: Al mio caro amico G. Scoppa - Rubens Santoro


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  • Lotto 51  

    Tafuri Raffaele

    Tafuri Raffaele (Salerno 1857 - Venezia 1929)
    Abbazia di S. Gregorio a Venezia
    olio su tela, cm 53,5x37,5
    firmato e iscritto in basso a destra: R. Tafuri Venezia
    a tergo traccia di cartiglio della Galleria Pesaro, Milano

    Esposizioni: Milano, 1918

    Bibliografia:A. Fradeletto , Raffaele Tafuri, Galleria Pesaro Milano 1918 pag. 10 n. ord. 47
    STIMA min € 5500 - max € 8500

    Lot 51  

    Tafuri Raffaele

    Raffaele Tafuri Tafuri Raffaele (Salerno 1857 - Venezia 1929)
    Abbazia di S. Gregorio a Venezia
    olio su tela, cm 53,5x37,5
    firmato e iscritto in basso a destra: R. Tafuri Venezia
    a tergo traccia di cartiglio della Galleria Pesaro, Milano

    Esposizioni: Milano, 1918

    Bibliografia:A. Fradeletto , Raffaele Tafuri, Galleria Pesaro Milano 1918 pag. 10 n. ord. 47


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  • Lotto 52  

    Irolli Vincenzo

    Irolli Vincenzo (Napoli 1860 - 1949)
    La lettura olio su tela, cm 47x46
    firmato in basso a destra: V. Irolli

    Esposizioni: Galleria d'arte Nuova Bianchi d'Espinosa, Napoli 1989

    Bibliografia: L. Montanari "Come vedo e come sento Vincenzo Irolli ", Bologna 1942; Don Riccardo, Artevalore napoletano Editorialtipo Roma pag. 241; Don Riccardo, Artecatalogo Vesuvio Editorialtipo, Roma 1973, vol. II tav. 39
    STIMA min € 8000 - max € 12000

    Lot 52  

    Irolli Vincenzo

    Irolli Vincenzo Irolli Vincenzo (Napoli 1860 - 1949)
    La lettura olio su tela, cm 47x46
    firmato in basso a destra: V. Irolli

    Esposizioni: Galleria d'arte Nuova Bianchi d'Espinosa, Napoli 1989

    Bibliografia: L. Montanari "Come vedo e come sento Vincenzo Irolli ", Bologna 1942; Don Riccardo, Artevalore napoletano Editorialtipo Roma pag. 241; Don Riccardo, Artecatalogo Vesuvio Editorialtipo, Roma 1973, vol. II tav. 39


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  • Lotto 53  

    Pratella Attilio

    Pratella Attilio (Lugo di Romagna, RA 1856 - Napoli 1949)
    Antignano
    olio su tavola, cm 22,5x35,5
    firmato in basso a destra: A. Pratella
    STIMA min € 3500 - max € 5500

    Lot 53  

    Pratella Attilio

    Pratella Attilio Pratella Attilio (Lugo di Romagna, RA 1856 - Napoli 1949)
    Antignano
    olio su tavola, cm 22,5x35,5
    firmato in basso a destra: A. Pratella


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  • Lotto 54  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1938)
    Carolina
    olio su tela, cm 48x35,5
    firmato a lato a sinistra: Migliaro
    a tergo cartiglio XXII Biennale di Venezia, 1940

    Provenienza: Racc. Minieri, Napoli; Coll. privata, Napoli
    Esposizioni: Venezia 1940
    Bibliografia: Cat. XXII Esp. Int. d'Arte Biennale di Venezia, Maggio - Ottobre 1940, pag. 82 n. 12; A. Schettini, Vincenzo Migliaro, A. Morano Ed., Napoli 1950, pag. 49 in b/n

    Il gusto proprio di Vincenzo Migliaro di stilare all’interno delle proprie note composizioni sulla città di Napoli un catalogo pittorico quanto più vasto possibile di tipi umani si rispecchia in una altrettanto ricca produzione ritrattistica
    che vide l’artista impegnato fin dai suoi primi anni di attività e che gli consentì di sondare più approfonditamente l’animo dei propri soggetti isolandoli dalla calca che era solita affollare strade e mercati partenopei, una massa popolare
    su cui in Migliaro è in genere la donna ad emergere, restituita in tutte le sue sfaccettature emotive ed intenta nelle più svariate occupazioni: ecco allora che in opere delle più svariate dimensioni e tecniche, di maggiore o minore impegno pittorico, fanno capolino volti e corpi femminili, talvolta nudi, spesso della moglie Nannina, o della modella Luciana, o ancora della sorella Adalgisa, fin dalla ‘Testa di donna’ (Napoli, Museo di Capodimonte) che gli valse nel 1877 il secondo posto al Concorso Nazionale di Pittura per allievi d’accademia consentendogli un breve soggiorno a Parigi.
    Pur disinteressandosi all’arte degli Impressionisti Migliaro finì involontariamente per avvicinarvisi, o meglio può accomunarsi ad uno di essi in articolare, Pierre-Auguste Renoir, come sostennero già al tempo tanto Michele Biancale che Alfredo Schettini, innanzitutto sul piano delle scelte cromatiche, a partirei dai rossi e gialli intensi che, ad ampie
    campiture oppure a pennellate più sottili ed evidenti, fanno da sfondo proprio a molti ritratti, oppure definiscono gli accessori delle figure femminili, o in qualche modo ne esaltano l’incarnato.
    L’opera proposta non costituisce dunque n’eccezione, col telo vermiglio su cui staccano per opposizione i bruni profondi di capelli e vesti, oppure col particolare dell’orecchino che, occupando quasi il centro della composizione ed attirando inevitabilmente a sé pertanto lo sguardo dell’osservatore, riesce pur nei suoi sintetici tratti a restituirci una preziosità assolutamente realistica del metallo dorato.
    STIMA min € 4500 - max € 6500

