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ASTA 141

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  • Lot 119  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Parc Monceau
    olio su cartone, cm 32x38,5
    firmato in basso a destra: R. Ragione

    Il senso di pace che generalmente traspare dalle opere di Raffaele Ragione cozza decisamente con l’animo ribelle che stando a testimonianze e fonti egli mostrò fin dalla più giovane età: un senso di inquietudine costante che lo condusse ad allontanarsi presto anche da coloro che gli facevano del bene, quali i maestri Stanislao Lista prima, Domenico Morelli e Filippo Palizzi poi, che subito intuirono il suo potenziale artistico, l’amico e suo principale mecenate Vincenzo D’Alicandro, la compagna Aurora e la figlia Ida.
    Questa esistenza vissuta per lo più ai margini di una società che egli non amava, la sua intrinseca solitudine, si rivelano fondamentali per comprendere appieno certe scelte che l’artista intraprese al suo arrivo a Parigi, al tempo capitale di tutta la cultura europea e centro nevralgico della Belle Époque (al cui fascino allora già avevano ceduto pittori del calibro di Carlo Brancaccio, Pietro Scoppetta, Ulisse Caputo): alla raffinata ed alquanto leziosa vita da boulevard Ragione preferì infatti la tranquilla quiete di Parc Monceau (che fa da sfondo ad una porzione ingentissima della produzione dell’artista), luogo d’espressione di una vitalità più semplice e proprio per questo forse più genuinamente autentica; il parco allora comunque ancora conservava l’impianto originario (oggi perduto), quello che ne faceva cioè un raffinato contenitore di bizzarrie architettoniche che rispondevano al gusto per l’esotico molto diffuso fra tardo diciottesimo e diciannovesimo secolo (erano presenti, ad esempio, una piramide non lontana da mulini a vento tipicamente olandesi e da rovine di fattezze medievali).
    Anche lo stile di Ragione risentì delle influenze parigine e più generalmente francesi (anzi può considerarsene indissolubilmente legato). A tal proposito è tutt’ora in corso una querelle circa quando l’artista entrò precisamente in contatto con le poetiche pittoriche d’Oltralpe, ma basti qui accettare l’ipotesi che egli dovette venirne a conoscenza prima del proprio definitivo trasferimento nella Ville Lumière agli inizi del Novecento: questo perché stilemi tipici dell’Impressionismo francese già si notano in opere precedenti a quell’evento. Dell’Impressionismo comunque il nostro prese non tanto l’analisi luministica quanto piuttosto la sperimentazione cromatica, indagata con vivo e multiforme interesse; inoltre l’episodio che di volta in volta anima il Parc Monceau nei dipinti di Ragione assume un valore emotivo e lirico che richiama, come è stato giustamente sottolineato, le madeleine proustiane più che i soggetti cari agli impressionisti, nel senso di un richiamo al proprio vissuto precedente che in questo caso torna tramite la pittura così a galla, tanto nell’animo del creatore che in quello di chi (ancora oggi) osserva la sua opera.
    STIMA:
    min € 3000 - max € 5000
  • Lot 120  

    De Nittis Giuseppe

    Giuseppe De Nittis De Nittis Giuseppe (Barletta 1846 - Saint Germain en Laye, FR 1884)
    Torre Annunziata
    olio su tavola cm 10x17,5
    firmato in basso a sinistra: De Nittis
    a tergo: timbri Atelier De Nittis e Collezione Sommaruga; iscritto "Questo delizioso dipinto di Giuseppe De Nittis è uno studio di paesaggio pel grande quadro 'Torre Annunziata' Enrico Piceni"

    Provenienza: Coll.A. Sommaruga, Parigi; Coll. C. Camera, Milano; coll. privata, Napoli

    Bibliografia: M. Pittaluga e E. Piceni, De Nittis, Busto Arsizio 1963, n. 214; P. Dini e G.L. Marini, De Nittis. La vita, i documenti, le opere dipinte, Torino 1990, Vol. I, p. 393, n. 438, Vol. II, Tav. 438 ill. in b\n

    Come riportato da Pittaluga e Piceni, l’opera proposta fu uno studio per una tavola grande circa il doppio di questa e realizzata nel 1873 da Giuseppe De Nittis, fra gli indiscussi protagonisti della Scuola di Resina ma anche artista di spicco della Parigi del tempo, nel cui panorama fu generalmente associato dalla critica (il che accade talvolta tutt’oggi) a Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini; il dipinto in questione è intitolato nelle varie pubblicazioni “La ferrovia di Torre Annunziata”, e dunque costituisce una delle varie declinazioni dell’autore sul tema appunto delle ferrovie, filone cui vanno anche ascritti il capolavoro “Passa un treno” (esposto alla Nazionale di Torino del 1880) e le tele “Capannoni di una stazione ferroviaria” e “Incrocio di treni”: se queste ultime due opere furono con certezza dipinte in Francia, i primi due lavori di cui si è parlato (e quindi anche la piccola tavola in asta) vennero concepiti ancora in Italia e probabilmente in una campagna del Meridione, forse lungo la tratta collegante Napoli e Barletta, città natale di De Nittis.
    STIMA:
    min € 4500 - max € 7500
  • Lot 121  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Fanciulli al pascolo
    olio su tela, cm 65x99,5
    firmato in basso a destra: Palizzi

    Maggiore per età fra i pittori della fortunata famiglia Palizzi, Giuseppe fu con ogni probabilità anche quello che godette in vita di miglior fortuna, avendo saputo cogliere le molte occasioni offerte agli artisti del tempo dagli ambienti francesi e soprattutto di Parigi, ove il nostro come è noto si trasferì fra il 1844 e l’anno successivo, chiuso ogni rapporto con il mondo accademico napoletano (vuoi per ragioni strettamente estetiche, vuoi per altre legate invece alle sue simpatie politiche); dell’avventura di Giuseppe nelle terre d’Oltralpe oggi si ricorda principalmente la sua adesione alla Scuola di Barbizon (egli si stabilì rapidamente nei pressi della foresta di Fontainebleau, cara a quel sodalizio di pittori, e addirittura si costruì col tempo un riparo fra l’aspra e fitta vegetazione), che costituì una solida via d’accesso al dibattito artistico locali e di conseguenza ai migliori salotti intellettuali della zona: veloce fu insomma l’ascesa alle più prestigiose committenze (anche ufficiali) ed esposizioni (costante fu la partecipazione ai Salon e non mancò alle Universali). Grazie al fitto corpo di epistole scambiate con i fratelli, in particolar modo con Filippo, mai comunque si recise del tutto il legame con l’Italia e con Napoli (con anche occasionali ritorni), ed anzi Giuseppe può oggi considerarsi un fondamentale punto di riferimento per tutti gli artisti che nel corso dell’Ottocento compirono l’agognato viaggio verso la Francia.
    Questa appartenenza a due terre (si potrebbe dire quasi una doppia cittadinanza) ebbe le sue ovvie conseguenze sulla ricerca pittorica di Giuseppe Palizzi: innanzitutto egli s’avvicinò ai Barbisonniers percependone le sostanziali comunanze con la rivoluzione artistica che nel nome di una stretta rappresentazione del vero suo fratello Filippo già andava professando negli ambienti intellettuali partenopei, ma del gruppo di Fontainebleau assimilò la sintetica pennellata a taches di colore che anticipava gli esiti dell’Impressionismo ed al contempo si contrapponeva in qualche modo ai dettagliatissimi dipinti di Filippo stesso; in secondo luogo la pur suddetta pittura dal vero va sovente trasfigurandosi nell’arte di Giuseppe in atmosfere idilliache che gli vennero dai giovanili studi accademici sotto la guida di Pitloo e Smargiassi (all’insegna insomma delle poetiche della tarda Scuola di Posillipo), che dunque sembra egli non riuscì mai a superare del tutto. Ecco allora quella pittura d’affetti concretizzatasi nell’opera proposta, ove nessun soggetto, umano o ferino che sia, è cioè rappresentato senza un proprio “nucleo familiare”, dalla coppia di contadinelle (con ogni probabilità mamma e figlia) al piccolo gregge di pecore ed all’agnello in primo piano con le mucche retrostanti, che si leccano poi amorevolmente riprendendo un tema già esplorato dall’autore in più dipinti; finanche nel piccolo rivo i volatili stanno rigorosamente in gruppo. Fa da sfondo un paesaggio dal sapore antico e moderno insieme, ove una visione per piani via via meno definiti ed un certo gusto per il dettaglio trovano posto sulla tela tramite una pennellata assolutamente aggiornata alle più recenti ricerche pittoriche del tempo.
    STIMA:
    min € 13000 - max € 18000
  • Lot 122  

