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RICERCA: palizzi
  • Cosenza Giuseppe (Luzzi, CS 1846 - New York 1922) Canale
    olio su tela cm 42,7x33,7
    firmato in basso al centro: G.Cosenza


    Orfano di entrambi i genitori in tenera età, Giuseppe Cosenza fu affidato ai nonni paterni i quali lo avviarono, come era uso, ad un apprendistato da artigiano; furono tuttavia i contatti stretti con il clero locale a permettergli l’esecuzione delle sue prime opere sotto committenza così che, coadiuvato poi da un pensionato concessogli dalla Provincia cosentina,il giovane artista guadagnò denaro sufficiente per l’iscrizione all’ Istituto di Belle Arti di Napoli, città in cui il Cosenza aveva in realtà già soggiornato pochi anni prima per un breve periodo di studi in pittura sotto la guida del celebre Vincenzo Marinelli.
    Seppure da studente Cosenza ebbe modo di apprendere e seguire (con ottimi risultati, stando alla numerosa lista di premi conseguiti) le teorie artistiche sia di Morelli che di Palizzi, il suo spirito anticonformista e la complicità con
    l’amico di una vita, Francesco Paolo Michetti, lo condussero presto ad un avvicinamento prima ed a un lungo sodalizio
    poi con il gruppo di Portici. Ivi Cosenza ebbe modo di conoscere i due artisti che forse più di tutti influenzarono la sua
    produzione: da un lato lo spagnolo Mariano Fortuny, dal quale il nostro prese a prestito la resa preziosistica del colore
    e la luminosità diffusa e tersa, dall’altro Edoardo Dalbono, al quale Cosenza s’avvicina evidentemente nella scelta degli svariati e caratteristici soggetti marinareschi.
    A quest’ultima produzione appartiene la tela proposta (di certo antecedente alla seconda metà degli anni Ottanta,quando Cosenza si trasferirà a New York trasformando radicalmente la propria pittura da realista a simbolista e decadente), seppure non sono né la tradizionale costa partenopea né quella caprese ad esser rappresentate ma una
    più insolita e rara veduta non ben identificabile geograficamente; invariato è l’intento commerciarle, che rispondeva alle incessanti richieste di paesaggi tipici italiani da parte dei collezionisti internazionali (tramite il grande mercante
    Goupil), invariato quello compositivo, che seguendo i dittami del genere della “canzone sul mare” mirava alla rappresentazione sinestetica dei colori, dei suoni e finanche dei profumi caratteristici (grazie ad una maestria davvero virtuosistica nel riportare anche i più piccoli dettagli percepiti dall’artista) del placido ma pittoresco canale che occupa il centro della composizione, non senza una visione che si fa vagamente romantica pur nel suo ancorarsi saldamente alla raffigurazione del vero.
    Stima minima €5500
    Stima massima €8500
  • Patini Teofilo (Castel di Sangro, AQ 1840 - Napoli 1906)
    Il ciabattino
    Olio su tela, cm 100x76
    firmato in basso a destra: Patini