    Lot 54  

    Migliaro Vincenzo

    Migliaro Vincenzo Migliaro Vincenzo (Napoli 1858 - 1938)
    Carolina
    olio su tela, cm 48x35,5
    firmato a lato a sinistra: Migliaro
    a tergo cartiglio XXII Biennale di Venezia, 1940

    Provenienza: Racc. Minieri, Napoli; Coll. privata, Napoli
    Esposizioni: Venezia 1940
    Bibliografia: Cat. XXII Esp. Int. d'Arte Biennale di Venezia, Maggio - Ottobre 1940, pag. 82 n. 12; A. Schettini, Vincenzo Migliaro, A. Morano Ed., Napoli 1950, pag. 49 in b/n

    Il gusto proprio di Vincenzo Migliaro di stilare all’interno delle proprie note composizioni sulla città di Napoli un catalogo pittorico quanto più vasto possibile di tipi umani si rispecchia in una altrettanto ricca produzione ritrattistica
    che vide l’artista impegnato fin dai suoi primi anni di attività e che gli consentì di sondare più approfonditamente l’animo dei propri soggetti isolandoli dalla calca che era solita affollare strade e mercati partenopei, una massa popolare
    su cui in Migliaro è in genere la donna ad emergere, restituita in tutte le sue sfaccettature emotive ed intenta nelle più svariate occupazioni: ecco allora che in opere delle più svariate dimensioni e tecniche, di maggiore o minore impegno pittorico, fanno capolino volti e corpi femminili, talvolta nudi, spesso della moglie Nannina, o della modella Luciana, o ancora della sorella Adalgisa, fin dalla ‘Testa di donna’ (Napoli, Museo di Capodimonte) che gli valse nel 1877 il secondo posto al Concorso Nazionale di Pittura per allievi d’accademia consentendogli un breve soggiorno a Parigi.
    Pur disinteressandosi all’arte degli Impressionisti Migliaro finì involontariamente per avvicinarvisi, o meglio può accomunarsi ad uno di essi in articolare, Pierre-Auguste Renoir, come sostennero già al tempo tanto Michele Biancale che Alfredo Schettini, innanzitutto sul piano delle scelte cromatiche, a partirei dai rossi e gialli intensi che, ad ampie
    campiture oppure a pennellate più sottili ed evidenti, fanno da sfondo proprio a molti ritratti, oppure definiscono gli accessori delle figure femminili, o in qualche modo ne esaltano l’incarnato.
    L’opera proposta non costituisce dunque n’eccezione, col telo vermiglio su cui staccano per opposizione i bruni profondi di capelli e vesti, oppure col particolare dell’orecchino che, occupando quasi il centro della composizione ed attirando inevitabilmente a sé pertanto lo sguardo dell’osservatore, riesce pur nei suoi sintetici tratti a restituirci una preziosità assolutamente realistica del metallo dorato.


    2 offerte pre-asta Detail
  • Lotto 55  

    Campriani Alceste

    Campriani Alceste (Terni, PG 1848 - Lucca 1933)
    Primavera a Capri
    olio su tela cm 55x72
    firmato in basso a sinistra: Alceste Campriani