    Vervloet Franz

    Vervloet Franz Vervloet Franz (Malines, Belgio 1795 - Venezia 1872)
    Veduta del Golfo di Napoli da Santa Lucia
    olio su tela, cm 52x75,5 firmato e datato in basso a destra: F. Vervloet 1832
    a tergo cartigli Bottegantica

    Provenienza: M. Joseph Ketelams, Bruxelles; Coll. Privata, Milano; Galleria Bottegantica, Milano; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Biennale di Parigi, Gran Palais 2017; Biennale di Firenze, Palazzo Corsini, 2017; Milano, 2018-19.

    Bibliografia: Elenco dei dipinti dell'artista in F. Vervloet, Sa vie, diario manoscritto, Venezia, Biblioteca del Museo Correr, n.119; Scheda storico-critica del dipinto a cura del Prof. Paolo Serafini, Roma; F. Mazzocca (a cura di), Romanticismo, Cat. Mostra Milano, Gallerie d'Italia e Palazzo Poldi Pezzoli, 26/10/2018 - 17/03/2019, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2018, p.171 (tav. a colori), p.309 (scheda a cura di F. Minervini).

    Questo dipinto costituisce un importante contributo alla conoscenza dell’attività pittorica dell’artista belga, relativa ai suoi due primi soggiorni napoletani, non solo per la qualità artistica dell’opera, ma anche per le fonti documentali, che a questa si riferiscono.Il Professore Paolo Serafini ne ha riscontrato il percorso identificandolo con il n.119 dell’elenco dei dipinti dell’artista contenuto nel diario manoscritto del pittore, Sa vie, scritto in francese e conservato nella Biblioteca del Museo Correr. L’elenco dei dipinti è conservato nel volume I, nel quarto fascicolo, che contiene l’elenco di 306 dipinti realizzati tra il 1815 e il 1852, tutti con l’indicazione dell’anno di vendita e del soggetto raffigurato e, un gran numero, con l’indicazione dell’acquirente e del prezzo pagato. La presenza del diario, che non è mai stato pubblicato ed è pertanto consultabile direttamente solo alla Biblioteca veneziana, fu segnalata per primo da Aldo de Rinaldis in una nota illustrativa aggiunta ad un articolo di Guido Battelli, Due disegni napoletani di un pittore tedesco amico di Goethe, in “Napoli nobilissima”, N.S., vol. III, 1923, pp. 81-82. Il diario fu poi acquistato dal Correr, insieme a 196 disegni di soggetto veneziano del Vervloet ed è stato, fino ad oggi, solo oggetto di un piccolo saggio di M. Pittaluga, Note su F. Vervloet e la sua “vie”, in “Antichità viva”, IX, 1, 1970, pp. 26-39. Come ha documentato il Professor Serafini, il dipinto venne realizzato nel 1832 (come ben evidenziato dalla datazione accanto alla firma) e venduto l’anno successivo. Ebbene, nel diario, relativamente al 1833 al numero 119 troviamo il nostro dipinto: “n.119 à M. Joseph Ketelams à Bruxelles une Vue de Ste Lucie à naples soleil couchant 1200 fr”. (Venezia, archivi del Museo Correr, P.D. 2792, Vue de S. Lucia). Nulla ci è dato sapere su M. Joseph Ketelams, l’acquirente del dipinto, che poteva essere uno dei tanti personaggi influenti che si trovavano a Napoli in quegli anni, oppure un illustre committente che dai Paesi Bassi aveva commissionato il dipinto all’artista, che era solito avvalersi di numerosi agenti corrispondenti nelle Fiandre e nei Paesi Bassi.Si può affermare, senza esitazione, che la Veduta del Golfo di Napoli da Santa Lucia costituisce uno dei soggetti più amati e importanti del Vervloet, durante i suoi primi soggiorni napoletani.
    Nel 1832 il pittore realizza per vari clienti numerose non meglio identificate Vedute di Napoli e almeno due vedute certamente da Santa Lucia: la prima, più piccola di dimensioni (olio su tela, cm 47x66, firmata e datata 1832) è stata venduta alla Sotheby’s di Londra il 7 aprile 2000, con il titolo View of Naples from Palazzo Donn’Anna; la seconda, la veduta di maggiori dimensioni mai realizzata di questo soggetto, è la nostra. Vale a testimoniare l’importanza della dimensione e la qualità artistica della tela, il prezzo di vendita, di ben 1200 franchi, uno dei più alti mai realizzati dall’artista in questi anni. Il successo della composizione lo porta dunque a realizzarne più di una versione, e il dipinto oggetto di questo studio viene così a costituire un documento molto interessante dei primi due soggiorni napoletani del pittore, soprattutto perché è una testimonianza straordinaria di quel gruppo di dipinti, di altissima levatura qualitativa, che il pittore realizza a Napoli nella prima metà degli anni Trenta dell’Ottocento, a cavallo del suo primo soggiorno veneziano del 1832. Tutta la critica insiste sulla straordinaria importanza dei dipinti di Vervloet di soggetto napoletano degli anni Trenta dell’Ottocento come la perfetta realizzazione dell’equilibrio tra le esperienze napoletane e la matrice fiamminga. Infatti, la Professoressa Mariantonietta Picone (in “Il Fuidoro”, I, 1954, pp. 139-142) evidenziava lucidamente la poetica artistica del pittore belga: “Pur essendo sensibile al gusto locale, serbava intatto un suggestivo accento permeato nel sottofondo di esperienze fiammingo-olandesi. Il colore vi ha sì posillipiane tenerezze, ma è sommessamente più intenso. L’educazione nordica ha abituato il pittore a un atteggiamento di concentrata serietà in rapporto al paesaggio, atteggiamento che non è dei napoletani….sono pezzi di tonalità tenui, ben corrette dal rilievo, avvolte dall’aria chiara. Solo il sottofondo lievemente rosato delle tonalità atmosferiche, di marca napoletana, lascia intuire in quelle vedute una componente di cultura diversa, mimetizzata per altro dalla stratta veste canalettiana”.
    STIMA:
    min € 50000 - max € 70000
  • Lot 123  

    Carelli Gonsalvo

    Carelli Gonsalvo Carelli Gonsalvo (Napoli 1818 - 1900)
    Marina con pescatori
    olio su tela, cm 104x64
    firmato e iscritto in basso a sinistra: Conzalvo Carelli Napoli

    Provenienza: Coll. E. Catalano Napoli
    STIMA:
    min € 6000 - max € 9000
  • Lot 124  

    Fergola Salvatore

    Fergola Salvatore Fergola Salvatore (Napoli 1799 - 1874)
    Ritorno dalla processione
    olio su tela, cm 39x52
    firmato e datato in basso a sinistra: Salv. Fergola 1837