    Se Teofilo Patini raggiunse quei meravigliosi e sorprendenti esiti che oggi tutti conosciamo nella pittura pregna di impegno e denuncia sociale, fu certo anche grazie alla formazione, cominciata negli stessi anni in cui all’interno della scuola napoletana ci si rivolgeva con maggiore attenzione alle poetiche del vero: allievo infatti di Mancinelli, furono certo i contatti con Domenico Morelli e gli artisti di casa Palizzi a risultare particolarmente determinanti per la sua arte, come dimostra l’iniziale ma già apprezzata produzione dell’artista incentrata su scene e temi storici. Fu in seguito di grande importanza anche il sodalizio artistico e personale con Michele Cammarano, quand’anche la conoscenza della scuola toscana (grazie ad un pensionato) non riuscì davvero a far virare lo stile del Patini verso una pittura di macchia.
    Sempre impegnato nella vita oltre che nell’arte (com’è ovvio pensare ispirandosi al titolo di un suo celebrato dipinto, ‘Arte e libertà’), Patini prese prima parte tanto ai moti unitari che a varie operazioni subito successive, partecipando inoltre alle ferventi attività che riorganizzarono dopo il ’61 le istituzioni artistiche e culturali d’Italia: così s’associò subito alla Promotrice di belle arti di Napoli.
    Alla mostra del 1873 della Società suddetta il pittore inviò ‘Il ciabattino’ (o ‘Ogni bella scarpa diventa scarpone’, detto tipico partenopeo), poi presentato alla Nazionale torinese del 1880 ed oggi conservato a villa Pignatelli Cortés. L’opera proposta costituisce quindi un ritorno sullo stesso soggetto, che qui tuttavia riempie l’intero spazio della rappresentazione venendoci impedita stavolta la visione d’insieme della sua bottega: se dunque s’è perso in qualche modo quel fare “alla fiamminga” delle prime prove artistiche del Patini ora è indiscutibile e lapalissiano il legame allo stile di Cammarano e dunque alla grande tradizione della pittura napoletana secentesca, di cui tuttavia sono notevolmente schiariti i toni in favore di una più diffusa luce all’interno della scena.
    Stima minima €10000
    Stima massima €15000
  • Palizzi Nicola (Vasto, CH 1820 - Napoli 1870) Alla fontana olio su carta rip. su tela, cm 19,5x25 firmato in basso a sinistra: N.Palizzi
    Stima minima €3000
    Stima massima €3800
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) Pascolo a Fontainebleau olio su tela, cm 50x70 firmato in basso a destra: G Palizzi
    Stima minima €2500
    Stima massima €4500
  • Formis Befani Achille (Napoli 1832-Milano 1906)
    Ritorno dai campi
    olio su tela, cm 32x44,5
    firmato e datato in basso a sinistra: A. Formis 69
    a tergo timbri Steinhage Darmstadt

    Provenienza: Coll. Steinhage, Darmstadt (Germania); Galleria Maspes, Milano; Coll. privata, Napoli

    Bibliografia: R. Caputo, La Pittura napoletana del II Ottocento, Di Mauro Editore, Sorrento (NA) 2017, p.112.

    Amante del canto assunse lo pseudonimo “Formis”, ritenendolo più sonoro e così firmò le sue opere. Nipote del miniaturista Michele Albanesi, eseguì da giovanissimo un disegno a lapis rappresentante la Reale Piazza di San Carlo nel 6 dicembre 1846, in occasione dell’inaugurazione delle sculture in bronzo dei cavalli posti a guardia di un cancello d’entrata al Palazzo reale.
    Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, seguì la Scuola di Paesaggio di Gabriele Smargiassi e nel 1848 espose una tela rappresentante il Vesuvio veduto da Posillipo.
    Ancor prima di aver compiuto i trent’anni il pittore si trasferì a Milano, frequentando Eugenio Gignous, Giuseppe Bertini ed Eleuterio Pagliano e dedicandosi sia alla pittura di paesaggio che di figura. Agli inizi degli anni Settanta, influenzato dalla moda dell’Orientalismo, compì numerosi viaggi riportando buone impressioni dalla Turchia e dall’Egitto, eccezionalmente sobrie ed immuni dai soliti esotismi di maniera. Nel 1870 a Parma, espose due dipinti: Villaggio arabo presso Alessandria d’Egitto e Costantinopoli vista da Pera. Viaggiò a lungo in Italia alla ricerca dei luoghi da ritrarre che espose anche in ambito internazionale. Così come fece nel 1873, partecipando alla Mostra Universale di Vienna con il dipinto Il lago di Varese.
    In quest’opera: Ritorno dai campi del 1869, il Formis mette in risalto il filone lirico del Romanticismo lombardo, arricchendolo del gusto naturalistico partenopeo la cui adesione, da Palizzi a Rossano, si ritrova nel modo di costruire la scena dell’ambiente naturale resa con pennellate ariose, rispetto alle figure che mantengono sempre una ben definita e bonaria plasticità.
    Stima minima €4000
    Stima massima €7000
  • Rossano Federico (Napoli 1835 - 1912)
    Mucca al pascolo
    olio su tela cm 45x60
    firmato in basso a destra: Rossano
    a tergo cartiglio Mostra del paesaggio napoletano dell'Ottocento A. XIV
    Provenienza: Gall. Giosi, Napoli; Finarte, Milano; coll. privata, Modena