    Provenienza: Coll. privata, Napoli

    L’ esperienza artistica di Campriani ebbe inizio nel 1862, anno del suo arrivo a Napoli dopo l’esilio della sua famiglia dalla papalina Umbria a causa degli ideali libertari del padre. Nel già garibaldino capoluogo partenopeo il giovane
    Alceste, tendenzialmente non meno ribelle del suo genitore, si rivelò inadatto agli studi intellettuali tradizionali e fu perciò iscritto all’Istituto di Belle Arti, dove ebbe per compagni personaggi di spicco quali Gemito, D’Orsi, Mancini,
    De Nittis.
    Studente poco incline all’accademismo imperante dell’epoca, Campriani mostrò ben presto simpatie per il naturalismo palizziano, avvicinandosi all’allora nascente gruppo di Resina ma non legandovisi ufficialmente (sebbene un’opera quale
    Capodimonte del 1865 mostrasse inequivocabilmente già la sua propensione ad una rappresentazione luministica dello spazio), non prima almeno del termine degli studi ufficiali conseguito nel 1869 (e dopo anche un soggiorno fiorentino in cui l’artista entrò in contatto con i macchiaioli ed in particolare con Signorini).
    Non è proprio chiaro il motivo per il quale Campriani pare avesse deciso poco dopo il suo diploma di abbandonare la pittura per dedicarsi al commercio, tuttavia è certo che allora si rivelò fondamentale il sodalizio con De Nittis, il quale
    tornando a Napoli da uno dei suoi soggiorni parigini rimase tanto impressionato dai risultati raggiunti all’amico che lo convinse a seguirlo nella Ville Lumière per presentarlo al celebre mercante d’arte Goupil. L’incontro fu davvero felice, se
    il noto negoziante richiese l’esclusiva di tutti i lavori dell’artista per ben quattordici anni. Mentre però è nota ed evidente l’influenza del raffinato ed elegante ambiente cittadino sulla produzione di De Nittis, Campriani rimase sempre fedele a
    se stesso e a quel paesaggismo bucolico che si era impresso nella sua sensibilità artistica sin dai primi tentativi pittorici, esaltato dalle teorie degli scolari porticesi. Tale anzi fu la nostalgia della sua terra e di quelle vedute che frequenti furono i viaggi in Italia, fino ad un ritorno definitivo a seguito della cessione del contratto con Goupil nel 1884. Rimaneva il grande successo internazionale ottenuto dall’artista, i cui quadri erano in bella mostra tanto nelle esposizioni di tutta Europa che nei salotti dei più nobili estimatori d’arte dell’epoca.
    Agli ultimi anni parigini o a quelli subito successivi in Italia (quest’ultimi costellati di partecipazioni alle più importanti esposizioni nazionali) deve forse risalire la tela proposta, raffigurante con ogni probabilità una veduta campestre diCapri (le cui marine si ripresentano spesso nella produzione di Campriani dell’epoca), con i caratteristici mandorli in fiore pure protagonisti di altre opere dell’artista e con la coppia di popolani intenti nel tradizionale intonare musica pastorale suonando due siringhe; soggetto quasi identico (ma assai semplificato) poteva osservarsi in una Pastorella che suona la siringa, documentata fotograficamente ma ormai di ignota ubicazione. La semplicità formale caratteristica
    dell’autore si combina (come in quasi tutta la sua produzione) con la costante attenzione che egli sempre volse alla luce ed i suoi effetti, non esente qui, nell’illuminazione frontale del pieno mezzogiorno che quasi cancella le zone d’ombra,
    dalle influenze del Fortuny, che affascinò evidentemente Campriani (come del resto l’intero gruppo di Resina) durante il soggiorno a Portici negli anni Settanta del secolo; lo spettro cromatico è particolarmente ricco, forse più di molte
    altre tele dell’autore e certamente al livello dei suoi capolavori, con l’ampia gamma dei verdi interrotta dalle molteplici variazioni di tono dell’azzurro, del marrone, del rosa che in particolare screzia meravigliosamente il bianco dei fiori di mandorlo. Si può dunque dire in definitiva che, se c’è tutta una produzione (quella più giovanile) di Campriani dedicata all’avida analisi della realtà ed alla sua resa oggettiva nell’opera d’arte, qui la lezione palizziana è andata
    smorzandosi e raffinandosi, nell’intento di comprendere più poeticamente il paesaggio e di rappresentarne anche il sentimento, l’invisibile, poiché esso, adoperando una felice espressione del critico del tempo Vittorio Pica, «non deve parlare soltanto agli occhi, ma anche all’anima di chi lo guarda».
    STIMA min € 6000 - max € 10000

    Lot 55  

    Campriani Alceste

    Campriani Alceste Campriani Alceste (Terni, PG 1848 - Lucca 1933)
    Primavera a Capri
    olio su tela cm 55x72
    firmato in basso a sinistra: Alceste Campriani