    Probabilmente l’astro più lucente di una famiglia di artisti, Salvatore Fergola ricevette i primi rudimenti pittorici dal padre Luigi seguendo il vedutismo di Jakob Phillip Hackert, cui il nostro si riferì molto nelle sue prime prove artistiche, di cui si nota il rigoroso naturalismo di matrice illuminista.Dal 1820 invece Salvatore prese a frequentare privatamente lo studio di Anton Sminck van Pitloo, andando a comporre col maestro (ed ovviamente con altri artisti del calibro di Gigante, Duclère, Vianelli) la celebre Scuola di Posillipo, e virando di conseguenza il proprio stile pittorico verso uno spirito spiccatamente romantico, di cui probabilmente costituiscono l’apice i ben noti naufragi, concretizzazione artistica del sentimento del Sublime kantiano.Fergola ad ogni modo godette fin dai propri esordi del favore della famiglia Borbone (specialmente del futuro Francesco I), guadagnando perciò numerosissime committenze (nonché un lauto stipendio) per l’adempimento delle quali si trovò a viaggiare al seguito della Corte per tutto il Meridione d’Italia e fino in Spagna (1829), seguita dalla Francia.Non potendo con certezza identificare il paesaggio rappresentato nell’opera proposta non è perciò da escludere che esso non fosse nei dintorni di Napoli, trattandosi piuttosto di una suggestiva veduta colta dal Fergola nel corso dei suoi numerosi spostamenti.
    STIMA:
    min € 6000 - max € 8000
  • Lot 125  

    Serritelli Giovanni

    Serritelli Giovanni Serritelli Giovanni (Napoli 1809- dopo il 1880)
    Piazza del Carmine a Napoli
    olio su tela cm 54,5x38
    firmato e iscritto in basso a sinistra: Serritelli Napoli

    Provenienza. Coll. Armiero, Napoli; coll. privata, Napoli

    L’opera proposta costituisce una replica della più grande tela oggi conservata presso il Palazzo Reale di Napoli ed esposta nel 1859 al locale Real Istituto di Belle Arti da Giovanni Serritelli, allora professore onorario presso quella stessa istituzione. In realtà la chiesa del Carmine col suo ben noto campanile non è ritratta nel dipinto guardandola dalla Porta omonima, come riporta il titolo originario, ma dai due pilastri in bugnato del Vado, un varco aperto nelle mura cittadine al tempo di Carlo di Borbone.
    Ad ogni modo dell’autore non ci restano che poche e frammentarie notizie, e sappiamo che fu allievo del Pitloo non aderendo comunque mai alle poetiche della Scuola di Posillipo, mantenendosi piuttosto su posizione di più convenzionale accademismo. Riportato da Lorenzetti quale «marinista e vedutista che si ispira alla paesistica romantica», ci è data notizia che un altro genere in cui Serritelli si dilettò, raggiungendo esiti felici almeno quanto quelli dei suoi paesaggi, fu quello del reportage, particolarmente diffuso del resto fra gli artisti operanti sotto il regime borbonico.
    STIMA:
    min € 20000 - max € 30000
  • Lot 126  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Roma 1852 - 1930)
    Tricorno
    olio su tela cm 80x70,5
    firmato in basso a destra: A. Mancini

    Provenienza: Coll E. Catalano, Napoli

    Con l’amico di una vita Vincenzo Gemito, conosciuto nel corso della precoce frequentazione dello studio di Stanislao Lista, Antonio Mancini prese a raffigurare i vari scugnizzi che affollavano il cortile del chiostro di Santa Patrizia, ove i due giovani artisti avevano affittato inizialmente uno studio insieme; fra queste opere, alcune dei veri capolavori, non è raro ritrovare soggetti dai costumi sgargianti e bizzarri, quali i vari saltimbanchi che hanno sovente il volto di Luigi Gianchetti o Luigiello, fra i modelli preferiti del Mancini: ora è ovvio che un certo vario guardaroba potesse essere allora parte integrante delle attrezzature di cui ogni artista si serviva per variare il soggetto dei propri lavori pur mantenendo sempre gli stessi modelli, eppure questo gusto del nostro per una moda in un certo senso ricercata (assente del resto in altri suoi contemporanei) non può non farci pensare all’influsso che su di egli esercitò Mariano Fortuny i Marsal, soggiornante a Portici nel 1874; il celeberrimo pittore spagnolo su senza dubbio fra i maggiori esponenti al tempo del Neosettecentismo, corrente di vasto successo presso i collezionisti internazionali prima ancora che locali, presso i quali comunque l’interesse verso questo genere di opere andò diffondendosi grazie alla promozione del mercante parigino Adolphe Goupil, pure lui spesso nei territori della Campania (ove conobbe lo stesso Mancini sponsorizzandolo poi in Francia).
    Non sorprende dunque che anche al termine della sua prima fase artistica, quella appunto costellata di scugnizzi e popolani, la cui fine venne grosso modo a coincidere con il recupero dai primi disturbi mentali ed il trasferimento nella nativa Roma, Mancini abbia continuato a rappresentare costumi del Settecento, come l’opera in asta dimostra: si tratta infatti senza dubbio di un dipinto più tardo dell’autore, come si evince dalla distribuzione irregolare della materia pittorica nel dipinto, talvolta raggruppata in veri e propri grumi di colore così da ricreare concreti effetti d’ombra e di luce (chiave di tutta la ricerca artistica dell’autore) sulla superficie della tela.
    STIMA:
    min € 7500 - max € 12500
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  • Lotto 119  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Parc Monceau
    olio su cartone, cm 32x38,5
    firmato in basso a destra: R. Ragione

    Il senso di pace che generalmente traspare dalle opere di Raffaele Ragione cozza decisamente con l’animo ribelle che stando a testimonianze e fonti egli mostrò fin dalla più giovane età: un senso di inquietudine costante che lo condusse ad allontanarsi presto anche da coloro che gli facevano del bene, quali i maestri Stanislao Lista prima, Domenico Morelli e Filippo Palizzi poi, che subito intuirono il suo potenziale artistico, l’amico e suo principale mecenate Vincenzo D’Alicandro, la compagna Aurora e la figlia Ida.
    Questa esistenza vissuta per lo più ai margini di una società che egli non amava, la sua intrinseca solitudine, si rivelano fondamentali per comprendere appieno certe scelte che l’artista intraprese al suo arrivo a Parigi, al tempo capitale di tutta la cultura europea e centro nevralgico della Belle Époque (al cui fascino allora già avevano ceduto pittori del calibro di Carlo Brancaccio, Pietro Scoppetta, Ulisse Caputo): alla raffinata ed alquanto leziosa vita da boulevard Ragione preferì infatti la tranquilla quiete di Parc Monceau (che fa da sfondo ad una porzione ingentissima della produzione dell’artista), luogo d’espressione di una vitalità più semplice e proprio per questo forse più genuinamente autentica; il parco allora comunque ancora conservava l’impianto originario (oggi perduto), quello che ne faceva cioè un raffinato contenitore di bizzarrie architettoniche che rispondevano al gusto per l’esotico molto diffuso fra tardo diciottesimo e diciannovesimo secolo (erano presenti, ad esempio, una piramide non lontana da mulini a vento tipicamente olandesi e da rovine di fattezze medievali).
    Anche lo stile di Ragione risentì delle influenze parigine e più generalmente francesi (anzi può considerarsene indissolubilmente legato). A tal proposito è tutt’ora in corso una querelle circa quando l’artista entrò precisamente in contatto con le poetiche pittoriche d’Oltralpe, ma basti qui accettare l’ipotesi che egli dovette venirne a conoscenza prima del proprio definitivo trasferimento nella Ville Lumière agli inizi del Novecento: questo perché stilemi tipici dell’Impressionismo francese già si notano in opere precedenti a quell’evento. Dell’Impressionismo comunque il nostro prese non tanto l’analisi luministica quanto piuttosto la sperimentazione cromatica, indagata con vivo e multiforme interesse; inoltre l’episodio che di volta in volta anima il Parc Monceau nei dipinti di Ragione assume un valore emotivo e lirico che richiama, come è stato giustamente sottolineato, le madeleine proustiane più che i soggetti cari agli impressionisti, nel senso di un richiamo al proprio vissuto precedente che in questo caso torna tramite la pittura così a galla, tanto nell’animo del creatore che in quello di chi (ancora oggi) osserva la sua opera.
    STIMA min € 3000 - max € 5000