    Esposizioni: Napoli settembre 1936; Napoli 1983; Milano 1988; Napoli 1989

    Bibliografia: Il paesaggio nella pittura napoletana dell’Ottocento, Sindacato Interprovinciale Fascista di Belle Arti, Napoli 1936, pag. 86; R.Caputo, Federico Rossano, Grimaldi C. Ed. Napoli 2000 tav XXXIII; Vendita all'asta Gall. Giosi Napoli 1983, n. cat 49; Cat. asta Finarte Milano 1988; Ottocento. Catalogo dell’Arte italiana dell’Ottocento n.17, Mondadori, Milano 1988, ill. b/n p.367; Vendita all'asta Gall. Giosi, Napoli 1989 n. cat 56 a colori

    Da paesaggista attivo a Napoli e dintorni nel corso del secolo diciannovesimo Federico Rossano non poté che ispirarsi innanzitutto alla temperie della grande Scuola di Posillipo, di cui riprese appunto un certo afflato lirico, finendo poi per farsi notare finanche dal celebre maestro e caposcuola Giacinto Gigante. La sua strada più propria ed autentica il nostro tuttavia l’intraprese solo allorché, trasferitosi a Portici presso l’amico Marco De Gregorio, con questi ed altri artisti (Belliazzi, De Nittis, Campriani, per citarne giusto qualcuno) diede il via al movimento noto quale Scuola di Resina o Repubblica di Portici; fin dal manifesto i sodali affermavano la necessità del rappresentare la natura così com’era, senza alcun orpello intimista: un principio, insomma, che portando ad estreme conseguenze la lezione che già da un po’ propugnava Filippo Palizzi appare diametralmente opposto alla pittura si sentimento caratteristica dei posillipisti.
    Nei fatti tuttavia risulta difficile non ritrovare nei dipinti di Rossano tracce del suo animo complesso e spesso malinconico (anche a causa del tumultuoso rapporto con i famigliari i quali, non accettando la sua vocazione alla pittura, lo relegarono ad uno stato di semi-diseredato). Quando difatti l’autore si trasferì in Francia nel corso degli anni Settanta dell’Ottocento, egli trovò una collocazione ideali fra i membri della Scuola di Barbizon, i quali predicavano una stretta vicinanza fra uomo e Natura, se non una vera e propria comunione per cui il primo finiva per confondersi nell’altra. L’opera proposta appartiene certamente a questo periodo trascorso nelle terre d’Oltralpe, ma non solo per la sottile tristezza che pare qui e là trasudare dalla tela, fra gli alberi spogli che sembrano stagliarsi nudi e solitari contro il cielo. Passeggiando per i dintorni di Parigi infatti la tavolozza di Rossano prese a schiarirsi, arricchendosi soprattutto di toni rosei, nella ricerca da parte dell’artista della migliore resa luministica in pittura di specifici momenti della giornata, quali alba e tramonto: pare appunto costituire un buon esempio di questa nuova poetica la tela in asta, in cui l’aurora baluginante a stento riesce ad illuminare e riscaldare la contadinella sveglia ed al lavoro già da tempo, probabilmente diretta al pascolo.
    Stima minima €9000
    Stima massima €14000
  • Toma Gioacchino (Galatina ,LE 1836 - Napoli 1891)
    San Giovanni a Teduccio
    olio su tavola, cm 15x23,5
    firmato in basso a sinistra: G Toma

    Provenienza: Coll. prof. Giovanni Calò, Firenze; Galleria Parronchi, Firenze; Coll. privata, Napoli
    Esposizioni: L’Aquila, 1999; Galleria Parronchi Esposizioni della Permanente, Milano, 2002; Galleria Parronchi Modenantiquaria,Modena, 2002
    Bibliografia: M. Biancale, Gioacchino Toma, Roma 1933 ca., tav. LXVII; Di Matteo G. – Savastano C., Filippo, Giuseppe, Nicola, Francesco Paolo Palizzi di Vasto, S. Atto di Teramo 1989; IPalizzi. Una famiglia in mostra, Catalogo mostra L’Aquila 1999.