    Provenienza: Coll. privata, Napoli

    L’ esperienza artistica di Campriani ebbe inizio nel 1862, anno del suo arrivo a Napoli dopo l’esilio della sua famiglia dalla papalina Umbria a causa degli ideali libertari del padre. Nel già garibaldino capoluogo partenopeo il giovane
    Alceste, tendenzialmente non meno ribelle del suo genitore, si rivelò inadatto agli studi intellettuali tradizionali e fu perciò iscritto all’Istituto di Belle Arti, dove ebbe per compagni personaggi di spicco quali Gemito, D’Orsi, Mancini,
    De Nittis.
    Studente poco incline all’accademismo imperante dell’epoca, Campriani mostrò ben presto simpatie per il naturalismo palizziano, avvicinandosi all’allora nascente gruppo di Resina ma non legandovisi ufficialmente (sebbene un’opera quale
    Capodimonte del 1865 mostrasse inequivocabilmente già la sua propensione ad una rappresentazione luministica dello spazio), non prima almeno del termine degli studi ufficiali conseguito nel 1869 (e dopo anche un soggiorno fiorentino in cui l’artista entrò in contatto con i macchiaioli ed in particolare con Signorini).
    Non è proprio chiaro il motivo per il quale Campriani pare avesse deciso poco dopo il suo diploma di abbandonare la pittura per dedicarsi al commercio, tuttavia è certo che allora si rivelò fondamentale il sodalizio con De Nittis, il quale
    tornando a Napoli da uno dei suoi soggiorni parigini rimase tanto impressionato dai risultati raggiunti all’amico che lo convinse a seguirlo nella Ville Lumière per presentarlo al celebre mercante d’arte Goupil. L’incontro fu davvero felice, se
    il noto negoziante richiese l’esclusiva di tutti i lavori dell’artista per ben quattordici anni. Mentre però è nota ed evidente l’influenza del raffinato ed elegante ambiente cittadino sulla produzione di De Nittis, Campriani rimase sempre fedele a
    se stesso e a quel paesaggismo bucolico che si era impresso nella sua sensibilità artistica sin dai primi tentativi pittorici, esaltato dalle teorie degli scolari porticesi. Tale anzi fu la nostalgia della sua terra e di quelle vedute che frequenti furono i viaggi in Italia, fino ad un ritorno definitivo a seguito della cessione del contratto con Goupil nel 1884. Rimaneva il grande successo internazionale ottenuto dall’artista, i cui quadri erano in bella mostra tanto nelle esposizioni di tutta Europa che nei salotti dei più nobili estimatori d’arte dell’epoca.
    Agli ultimi anni parigini o a quelli subito successivi in Italia (quest’ultimi costellati di partecipazioni alle più importanti esposizioni nazionali) deve forse risalire la tela proposta, raffigurante con ogni probabilità una veduta campestre diCapri (le cui marine si ripresentano spesso nella produzione di Campriani dell’epoca), con i caratteristici mandorli in fiore pure protagonisti di altre opere dell’artista e con la coppia di popolani intenti nel tradizionale intonare musica pastorale suonando due siringhe; soggetto quasi identico (ma assai semplificato) poteva osservarsi in una Pastorella che suona la siringa, documentata fotograficamente ma ormai di ignota ubicazione. La semplicità formale caratteristica
    dell’autore si combina (come in quasi tutta la sua produzione) con la costante attenzione che egli sempre volse alla luce ed i suoi effetti, non esente qui, nell’illuminazione frontale del pieno mezzogiorno che quasi cancella le zone d’ombra,
    dalle influenze del Fortuny, che affascinò evidentemente Campriani (come del resto l’intero gruppo di Resina) durante il soggiorno a Portici negli anni Settanta del secolo; lo spettro cromatico è particolarmente ricco, forse più di molte
    altre tele dell’autore e certamente al livello dei suoi capolavori, con l’ampia gamma dei verdi interrotta dalle molteplici variazioni di tono dell’azzurro, del marrone, del rosa che in particolare screzia meravigliosamente il bianco dei fiori di mandorlo. Si può dunque dire in definitiva che, se c’è tutta una produzione (quella più giovanile) di Campriani dedicata all’avida analisi della realtà ed alla sua resa oggettiva nell’opera d’arte, qui la lezione palizziana è andata
    smorzandosi e raffinandosi, nell’intento di comprendere più poeticamente il paesaggio e di rappresentarne anche il sentimento, l’invisibile, poiché esso, adoperando una felice espressione del critico del tempo Vittorio Pica, «non deve parlare soltanto agli occhi, ma anche all’anima di chi lo guarda».


    0 offerte pre-asta Detail
  • Lotto 56  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936)
    Pastorella olio su tela, cm 45x30
    firmato in basso a destra: V. Caprile

    Vincenzo Caprile riuscì a coniugare nella sua arte gli insegnamenti accademici più tradizionali e quelli invece rivoluzionari apportati nell’ambiente napoletano da Domenico Morelli, suo maestro: un punto di contatto che permise l’accomunarsi di tendenze tanto distanti fu forse l’importanza attribuita alla linea disegnativa che il Morelli certo ereditò dai suoi maestri e trasmise a sua volta al giovane Caprile.
    L’opera proposta rientra nei celebri “idilli” dell’artista, composizioni cioè dal sapore arcadico che hanno per soggetto praticamente esclusivo giovani pastorelli in compagnia di caprette; questa cospicua produzione fu già al tempo assai apprezzata dai collezionisti, e certo ebbe un ruolo determinante nel successo dell’autore, annoverando al suo interno dipinti celebri quali ‘La dote di Rita’ (esposta a Torino nel 1880) e ‘Chi mi ama mi segua’ (alla Nazionale di Milano del 1881).
    STIMA min € 4000 - max € 7000