    Lot 119  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Parc Monceau
    olio su cartone, cm 32x38,5
    firmato in basso a destra: R. Ragione

    Il senso di pace che generalmente traspare dalle opere di Raffaele Ragione cozza decisamente con l’animo ribelle che stando a testimonianze e fonti egli mostrò fin dalla più giovane età: un senso di inquietudine costante che lo condusse ad allontanarsi presto anche da coloro che gli facevano del bene, quali i maestri Stanislao Lista prima, Domenico Morelli e Filippo Palizzi poi, che subito intuirono il suo potenziale artistico, l’amico e suo principale mecenate Vincenzo D’Alicandro, la compagna Aurora e la figlia Ida.
    Questa esistenza vissuta per lo più ai margini di una società che egli non amava, la sua intrinseca solitudine, si rivelano fondamentali per comprendere appieno certe scelte che l’artista intraprese al suo arrivo a Parigi, al tempo capitale di tutta la cultura europea e centro nevralgico della Belle Époque (al cui fascino allora già avevano ceduto pittori del calibro di Carlo Brancaccio, Pietro Scoppetta, Ulisse Caputo): alla raffinata ed alquanto leziosa vita da boulevard Ragione preferì infatti la tranquilla quiete di Parc Monceau (che fa da sfondo ad una porzione ingentissima della produzione dell’artista), luogo d’espressione di una vitalità più semplice e proprio per questo forse più genuinamente autentica; il parco allora comunque ancora conservava l’impianto originario (oggi perduto), quello che ne faceva cioè un raffinato contenitore di bizzarrie architettoniche che rispondevano al gusto per l’esotico molto diffuso fra tardo diciottesimo e diciannovesimo secolo (erano presenti, ad esempio, una piramide non lontana da mulini a vento tipicamente olandesi e da rovine di fattezze medievali).
    Anche lo stile di Ragione risentì delle influenze parigine e più generalmente francesi (anzi può considerarsene indissolubilmente legato). A tal proposito è tutt’ora in corso una querelle circa quando l’artista entrò precisamente in contatto con le poetiche pittoriche d’Oltralpe, ma basti qui accettare l’ipotesi che egli dovette venirne a conoscenza prima del proprio definitivo trasferimento nella Ville Lumière agli inizi del Novecento: questo perché stilemi tipici dell’Impressionismo francese già si notano in opere precedenti a quell’evento. Dell’Impressionismo comunque il nostro prese non tanto l’analisi luministica quanto piuttosto la sperimentazione cromatica, indagata con vivo e multiforme interesse; inoltre l’episodio che di volta in volta anima il Parc Monceau nei dipinti di Ragione assume un valore emotivo e lirico che richiama, come è stato giustamente sottolineato, le madeleine proustiane più che i soggetti cari agli impressionisti, nel senso di un richiamo al proprio vissuto precedente che in questo caso torna tramite la pittura così a galla, tanto nell’animo del creatore che in quello di chi (ancora oggi) osserva la sua opera.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 120  

    De Nittis Giuseppe

    De Nittis Giuseppe (Barletta 1846 - Saint Germain en Laye, FR 1884)
    Torre Annunziata
    olio su tavola cm 10x17,5
    firmato in basso a sinistra: De Nittis
    a tergo: timbri Atelier De Nittis e Collezione Sommaruga; iscritto "Questo delizioso dipinto di Giuseppe De Nittis è uno studio di paesaggio pel grande quadro 'Torre Annunziata' Enrico Piceni"

    Provenienza: Coll.A. Sommaruga, Parigi; Coll. C. Camera, Milano; coll. privata, Napoli

    Bibliografia: M. Pittaluga e E. Piceni, De Nittis, Busto Arsizio 1963, n. 214; P. Dini e G.L. Marini, De Nittis. La vita, i documenti, le opere dipinte, Torino 1990, Vol. I, p. 393, n. 438, Vol. II, Tav. 438 ill. in b\n

    Come riportato da Pittaluga e Piceni, l’opera proposta fu uno studio per una tavola grande circa il doppio di questa e realizzata nel 1873 da Giuseppe De Nittis, fra gli indiscussi protagonisti della Scuola di Resina ma anche artista di spicco della Parigi del tempo, nel cui panorama fu generalmente associato dalla critica (il che accade talvolta tutt’oggi) a Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini; il dipinto in questione è intitolato nelle varie pubblicazioni “La ferrovia di Torre Annunziata”, e dunque costituisce una delle varie declinazioni dell’autore sul tema appunto delle ferrovie, filone cui vanno anche ascritti il capolavoro “Passa un treno” (esposto alla Nazionale di Torino del 1880) e le tele “Capannoni di una stazione ferroviaria” e “Incrocio di treni”: se queste ultime due opere furono con certezza dipinte in Francia, i primi due lavori di cui si è parlato (e quindi anche la piccola tavola in asta) vennero concepiti ancora in Italia e probabilmente in una campagna del Meridione, forse lungo la tratta collegante Napoli e Barletta, città natale di De Nittis.
    STIMA min € 4500 - max € 7500

    Lot 120  

    De Nittis Giuseppe

    Giuseppe De Nittis De Nittis Giuseppe (Barletta 1846 - Saint Germain en Laye, FR 1884)
    Torre Annunziata
    olio su tavola cm 10x17,5
    firmato in basso a sinistra: De Nittis
    a tergo: timbri Atelier De Nittis e Collezione Sommaruga; iscritto "Questo delizioso dipinto di Giuseppe De Nittis è uno studio di paesaggio pel grande quadro 'Torre Annunziata' Enrico Piceni"

    Provenienza: Coll.A. Sommaruga, Parigi; Coll. C. Camera, Milano; coll. privata, Napoli

    Bibliografia: M. Pittaluga e E. Piceni, De Nittis, Busto Arsizio 1963, n. 214; P. Dini e G.L. Marini, De Nittis. La vita, i documenti, le opere dipinte, Torino 1990, Vol. I, p. 393, n. 438, Vol. II, Tav. 438 ill. in b\n

    Come riportato da Pittaluga e Piceni, l’opera proposta fu uno studio per una tavola grande circa il doppio di questa e realizzata nel 1873 da Giuseppe De Nittis, fra gli indiscussi protagonisti della Scuola di Resina ma anche artista di spicco della Parigi del tempo, nel cui panorama fu generalmente associato dalla critica (il che accade talvolta tutt’oggi) a Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini; il dipinto in questione è intitolato nelle varie pubblicazioni “La ferrovia di Torre Annunziata”, e dunque costituisce una delle varie declinazioni dell’autore sul tema appunto delle ferrovie, filone cui vanno anche ascritti il capolavoro “Passa un treno” (esposto alla Nazionale di Torino del 1880) e le tele “Capannoni di una stazione ferroviaria” e “Incrocio di treni”: se queste ultime due opere furono con certezza dipinte in Francia, i primi due lavori di cui si è parlato (e quindi anche la piccola tavola in asta) vennero concepiti ancora in Italia e probabilmente in una campagna del Meridione, forse lungo la tratta collegante Napoli e Barletta, città natale di De Nittis.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 121  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Fanciulli al pascolo
    olio su tela, cm 65x99,5
    firmato in basso a destra: Palizzi