    L’opera risale probabilmente agli anni tra il 1882 e l’85 quando Toma, durante i soggiorni a Torre del Greco e S. Giovanni a Teduccio realizza, oltre
    ad ampie vedute, tele con piccole porzioni di paesaggio tra i quali include sempre il solido particolare di una porta, di un cancello, di un muro.
    Nonostante questi inserimenti e forse sulla base dell’appoggio dato da questi all’insieme dell’opera, la pennellata si sfalda in piccoli tocchi, secondo
    varie forme e partiti di ombra-luce, in misura inversamente proporzionale al grado di solidità degli inserti. È il caso anche del San Giovanni a
    Teduccio, località nei pressi di Napoli, dove Toma era solito trascorrere le vacanze estive a Villa Garzoni.
    Questa opera appartiene alla seconda maniera dell’artista. Lo studio del plein-air, gli effetti di sole e di ombra ottenuti con pennellate libere e
    sintetiche. Inoltre la tavolozza più chiara e vivace hanno fatto sottolineare a Biancale una certa vicinanza con la pittura impressionista. Molto più
    concretamente nell’opera si riscontra il nuovo modo di osservare il paesaggio da parte del pittore mediante una sintesi di luce-colore.
    Tale esperienza può essere ricondotta ad una struttura compositiva di ampi paesaggi, ripetuta in più tele che variano, poi, nelle componenti
    cromatiche e luministiche. In San Giovanni a Teduccio, la stesura appare molto più libera, anche se pure in questi casi, non è da mettere in dubbio
    una prima fase di studio. La definizione spaziale è sempre molto solida. Ne è testimone l’inquadramento del viale in diagonale e la collocazione di
    figure sul fondo così da rendere una immediata misurabilità dello spazio, secondo un principio riconoscibile nella pittura di paesaggio pervenutagli attraverso la nuova vitalità dalla Scuola di Resina.
    Stima minima €3500
    Stima massima €7500
  • Dalbono Edoardo (Napoli 1841 - 1915)
    Popolana napoletana
    olio su tavola, cm 40,5x20,5
    firmato in basso a destra: E. Dalbono
    a tergo cartiglio Galleria Mediterranea, Napoli

    Tradizionalmente collegato nell’immaginario comune a tutta una serie di vedute di Napoli e dintorni dall’atmosfera particolarmente onirica e trasognata, cui Edoardo Dalbono pervenne muovendosi tra gli insegnamenti del suo principale maestro, Nicola Palizzi, ed il recupero di una certe temperie della grande Scuola di Posillipo, in gioventù il nostro s’avvicinò in realtà all’Arte tramite una produzione molto folkloristica di costumi popolari locali, su spinta ed ispirazione del padre Carlo Tito Dalbono, dipendente pubblico ma anche poeta estemporaneo nonché autore proprio di una raccolta di tradizioni partenopee e campane.
    L’opera proposta dunque si pone probabilmente proprio all’inizio di questa prima produzione del Dalbono, tanto nel soggetto che nell’attenzione alla linea disegnativa e nel potente colorismo, aspetti questi ultimi che tradiscono la devozione del nostro anche ai dittami di Domenico Morelli.
    Su questo stesso filone popolare si collocheranno poi (va infine ricordato) capolavori dell’autore quali le sue “tarantelle” e le “canzoni sul mare”, opere di grande successo espositivo e collezionistico.
    Stima minima €2600
    Stima massima €3800
  • Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888) Pastorella e buoi olio su tela, cm 56x74 firmato in basso a destra: G. Palizzi
    Stima minima €2500
    Stima massima €4500
  • Mancini Francesco detto Lord (Napoli 1830 - 1905)
    Percorrendo il Miglio d'oro
    olio su tela, cm 99,5x169,5
    firmato e datato in basso a destra: F. Mancini 1892