    Lot 56  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936)
    Pastorella olio su tela, cm 45x30
    firmato in basso a destra: V. Caprile

    Vincenzo Caprile riuscì a coniugare nella sua arte gli insegnamenti accademici più tradizionali e quelli invece rivoluzionari apportati nell’ambiente napoletano da Domenico Morelli, suo maestro: un punto di contatto che permise l’accomunarsi di tendenze tanto distanti fu forse l’importanza attribuita alla linea disegnativa che il Morelli certo ereditò dai suoi maestri e trasmise a sua volta al giovane Caprile.
    L’opera proposta rientra nei celebri “idilli” dell’artista, composizioni cioè dal sapore arcadico che hanno per soggetto praticamente esclusivo giovani pastorelli in compagnia di caprette; questa cospicua produzione fu già al tempo assai apprezzata dai collezionisti, e certo ebbe un ruolo determinante nel successo dell’autore, annoverando al suo interno dipinti celebri quali ‘La dote di Rita’ (esposta a Torino nel 1880) e ‘Chi mi ama mi segua’ (alla Nazionale di Milano del 1881).


    0 offerte pre-asta Detail
  • Lotto 57  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    Capo Miseno e Golfo di Pozzuoli olio su tela, cm 25x39,5
    a tergo cartiglio Mostra dell'Arte nella vita del Mezzogiorno d'Italia

    Provenienza: Coll Rebuffat,Napoli; Coll. Comm. Grossi, Napoli; Coll. G. Armiero, Napoli; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Roma, 1953

    Bibliografia: S. Ortolani, Giacinto Gigante, Ist. Naz. L.V.C.E., Ist. It. d'Arti Grafiche Bergamo 1930, n° 5; M. Limoncelli,Giacinto Gigante, G. Casella Ed. Napoli 1934, tav XII; L’Arte nella vita del Mezzogiorno d’Italia. Mostra di Arti figurative e di Arti applicate dell’Italia Meridionale (Roma, Palazzo delle Esposizioni, Marzo-Maggio 1953), catalogo della mostra, De Luca, Roma, 1953, p.37, n. 8, ill. XII; A.Schettini, Giacinto Gigante, mele Ed. Napoli 1956, tav. LII

    La piccola ma preziosa opera proposta vanta numerose pubblicazioni e concordi lodi da parte della critica, nonché prestigiose appartenenze quali quella alla celebre collezione Rebuffat.
    Parte della meno feconda produzione ad olio dell’artista, il quale preferì in genere l’acquerello, il critico e biografo Ortolani celebrò questo dipinto quale esempio dell’abilità del Gigante nella resa sentimentale del paesaggio tramite delicate e talvolta quasi impercettibili modulazioni tonali spesso ricavate col solo variare dello spessore delle pennellate,fino al virtuosismo dell’onda marina che veramente va rigonfiandosi “per la sola grassezza del colore”.
    STIMA min € 13000 - max € 18000

    Lot 57  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    Capo Miseno e Golfo di Pozzuoli olio su tela, cm 25x39,5
    a tergo cartiglio Mostra dell'Arte nella vita del Mezzogiorno d'Italia

    Provenienza: Coll Rebuffat,Napoli; Coll. Comm. Grossi, Napoli; Coll. G. Armiero, Napoli; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Roma, 1953

    Bibliografia: S. Ortolani, Giacinto Gigante, Ist. Naz. L.V.C.E., Ist. It. d'Arti Grafiche Bergamo 1930, n° 5; M. Limoncelli,Giacinto Gigante, G. Casella Ed. Napoli 1934, tav XII; L’Arte nella vita del Mezzogiorno d’Italia. Mostra di Arti figurative e di Arti applicate dell’Italia Meridionale (Roma, Palazzo delle Esposizioni, Marzo-Maggio 1953), catalogo della mostra, De Luca, Roma, 1953, p.37, n. 8, ill. XII; A.Schettini, Giacinto Gigante, mele Ed. Napoli 1956, tav. LII

    La piccola ma preziosa opera proposta vanta numerose pubblicazioni e concordi lodi da parte della critica, nonché prestigiose appartenenze quali quella alla celebre collezione Rebuffat.
    Parte della meno feconda produzione ad olio dell’artista, il quale preferì in genere l’acquerello, il critico e biografo Ortolani celebrò questo dipinto quale esempio dell’abilità del Gigante nella resa sentimentale del paesaggio tramite delicate e talvolta quasi impercettibili modulazioni tonali spesso ricavate col solo variare dello spessore delle pennellate,fino al virtuosismo dell’onda marina che veramente va rigonfiandosi “per la sola grassezza del colore”.