    Maggiore per età fra i pittori della fortunata famiglia Palizzi, Giuseppe fu con ogni probabilità anche quello che godette in vita di miglior fortuna, avendo saputo cogliere le molte occasioni offerte agli artisti del tempo dagli ambienti francesi e soprattutto di Parigi, ove il nostro come è noto si trasferì fra il 1844 e l’anno successivo, chiuso ogni rapporto con il mondo accademico napoletano (vuoi per ragioni strettamente estetiche, vuoi per altre legate invece alle sue simpatie politiche); dell’avventura di Giuseppe nelle terre d’Oltralpe oggi si ricorda principalmente la sua adesione alla Scuola di Barbizon (egli si stabilì rapidamente nei pressi della foresta di Fontainebleau, cara a quel sodalizio di pittori, e addirittura si costruì col tempo un riparo fra l’aspra e fitta vegetazione), che costituì una solida via d’accesso al dibattito artistico locali e di conseguenza ai migliori salotti intellettuali della zona: veloce fu insomma l’ascesa alle più prestigiose committenze (anche ufficiali) ed esposizioni (costante fu la partecipazione ai Salon e non mancò alle Universali). Grazie al fitto corpo di epistole scambiate con i fratelli, in particolar modo con Filippo, mai comunque si recise del tutto il legame con l’Italia e con Napoli (con anche occasionali ritorni), ed anzi Giuseppe può oggi considerarsi un fondamentale punto di riferimento per tutti gli artisti che nel corso dell’Ottocento compirono l’agognato viaggio verso la Francia.
    Questa appartenenza a due terre (si potrebbe dire quasi una doppia cittadinanza) ebbe le sue ovvie conseguenze sulla ricerca pittorica di Giuseppe Palizzi: innanzitutto egli s’avvicinò ai Barbisonniers percependone le sostanziali comunanze con la rivoluzione artistica che nel nome di una stretta rappresentazione del vero suo fratello Filippo già andava professando negli ambienti intellettuali partenopei, ma del gruppo di Fontainebleau assimilò la sintetica pennellata a taches di colore che anticipava gli esiti dell’Impressionismo ed al contempo si contrapponeva in qualche modo ai dettagliatissimi dipinti di Filippo stesso; in secondo luogo la pur suddetta pittura dal vero va sovente trasfigurandosi nell’arte di Giuseppe in atmosfere idilliache che gli vennero dai giovanili studi accademici sotto la guida di Pitloo e Smargiassi (all’insegna insomma delle poetiche della tarda Scuola di Posillipo), che dunque sembra egli non riuscì mai a superare del tutto. Ecco allora quella pittura d’affetti concretizzatasi nell’opera proposta, ove nessun soggetto, umano o ferino che sia, è cioè rappresentato senza un proprio “nucleo familiare”, dalla coppia di contadinelle (con ogni probabilità mamma e figlia) al piccolo gregge di pecore ed all’agnello in primo piano con le mucche retrostanti, che si leccano poi amorevolmente riprendendo un tema già esplorato dall’autore in più dipinti; finanche nel piccolo rivo i volatili stanno rigorosamente in gruppo. Fa da sfondo un paesaggio dal sapore antico e moderno insieme, ove una visione per piani via via meno definiti ed un certo gusto per il dettaglio trovano posto sulla tela tramite una pennellata assolutamente aggiornata alle più recenti ricerche pittoriche del tempo.
    STIMA min € 13000 - max € 18000

    Lot 121  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Fanciulli al pascolo
    olio su tela, cm 65x99,5
    firmato in basso a destra: Palizzi

    Maggiore per età fra i pittori della fortunata famiglia Palizzi, Giuseppe fu con ogni probabilità anche quello che godette in vita di miglior fortuna, avendo saputo cogliere le molte occasioni offerte agli artisti del tempo dagli ambienti francesi e soprattutto di Parigi, ove il nostro come è noto si trasferì fra il 1844 e l’anno successivo, chiuso ogni rapporto con il mondo accademico napoletano (vuoi per ragioni strettamente estetiche, vuoi per altre legate invece alle sue simpatie politiche); dell’avventura di Giuseppe nelle terre d’Oltralpe oggi si ricorda principalmente la sua adesione alla Scuola di Barbizon (egli si stabilì rapidamente nei pressi della foresta di Fontainebleau, cara a quel sodalizio di pittori, e addirittura si costruì col tempo un riparo fra l’aspra e fitta vegetazione), che costituì una solida via d’accesso al dibattito artistico locali e di conseguenza ai migliori salotti intellettuali della zona: veloce fu insomma l’ascesa alle più prestigiose committenze (anche ufficiali) ed esposizioni (costante fu la partecipazione ai Salon e non mancò alle Universali). Grazie al fitto corpo di epistole scambiate con i fratelli, in particolar modo con Filippo, mai comunque si recise del tutto il legame con l’Italia e con Napoli (con anche occasionali ritorni), ed anzi Giuseppe può oggi considerarsi un fondamentale punto di riferimento per tutti gli artisti che nel corso dell’Ottocento compirono l’agognato viaggio verso la Francia.
    Questa appartenenza a due terre (si potrebbe dire quasi una doppia cittadinanza) ebbe le sue ovvie conseguenze sulla ricerca pittorica di Giuseppe Palizzi: innanzitutto egli s’avvicinò ai Barbisonniers percependone le sostanziali comunanze con la rivoluzione artistica che nel nome di una stretta rappresentazione del vero suo fratello Filippo già andava professando negli ambienti intellettuali partenopei, ma del gruppo di Fontainebleau assimilò la sintetica pennellata a taches di colore che anticipava gli esiti dell’Impressionismo ed al contempo si contrapponeva in qualche modo ai dettagliatissimi dipinti di Filippo stesso; in secondo luogo la pur suddetta pittura dal vero va sovente trasfigurandosi nell’arte di Giuseppe in atmosfere idilliache che gli vennero dai giovanili studi accademici sotto la guida di Pitloo e Smargiassi (all’insegna insomma delle poetiche della tarda Scuola di Posillipo), che dunque sembra egli non riuscì mai a superare del tutto. Ecco allora quella pittura d’affetti concretizzatasi nell’opera proposta, ove nessun soggetto, umano o ferino che sia, è cioè rappresentato senza un proprio “nucleo familiare”, dalla coppia di contadinelle (con ogni probabilità mamma e figlia) al piccolo gregge di pecore ed all’agnello in primo piano con le mucche retrostanti, che si leccano poi amorevolmente riprendendo un tema già esplorato dall’autore in più dipinti; finanche nel piccolo rivo i volatili stanno rigorosamente in gruppo. Fa da sfondo un paesaggio dal sapore antico e moderno insieme, ove una visione per piani via via meno definiti ed un certo gusto per il dettaglio trovano posto sulla tela tramite una pennellata assolutamente aggiornata alle più recenti ricerche pittoriche del tempo.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 122  

    Vervloet Franz

    Vervloet Franz (Malines, Belgio 1795 - Venezia 1872)
    Veduta del Golfo di Napoli da Santa Lucia
    olio su tela, cm 52x75,5 firmato e datato in basso a destra: F. Vervloet 1832
    a tergo cartigli Bottegantica

    Provenienza: M. Joseph Ketelams, Bruxelles; Coll. Privata, Milano; Galleria Bottegantica, Milano; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Biennale di Parigi, Gran Palais 2017; Biennale di Firenze, Palazzo Corsini, 2017; Milano, 2018-19.

    Bibliografia: Elenco dei dipinti dell'artista in F. Vervloet, Sa vie, diario manoscritto, Venezia, Biblioteca del Museo Correr, n.119; Scheda storico-critica del dipinto a cura del Prof. Paolo Serafini, Roma; F. Mazzocca (a cura di), Romanticismo, Cat. Mostra Milano, Gallerie d'Italia e Palazzo Poldi Pezzoli, 26/10/2018 - 17/03/2019, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2018, p.171 (tav. a colori), p.309 (scheda a cura di F. Minervini).

    Questo dipinto costituisce un importante contributo alla conoscenza dell’attività pittorica dell’artista belga, relativa ai suoi due primi soggiorni napoletani, non solo per la qualità artistica dell’opera, ma anche per le fonti documentali, che a questa si riferiscono.Il Professore Paolo Serafini ne ha riscontrato il percorso identificandolo con il n.119 dell’elenco dei dipinti dell’artista contenuto nel diario manoscritto del pittore, Sa vie, scritto in francese e conservato nella Biblioteca del Museo Correr. L’elenco dei dipinti è conservato nel volume I, nel quarto fascicolo, che contiene l’elenco di 306 dipinti realizzati tra il 1815 e il 1852, tutti con l’indicazione dell’anno di vendita e del soggetto raffigurato e, un gran numero, con l’indicazione dell’acquirente e del prezzo pagato. La presenza del diario, che non è mai stato pubblicato ed è pertanto consultabile direttamente solo alla Biblioteca veneziana, fu segnalata per primo da Aldo de Rinaldis in una nota illustrativa aggiunta ad un articolo di Guido Battelli, Due disegni napoletani di un pittore tedesco amico di Goethe, in “Napoli nobilissima”, N.S., vol. III, 1923, pp. 81-82. Il diario fu poi acquistato dal Correr, insieme a 196 disegni di soggetto veneziano del Vervloet ed è stato, fino ad oggi, solo oggetto di un piccolo saggio di M. Pittaluga, Note su F. Vervloet e la sua “vie”, in “Antichità viva”, IX, 1, 1970, pp. 26-39. Come ha documentato il Professor Serafini, il dipinto venne realizzato nel 1832 (come ben evidenziato dalla datazione accanto alla firma) e venduto l’anno successivo. Ebbene, nel diario, relativamente al 1833 al numero 119 troviamo il nostro dipinto: “n.119 à M. Joseph Ketelams à Bruxelles une Vue de Ste Lucie à naples soleil couchant 1200 fr”. (Venezia, archivi del Museo Correr, P.D. 2792, Vue de S. Lucia). Nulla ci è dato sapere su M. Joseph Ketelams, l’acquirente del dipinto, che poteva essere uno dei tanti personaggi influenti che si trovavano a Napoli in quegli anni, oppure un illustre committente che dai Paesi Bassi aveva commissionato il dipinto all’artista, che era solito avvalersi di numerosi agenti corrispondenti nelle Fiandre e nei Paesi Bassi.Si può affermare, senza esitazione, che la Veduta del Golfo di Napoli da Santa Lucia costituisce uno dei soggetti più amati e importanti del Vervloet, durante i suoi primi soggiorni napoletani.
    Nel 1832 il pittore realizza per vari clienti numerose non meglio identificate Vedute di Napoli e almeno due vedute certamente da Santa Lucia: la prima, più piccola di dimensioni (olio su tela, cm 47x66, firmata e datata 1832) è stata venduta alla Sotheby’s di Londra il 7 aprile 2000, con il titolo View of Naples from Palazzo Donn’Anna; la seconda, la veduta di maggiori dimensioni mai realizzata di questo soggetto, è la nostra. Vale a testimoniare l’importanza della dimensione e la qualità artistica della tela, il prezzo di vendita, di ben 1200 franchi, uno dei più alti mai realizzati dall’artista in questi anni. Il successo della composizione lo porta dunque a realizzarne più di una versione, e il dipinto oggetto di questo studio viene così a costituire un documento molto interessante dei primi due soggiorni napoletani del pittore, soprattutto perché è una testimonianza straordinaria di quel gruppo di dipinti, di altissima levatura qualitativa, che il pittore realizza a Napoli nella prima metà degli anni Trenta dell’Ottocento, a cavallo del suo primo soggiorno veneziano del 1832. Tutta la critica insiste sulla straordinaria importanza dei dipinti di Vervloet di soggetto napoletano degli anni Trenta dell’Ottocento come la perfetta realizzazione dell’equilibrio tra le esperienze napoletane e la matrice fiamminga. Infatti, la Professoressa Mariantonietta Picone (in “Il Fuidoro”, I, 1954, pp. 139-142) evidenziava lucidamente la poetica artistica del pittore belga: “Pur essendo sensibile al gusto locale, serbava intatto un suggestivo accento permeato nel sottofondo di esperienze fiammingo-olandesi. Il colore vi ha sì posillipiane tenerezze, ma è sommessamente più intenso. L’educazione nordica ha abituato il pittore a un atteggiamento di concentrata serietà in rapporto al paesaggio, atteggiamento che non è dei napoletani….sono pezzi di tonalità tenui, ben corrette dal rilievo, avvolte dall’aria chiara. Solo il sottofondo lievemente rosato delle tonalità atmosferiche, di marca napoletana, lascia intuire in quelle vedute una componente di cultura diversa, mimetizzata per altro dalla stratta veste canalettiana”.
    STIMA min € 50000 - max € 70000

    Lot 122  

    Vervloet Franz

    Vervloet Franz Vervloet Franz (Malines, Belgio 1795 - Venezia 1872)
    Veduta del Golfo di Napoli da Santa Lucia
    olio su tela, cm 52x75,5 firmato e datato in basso a destra: F. Vervloet 1832
    a tergo cartigli Bottegantica

    Provenienza: M. Joseph Ketelams, Bruxelles; Coll. Privata, Milano; Galleria Bottegantica, Milano; Coll. privata, Napoli

    Esposizioni: Biennale di Parigi, Gran Palais 2017; Biennale di Firenze, Palazzo Corsini, 2017; Milano, 2018-19.

    Bibliografia: Elenco dei dipinti dell'artista in F. Vervloet, Sa vie, diario manoscritto, Venezia, Biblioteca del Museo Correr, n.119; Scheda storico-critica del dipinto a cura del Prof. Paolo Serafini, Roma; F. Mazzocca (a cura di), Romanticismo, Cat. Mostra Milano, Gallerie d'Italia e Palazzo Poldi Pezzoli, 26/10/2018 - 17/03/2019, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI) 2018, p.171 (tav. a colori), p.309 (scheda a cura di F. Minervini).