    0 offerte pre-asta Detail
  • Lotto 58  

    Pitloo Antonio Sminck

    Pitloo Antonio Sminck (Arnhem 1790 - Napoli 1837)
    Veduta di Sorrento
    olio su carta rip. su tavola, cm 15,8x22

    Nella produzione del Pitloo possono annoverarsi diversi piccoli olii su vario supporto, ed a questi ultimi va forse ascritta, proprio in virtù del ridotto formato e dunque della realizzazione più per iniziativa personale dell’autore che per altrui committenza, la più innovativa sperimentazione dell’artista. Con lo spostamento (prima solo temporaneo, poi in via definitiva) a Napoli nel corso del secondo decennio dell’Ottocento Pitloo cominciò infatti a manifestare con maggiore libertà creativa le sue più peculiari idee artistiche, ponendo come è noto le basi per la grande Scuola di
    Posillipo.
    Nella piccola opera proposta lo smaterializzarsi delle pennellate in quella che può senza dubbio definirsi una pittura di macchia è indice dell’influenza che sul nostro autore (la cui ricerca estetica fu sempre in costante evoluzione) ebbero
    Richard Parkes Bonington, paesaggista romantico inglese al quale s’ispirarono in parte anche alcuni rappresentanti della Scuola di Barbizon, e soprattutto il grande William Turner, i cui quadri Pitloo vide probabilmente in esposizione a Roma.
    STIMA min € 8000 - max € 12000

    Pitloo Antonio Sminck Pitloo Antonio Sminck (Arnhem 1790 - Napoli 1837)
    Veduta di Sorrento
    olio su carta rip. su tavola, cm 15,8x22

    Nella produzione del Pitloo possono annoverarsi diversi piccoli olii su vario supporto, ed a questi ultimi va forse ascritta, proprio in virtù del ridotto formato e dunque della realizzazione più per iniziativa personale dell’autore che per altrui committenza, la più innovativa sperimentazione dell’artista. Con lo spostamento (prima solo temporaneo, poi in via definitiva) a Napoli nel corso del secondo decennio dell’Ottocento Pitloo cominciò infatti a manifestare con maggiore libertà creativa le sue più peculiari idee artistiche, ponendo come è noto le basi per la grande Scuola di
    Posillipo.
    Nella piccola opera proposta lo smaterializzarsi delle pennellate in quella che può senza dubbio definirsi una pittura di macchia è indice dell’influenza che sul nostro autore (la cui ricerca estetica fu sempre in costante evoluzione) ebbero
    Richard Parkes Bonington, paesaggista romantico inglese al quale s’ispirarono in parte anche alcuni rappresentanti della Scuola di Barbizon, e soprattutto il grande William Turner, i cui quadri Pitloo vide probabilmente in esposizione a Roma.


    0 offerte pre-asta Detail
  • Lotto 59  

    De Gregorio Marco

    De Gregorio Marco (Resina, NA 1829 - 1876)
    Preghiera araba
    olio su tela, cm 70x32
    firmato e datato in basso a sinistra: De Gregorio 1870

    L’interesse per l’Oriente è nell’Ottocento più generalmente culturale e spirituale, tanto cioè oggetto di curiosità scientifica che meta esotica di pellegrinaggio o meglio di fuga dal mondo occidentale (sempre più meccanicizzato ed
    opprimente) in cerca di un’esistenza più semplice ed autentica; permeando dunque questo “Orientalismo” svariati aspetti della vita umana anche le arti ne subirono inevitabilmente il fascino, e ben presto fra i vari pittori andarono distinguendosi coloro che fecero tramite uno o più viaggi effettiva esperienza del mondo orientale rispetto agli altri che invece si limitarono a restituirne solo fantasiose rappresentazioni.
    Marco De Gregorio, che fu fra i fondatori della cosiddetta Scuola di Resina in aperta opposizione al sentimentalismo romantico e più in generale ad ogni pittura non rigorosamente aderente al vero, non poté dunque esimersi dal partire, e fu in effetti in Egitto dal 1869 al 1871 (ivi furono anche, nel medesimo periodi, altri artisti quali Vincenzo Marinelli e Giuseppe Benassai), ospite del viceré (poi khedivè) Isma’il Pascià, uomo di potere a suo volta profondamente affascinato dalla cultura europea: per sua iniziativa infatti fu installato in Central Park a New York il celebre obelisco, e
    sempre per sua volontà il nuovo teatro d’opera del Cairo fu inaugurato (in occasione del completamento del Canale di Suez) con l’Aida di Giuseppe Verdi; da Francesco Netti sappiamo che fu proprio De Gregorio a dipingere il sipario per il teatro suddetto, nonché che egli rifiutò poi l’incarico propostogli dal khedivè in persona di rimanere in Egitto quale
    direttore della scenografia della neonata Opera.
    Non discostandosi affatto dai principii fondamentali della Scuola di Resina il nostro autore s’adoperò anche in Egitto in una pittura assolutamente realista (e all’insegna di una peculiare indagine luministica), ed anche al suo ritorno in Campania egli portò con sé materiali sufficienti a dedicarsi ancora un po’ al filone orientalista senza alcuna concessione alle fantasie esotiste tanto in voga al tempo. La rara produzione di De Gregorio all’insegna di questo filone si colloca tuttavia nel problematico orizzonte di una più generale dispersione della sua opera, tanto che oggi fra proprietà pubbliche e private si conosce giusto una scarsa decina di dipinti che testimoniano il viaggio in Egitto dell’autore: a Napoli si conservano ‘Mercato arabo’ (Accademia di Belle Arti), ‘Fumatori di oppio’ (Museo di Capodimonte, ma una
    seconda versione di dimensioni ridotte è in collezione privata), ‘Ragazzi egiziani’ (Museo di San Martino), mentre si hanno tracce dell’esposizione in occasione delle promotrici locali del 1871 e dell’anno successivo di ‘Tipi arabi’, ‘Conversazione nella moschea’ e ‘Arabo che prega nella moschea’, quest’ultima da identificarsi forse con la tela qui proposta.
    STIMA min € 8000 - max € 15000