    Questo dipinto costituisce un importante contributo alla conoscenza dell’attività pittorica dell’artista belga, relativa ai suoi due primi soggiorni napoletani, non solo per la qualità artistica dell’opera, ma anche per le fonti documentali, che a questa si riferiscono.Il Professore Paolo Serafini ne ha riscontrato il percorso identificandolo con il n.119 dell’elenco dei dipinti dell’artista contenuto nel diario manoscritto del pittore, Sa vie, scritto in francese e conservato nella Biblioteca del Museo Correr. L’elenco dei dipinti è conservato nel volume I, nel quarto fascicolo, che contiene l’elenco di 306 dipinti realizzati tra il 1815 e il 1852, tutti con l’indicazione dell’anno di vendita e del soggetto raffigurato e, un gran numero, con l’indicazione dell’acquirente e del prezzo pagato. La presenza del diario, che non è mai stato pubblicato ed è pertanto consultabile direttamente solo alla Biblioteca veneziana, fu segnalata per primo da Aldo de Rinaldis in una nota illustrativa aggiunta ad un articolo di Guido Battelli, Due disegni napoletani di un pittore tedesco amico di Goethe, in “Napoli nobilissima”, N.S., vol. III, 1923, pp. 81-82. Il diario fu poi acquistato dal Correr, insieme a 196 disegni di soggetto veneziano del Vervloet ed è stato, fino ad oggi, solo oggetto di un piccolo saggio di M. Pittaluga, Note su F. Vervloet e la sua “vie”, in “Antichità viva”, IX, 1, 1970, pp. 26-39. Come ha documentato il Professor Serafini, il dipinto venne realizzato nel 1832 (come ben evidenziato dalla datazione accanto alla firma) e venduto l’anno successivo. Ebbene, nel diario, relativamente al 1833 al numero 119 troviamo il nostro dipinto: “n.119 à M. Joseph Ketelams à Bruxelles une Vue de Ste Lucie à naples soleil couchant 1200 fr”. (Venezia, archivi del Museo Correr, P.D. 2792, Vue de S. Lucia). Nulla ci è dato sapere su M. Joseph Ketelams, l’acquirente del dipinto, che poteva essere uno dei tanti personaggi influenti che si trovavano a Napoli in quegli anni, oppure un illustre committente che dai Paesi Bassi aveva commissionato il dipinto all’artista, che era solito avvalersi di numerosi agenti corrispondenti nelle Fiandre e nei Paesi Bassi.Si può affermare, senza esitazione, che la Veduta del Golfo di Napoli da Santa Lucia costituisce uno dei soggetti più amati e importanti del Vervloet, durante i suoi primi soggiorni napoletani.
    Nel 1832 il pittore realizza per vari clienti numerose non meglio identificate Vedute di Napoli e almeno due vedute certamente da Santa Lucia: la prima, più piccola di dimensioni (olio su tela, cm 47x66, firmata e datata 1832) è stata venduta alla Sotheby’s di Londra il 7 aprile 2000, con il titolo View of Naples from Palazzo Donn’Anna; la seconda, la veduta di maggiori dimensioni mai realizzata di questo soggetto, è la nostra. Vale a testimoniare l’importanza della dimensione e la qualità artistica della tela, il prezzo di vendita, di ben 1200 franchi, uno dei più alti mai realizzati dall’artista in questi anni. Il successo della composizione lo porta dunque a realizzarne più di una versione, e il dipinto oggetto di questo studio viene così a costituire un documento molto interessante dei primi due soggiorni napoletani del pittore, soprattutto perché è una testimonianza straordinaria di quel gruppo di dipinti, di altissima levatura qualitativa, che il pittore realizza a Napoli nella prima metà degli anni Trenta dell’Ottocento, a cavallo del suo primo soggiorno veneziano del 1832. Tutta la critica insiste sulla straordinaria importanza dei dipinti di Vervloet di soggetto napoletano degli anni Trenta dell’Ottocento come la perfetta realizzazione dell’equilibrio tra le esperienze napoletane e la matrice fiamminga. Infatti, la Professoressa Mariantonietta Picone (in “Il Fuidoro”, I, 1954, pp. 139-142) evidenziava lucidamente la poetica artistica del pittore belga: “Pur essendo sensibile al gusto locale, serbava intatto un suggestivo accento permeato nel sottofondo di esperienze fiammingo-olandesi. Il colore vi ha sì posillipiane tenerezze, ma è sommessamente più intenso. L’educazione nordica ha abituato il pittore a un atteggiamento di concentrata serietà in rapporto al paesaggio, atteggiamento che non è dei napoletani….sono pezzi di tonalità tenui, ben corrette dal rilievo, avvolte dall’aria chiara. Solo il sottofondo lievemente rosato delle tonalità atmosferiche, di marca napoletana, lascia intuire in quelle vedute una componente di cultura diversa, mimetizzata per altro dalla stratta veste canalettiana”.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 123  

    Carelli Gonsalvo

    Carelli Gonsalvo (Napoli 1818 - 1900)
    Marina con pescatori
    olio su tela, cm 104x64
    firmato e iscritto in basso a sinistra: Conzalvo Carelli Napoli

    Provenienza: Coll. E. Catalano Napoli
    STIMA min € 6000 - max € 9000

    Lot 123  

    Carelli Gonsalvo

    Carelli Gonsalvo Carelli Gonsalvo (Napoli 1818 - 1900)
    Marina con pescatori
    olio su tela, cm 104x64
    firmato e iscritto in basso a sinistra: Conzalvo Carelli Napoli

    Provenienza: Coll. E. Catalano Napoli


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 124  

    Fergola Salvatore

    Fergola Salvatore (Napoli 1799 - 1874)
    Ritorno dalla processione
    olio su tela, cm 39x52
    firmato e datato in basso a sinistra: Salv. Fergola 1837

    Probabilmente l’astro più lucente di una famiglia di artisti, Salvatore Fergola ricevette i primi rudimenti pittorici dal padre Luigi seguendo il vedutismo di Jakob Phillip Hackert, cui il nostro si riferì molto nelle sue prime prove artistiche, di cui si nota il rigoroso naturalismo di matrice illuminista.Dal 1820 invece Salvatore prese a frequentare privatamente lo studio di Anton Sminck van Pitloo, andando a comporre col maestro (ed ovviamente con altri artisti del calibro di Gigante, Duclère, Vianelli) la celebre Scuola di Posillipo, e virando di conseguenza il proprio stile pittorico verso uno spirito spiccatamente romantico, di cui probabilmente costituiscono l’apice i ben noti naufragi, concretizzazione artistica del sentimento del Sublime kantiano.Fergola ad ogni modo godette fin dai propri esordi del favore della famiglia Borbone (specialmente del futuro Francesco I), guadagnando perciò numerosissime committenze (nonché un lauto stipendio) per l’adempimento delle quali si trovò a viaggiare al seguito della Corte per tutto il Meridione d’Italia e fino in Spagna (1829), seguita dalla Francia.Non potendo con certezza identificare il paesaggio rappresentato nell’opera proposta non è perciò da escludere che esso non fosse nei dintorni di Napoli, trattandosi piuttosto di una suggestiva veduta colta dal Fergola nel corso dei suoi numerosi spostamenti.
    STIMA min € 6000 - max € 8000

    Lot 124  

    Fergola Salvatore

    Fergola Salvatore Fergola Salvatore (Napoli 1799 - 1874)
    Ritorno dalla processione
    olio su tela, cm 39x52
    firmato e datato in basso a sinistra: Salv. Fergola 1837

    Probabilmente l’astro più lucente di una famiglia di artisti, Salvatore Fergola ricevette i primi rudimenti pittorici dal padre Luigi seguendo il vedutismo di Jakob Phillip Hackert, cui il nostro si riferì molto nelle sue prime prove artistiche, di cui si nota il rigoroso naturalismo di matrice illuminista.Dal 1820 invece Salvatore prese a frequentare privatamente lo studio di Anton Sminck van Pitloo, andando a comporre col maestro (ed ovviamente con altri artisti del calibro di Gigante, Duclère, Vianelli) la celebre Scuola di Posillipo, e virando di conseguenza il proprio stile pittorico verso uno spirito spiccatamente romantico, di cui probabilmente costituiscono l’apice i ben noti naufragi, concretizzazione artistica del sentimento del Sublime kantiano.Fergola ad ogni modo godette fin dai propri esordi del favore della famiglia Borbone (specialmente del futuro Francesco I), guadagnando perciò numerosissime committenze (nonché un lauto stipendio) per l’adempimento delle quali si trovò a viaggiare al seguito della Corte per tutto il Meridione d’Italia e fino in Spagna (1829), seguita dalla Francia.Non potendo con certezza identificare il paesaggio rappresentato nell’opera proposta non è perciò da escludere che esso non fosse nei dintorni di Napoli, trattandosi piuttosto di una suggestiva veduta colta dal Fergola nel corso dei suoi numerosi spostamenti.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 125  

    Serritelli Giovanni

    Serritelli Giovanni (Napoli 1809- dopo il 1880)
    Piazza del Carmine a Napoli
    olio su tela cm 54,5x38
    firmato e iscritto in basso a sinistra: Serritelli Napoli

    Provenienza. Coll. Armiero, Napoli; coll. privata, Napoli

    L’opera proposta costituisce una replica della più grande tela oggi conservata presso il Palazzo Reale di Napoli ed esposta nel 1859 al locale Real Istituto di Belle Arti da Giovanni Serritelli, allora professore onorario presso quella stessa istituzione. In realtà la chiesa del Carmine col suo ben noto campanile non è ritratta nel dipinto guardandola dalla Porta omonima, come riporta il titolo originario, ma dai due pilastri in bugnato del Vado, un varco aperto nelle mura cittadine al tempo di Carlo di Borbone.
    Ad ogni modo dell’autore non ci restano che poche e frammentarie notizie, e sappiamo che fu allievo del Pitloo non aderendo comunque mai alle poetiche della Scuola di Posillipo, mantenendosi piuttosto su posizione di più convenzionale accademismo. Riportato da Lorenzetti quale «marinista e vedutista che si ispira alla paesistica romantica», ci è data notizia che un altro genere in cui Serritelli si dilettò, raggiungendo esiti felici almeno quanto quelli dei suoi paesaggi, fu quello del reportage, particolarmente diffuso del resto fra gli artisti operanti sotto il regime borbonico.
    STIMA min € 20000 - max € 30000

    Lot 125  

    Serritelli Giovanni

    Serritelli Giovanni Serritelli Giovanni (Napoli 1809- dopo il 1880)
    Piazza del Carmine a Napoli
    olio su tela cm 54,5x38
    firmato e iscritto in basso a sinistra: Serritelli Napoli

    Provenienza. Coll. Armiero, Napoli; coll. privata, Napoli

    L’opera proposta costituisce una replica della più grande tela oggi conservata presso il Palazzo Reale di Napoli ed esposta nel 1859 al locale Real Istituto di Belle Arti da Giovanni Serritelli, allora professore onorario presso quella stessa istituzione. In realtà la chiesa del Carmine col suo ben noto campanile non è ritratta nel dipinto guardandola dalla Porta omonima, come riporta il titolo originario, ma dai due pilastri in bugnato del Vado, un varco aperto nelle mura cittadine al tempo di Carlo di Borbone.
    Ad ogni modo dell’autore non ci restano che poche e frammentarie notizie, e sappiamo che fu allievo del Pitloo non aderendo comunque mai alle poetiche della Scuola di Posillipo, mantenendosi piuttosto su posizione di più convenzionale accademismo. Riportato da Lorenzetti quale «marinista e vedutista che si ispira alla paesistica romantica», ci è data notizia che un altro genere in cui Serritelli si dilettò, raggiungendo esiti felici almeno quanto quelli dei suoi paesaggi, fu quello del reportage, particolarmente diffuso del resto fra gli artisti operanti sotto il regime borbonico.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 126  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio (Roma 1852 - 1930)
    Tricorno
    olio su tela cm 80x70,5
    firmato in basso a destra: A. Mancini

    Provenienza: Coll E. Catalano, Napoli

    Con l’amico di una vita Vincenzo Gemito, conosciuto nel corso della precoce frequentazione dello studio di Stanislao Lista, Antonio Mancini prese a raffigurare i vari scugnizzi che affollavano il cortile del chiostro di Santa Patrizia, ove i due giovani artisti avevano affittato inizialmente uno studio insieme; fra queste opere, alcune dei veri capolavori, non è raro ritrovare soggetti dai costumi sgargianti e bizzarri, quali i vari saltimbanchi che hanno sovente il volto di Luigi Gianchetti o Luigiello, fra i modelli preferiti del Mancini: ora è ovvio che un certo vario guardaroba potesse essere allora parte integrante delle attrezzature di cui ogni artista si serviva per variare il soggetto dei propri lavori pur mantenendo sempre gli stessi modelli, eppure questo gusto del nostro per una moda in un certo senso ricercata (assente del resto in altri suoi contemporanei) non può non farci pensare all’influsso che su di egli esercitò Mariano Fortuny i Marsal, soggiornante a Portici nel 1874; il celeberrimo pittore spagnolo su senza dubbio fra i maggiori esponenti al tempo del Neosettecentismo, corrente di vasto successo presso i collezionisti internazionali prima ancora che locali, presso i quali comunque l’interesse verso questo genere di opere andò diffondendosi grazie alla promozione del mercante parigino Adolphe Goupil, pure lui spesso nei territori della Campania (ove conobbe lo stesso Mancini sponsorizzandolo poi in Francia).
    Non sorprende dunque che anche al termine della sua prima fase artistica, quella appunto costellata di scugnizzi e popolani, la cui fine venne grosso modo a coincidere con il recupero dai primi disturbi mentali ed il trasferimento nella nativa Roma, Mancini abbia continuato a rappresentare costumi del Settecento, come l’opera in asta dimostra: si tratta infatti senza dubbio di un dipinto più tardo dell’autore, come si evince dalla distribuzione irregolare della materia pittorica nel dipinto, talvolta raggruppata in veri e propri grumi di colore così da ricreare concreti effetti d’ombra e di luce (chiave di tutta la ricerca artistica dell’autore) sulla superficie della tela.
    STIMA min € 7500 - max € 12500

    Lot 126  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Roma 1852 - 1930)
    Tricorno
    olio su tela cm 80x70,5
    firmato in basso a destra: A. Mancini

    Provenienza: Coll E. Catalano, Napoli

    Con l’amico di una vita Vincenzo Gemito, conosciuto nel corso della precoce frequentazione dello studio di Stanislao Lista, Antonio Mancini prese a raffigurare i vari scugnizzi che affollavano il cortile del chiostro di Santa Patrizia, ove i due giovani artisti avevano affittato inizialmente uno studio insieme; fra queste opere, alcune dei veri capolavori, non è raro ritrovare soggetti dai costumi sgargianti e bizzarri, quali i vari saltimbanchi che hanno sovente il volto di Luigi Gianchetti o Luigiello, fra i modelli preferiti del Mancini: ora è ovvio che un certo vario guardaroba potesse essere allora parte integrante delle attrezzature di cui ogni artista si serviva per variare il soggetto dei propri lavori pur mantenendo sempre gli stessi modelli, eppure questo gusto del nostro per una moda in un certo senso ricercata (assente del resto in altri suoi contemporanei) non può non farci pensare all’influsso che su di egli esercitò Mariano Fortuny i Marsal, soggiornante a Portici nel 1874; il celeberrimo pittore spagnolo su senza dubbio fra i maggiori esponenti al tempo del Neosettecentismo, corrente di vasto successo presso i collezionisti internazionali prima ancora che locali, presso i quali comunque l’interesse verso questo genere di opere andò diffondendosi grazie alla promozione del mercante parigino Adolphe Goupil, pure lui spesso nei territori della Campania (ove conobbe lo stesso Mancini sponsorizzandolo poi in Francia).
    Non sorprende dunque che anche al termine della sua prima fase artistica, quella appunto costellata di scugnizzi e popolani, la cui fine venne grosso modo a coincidere con il recupero dai primi disturbi mentali ed il trasferimento nella nativa Roma, Mancini abbia continuato a rappresentare costumi del Settecento, come l’opera in asta dimostra: si tratta infatti senza dubbio di un dipinto più tardo dell’autore, come si evince dalla distribuzione irregolare della materia pittorica nel dipinto, talvolta raggruppata in veri e propri grumi di colore così da ricreare concreti effetti d’ombra e di luce (chiave di tutta la ricerca artistica dell’autore) sulla superficie della tela.


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