    Lot 59  

    De Gregorio Marco

    De Gregorio Marco De Gregorio Marco (Resina, NA 1829 - 1876)
    Preghiera araba
    olio su tela, cm 70x32
    firmato e datato in basso a sinistra: De Gregorio 1870

    L’interesse per l’Oriente è nell’Ottocento più generalmente culturale e spirituale, tanto cioè oggetto di curiosità scientifica che meta esotica di pellegrinaggio o meglio di fuga dal mondo occidentale (sempre più meccanicizzato ed
    opprimente) in cerca di un’esistenza più semplice ed autentica; permeando dunque questo “Orientalismo” svariati aspetti della vita umana anche le arti ne subirono inevitabilmente il fascino, e ben presto fra i vari pittori andarono distinguendosi coloro che fecero tramite uno o più viaggi effettiva esperienza del mondo orientale rispetto agli altri che invece si limitarono a restituirne solo fantasiose rappresentazioni.
    Marco De Gregorio, che fu fra i fondatori della cosiddetta Scuola di Resina in aperta opposizione al sentimentalismo romantico e più in generale ad ogni pittura non rigorosamente aderente al vero, non poté dunque esimersi dal partire, e fu in effetti in Egitto dal 1869 al 1871 (ivi furono anche, nel medesimo periodi, altri artisti quali Vincenzo Marinelli e Giuseppe Benassai), ospite del viceré (poi khedivè) Isma’il Pascià, uomo di potere a suo volta profondamente affascinato dalla cultura europea: per sua iniziativa infatti fu installato in Central Park a New York il celebre obelisco, e
    sempre per sua volontà il nuovo teatro d’opera del Cairo fu inaugurato (in occasione del completamento del Canale di Suez) con l’Aida di Giuseppe Verdi; da Francesco Netti sappiamo che fu proprio De Gregorio a dipingere il sipario per il teatro suddetto, nonché che egli rifiutò poi l’incarico propostogli dal khedivè in persona di rimanere in Egitto quale
    direttore della scenografia della neonata Opera.
    Non discostandosi affatto dai principii fondamentali della Scuola di Resina il nostro autore s’adoperò anche in Egitto in una pittura assolutamente realista (e all’insegna di una peculiare indagine luministica), ed anche al suo ritorno in Campania egli portò con sé materiali sufficienti a dedicarsi ancora un po’ al filone orientalista senza alcuna concessione alle fantasie esotiste tanto in voga al tempo. La rara produzione di De Gregorio all’insegna di questo filone si colloca tuttavia nel problematico orizzonte di una più generale dispersione della sua opera, tanto che oggi fra proprietà pubbliche e private si conosce giusto una scarsa decina di dipinti che testimoniano il viaggio in Egitto dell’autore: a Napoli si conservano ‘Mercato arabo’ (Accademia di Belle Arti), ‘Fumatori di oppio’ (Museo di Capodimonte, ma una
    seconda versione di dimensioni ridotte è in collezione privata), ‘Ragazzi egiziani’ (Museo di San Martino), mentre si hanno tracce dell’esposizione in occasione delle promotrici locali del 1871 e dell’anno successivo di ‘Tipi arabi’, ‘Conversazione nella moschea’ e ‘Arabo che prega nella moschea’, quest’ultima da identificarsi forse con la tela qui proposta.


    0 offerte pre-asta Detail
  • Lotto 60  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    La sosta
    olio su tavola cm 65x47
    firmato e datato in basso a sinistra: G.Palizzi 51

    Provenienza: Coll P. Candiani, Milano

    Come giustamente evidenziato in una importante mostra tuttora allestita nel capoluogo campano, Giuseppe Palizzi (il maggiore d’età fra i pittori della famiglia Palizzi) costituì il principale punto di contatto fra la nuova poetica pittorica napoletana (di cui imprescindibile rappresentante fu il fratello Filippo), opposta al precedente Romanticismo nell’intenzione di rappresentare rigorosamente il vero (e, come andava sostenendo in quegli anni Francesco De Sanctis, non solamente il bello) nell’arte, e la francese Scuola di Barbizon (e dunque in qualche modo col nascente Impressionismo).
    Giuseppe si trasferì appunto in Francia nel 1844, allorché il già difficile rapporto con l’ambiente accademico partenopeo (ed in particolare col romantico Gabriele Smargiassi) giunse ad un vero e proprio punto di rottura; l’artista si stabilì allora a Passy, nei pressi della foresta di Fontainbleau, locus amoenus di barbizonniers quali Rousseau, Dupré, Daubigny, ed alla amicizia con questi ultimi seguì l’adesione alla loro poetica pittorica (‘L’accampamento degli zingari’, 1848).
    Il Palizzi intanto non mancò di intrattenere un fitto ed assai interessante (per scambio di ideali estetici) epistolario col fratello Filippo, né mancarono suoi occasionali e brevi ritorni in terra natia.
    L’opera proposta appartiene appunto al primo periodo francese del nostro autore (stando alla sua datazione), e pertanto oscilla ancora fra le nuove ispirazioni di Barbizon e la precedente poetica tutta napoletana: se già infatti la preponderante presenza ovina subito ricollega al vasto catalogo zoologico tanto caro alla pittura più
    caratteristicamente palizziana (soprattutto propria del fratello Filippo), è l’atmosfera più generalmente idillica dell’intera composizione a
    risalire il corso della pittura di paesaggio a Napoli fino alla Scuola di Posillipo (e fino dunque a Giacinto Gigante ed in qualche modo a Pitloo, le cui pennellate “nordiche” pure influenzarono l’arte di Giuseppe Palizzi): l’autore insomma,
    pur volendo recidere il cordone ombelicale che considerava ancora imbrigliarlo alla scuola napoletana più tradizionale, non riuscì mai a liberarsene del tutto, sempre trasfigurando il qualche modo l’austera vita campestre, certamente reale ed aderente al vero, in chiave sentimentale e vagamente romantica.
    STIMA min € 3500 - max € 6500

    Lot 60  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    La sosta
    olio su tavola cm 65x47
    firmato e datato in basso a sinistra: G.Palizzi 51

    Provenienza: Coll P. Candiani, Milano

    Come giustamente evidenziato in una importante mostra tuttora allestita nel capoluogo campano, Giuseppe Palizzi (il maggiore d’età fra i pittori della famiglia Palizzi) costituì il principale punto di contatto fra la nuova poetica pittorica napoletana (di cui imprescindibile rappresentante fu il fratello Filippo), opposta al precedente Romanticismo nell’intenzione di rappresentare rigorosamente il vero (e, come andava sostenendo in quegli anni Francesco De Sanctis, non solamente il bello) nell’arte, e la francese Scuola di Barbizon (e dunque in qualche modo col nascente Impressionismo).
    Giuseppe si trasferì appunto in Francia nel 1844, allorché il già difficile rapporto con l’ambiente accademico partenopeo (ed in particolare col romantico Gabriele Smargiassi) giunse ad un vero e proprio punto di rottura; l’artista si stabilì allora a Passy, nei pressi della foresta di Fontainbleau, locus amoenus di barbizonniers quali Rousseau, Dupré, Daubigny, ed alla amicizia con questi ultimi seguì l’adesione alla loro poetica pittorica (‘L’accampamento degli zingari’, 1848).
    Il Palizzi intanto non mancò di intrattenere un fitto ed assai interessante (per scambio di ideali estetici) epistolario col fratello Filippo, né mancarono suoi occasionali e brevi ritorni in terra natia.
    L’opera proposta appartiene appunto al primo periodo francese del nostro autore (stando alla sua datazione), e pertanto oscilla ancora fra le nuove ispirazioni di Barbizon e la precedente poetica tutta napoletana: se già infatti la preponderante presenza ovina subito ricollega al vasto catalogo zoologico tanto caro alla pittura più
    caratteristicamente palizziana (soprattutto propria del fratello Filippo), è l’atmosfera più generalmente idillica dell’intera composizione a
    risalire il corso della pittura di paesaggio a Napoli fino alla Scuola di Posillipo (e fino dunque a Giacinto Gigante ed in qualche modo a Pitloo, le cui pennellate “nordiche” pure influenzarono l’arte di Giuseppe Palizzi): l’autore insomma,
    pur volendo recidere il cordone ombelicale che considerava ancora imbrigliarlo alla scuola napoletana più tradizionale, non riuscì mai a liberarsene del tutto, sempre trasfigurando il qualche modo l’austera vita campestre, certamente reale ed aderente al vero, in chiave sentimentale e vagamente romantica.


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