    Non nuovo ai dipinti di grande formato (si ricordino varie realizzazioni sul tema del ritorno dal Santuario di Montevergine, di particolare successo fra i collezionisti locali ed internazionali dell’artista), Francesco “Lord” Mancini (il soprannome gli derivò dalla assidua frequentazione dei più altolocati ambienti londinesi) dotò molti di essi di un taglio compositivo particolarmente azzardato, obliquo e fortemente dinamico, quasi fotografico, aspetto questo più volte sottolineato dagli studiosi del pittore. Il senso di vivo movimento che le tele ci restituiscono era loro inoltre conferito dai soggetti equini, generalmente molteplici, di rado in sosta quanto più spesso al trotto o al vero e proprio galoppo.
    Un ventaglio vario delle possibili pose che cavalli ed asinelli potessero assumere, sintomo di un attento studio dal vero che venne al Mancini dall’importante lezione di Filippo Palizzi, è racchiuso nell’opera proposta, ove l’azione pare farsi più concitata muovendo lo sguardo da destra verso sinistra, culminando nel treno che a breve – lo sappiamo – supererà i tre diversi calessi che occupano il centro della composizione. Seguendo poi con gli occhi il medesimo percorso appena descritto, si potrebbe inoltre curiosamente scorgere quasi una evoluzione dei mezzi di trasporto utilizzati al tempo del Mancini, secondo una progressiva sofisticazione (ed “eleganza”, come si vedrà fra poco) non di rado corrispondente al diverso censo dei proprietari-passeggeri: dal più semplice ed “economico” asino sulla destra, infatti, si passa al carretto popolare trainato da cavalli ma assai affollato, fino al calesse a tre cavalli dal design più “à la page”, occupato da una famigliola chiaramente altoborghese; infine il tratto ferroviario sulla sinistra andrebbe dunque a costituirsi ancora una volta come culmine dell’intento compositivo dell’autore del dipinto, rappresentando la più aggiornata innovazione in tema di trasporti per il periodo (in realtà attiva a Napoli, si ricorda, fin dal 1839 per la doppia tratta verso e da Portici, fortemente voluta da Ferdinando II delle Due Sicilie).
    Stima minima €15000
    Stima massima €25000
  • Rossano Federico (Napoli 1835-1912)
    I Campi Flegrei
    olio su tela, cm 34,5x87,5
    firmato in basso a destra: Rossano

    Provenienza: Gall. Pisani, Firenze; coll. privata,Torino; coll. privata, Napoli

    L’opera è di committenza di Luigi Pisani, probabilmente il più importante mercante d’arte in Italia verso la fine dell’Ottocento (la sua galleria in palazzo Lenzi a Firenze fu assai celebre fino alla vendita avvenuta nel 1914 presso i Pesaro di Milano), attento conoscitore ed esperto della pittura di macchia, occasionalmente rintracciabile in qualche scritto critico del tempo: in proposito risulta qui particolarmente significativa la comparsa del suo nome in alcuni carteggi che Adriano Cecioni intrattenne con Marco de Gregorio e proprio con Federico Rossano, autore della tela.
    I tre protagonisti appena succitati ci riportano nell’orizzonte della Scuola di Resina (avendone tutti fatto parte), quella breve (durò non più di un
    ventennio) ma significativa esperienza artistica che, in aperto e aspro contrasto con l’arte propugnata da Domenico Morelli e dal suo seguito,
    intendeva raccogliere l’essenza della lezione naturalista di Filippo Palizzi aggiornandone il linguaggio, esercitando cioè «un’arte indipendente
    puramente verista e realista, tendente alla manifestazione semplice del vero nelle sue svariate forme, senza orpelli e transazioni» (citando il manifesto della Scuole redatto da Raffaele Belliazzi).
    Federico Rossano fu tra i fondatori della Scuola nel 1858, quando si trasferì appunto presso l’amico Marco de Gregorio lasciando gli studi di pittura
    al Real Istituto di Belle Arti, studi per la cui “conquista” in realtà aveva strenuamente combattuto in passato, abbandonando la scuola d’architettura
    contro il volere della famiglia, che per tutta risposta lo relegò in una stato quasi da diseredato. Questa dura esperienza biografica va ricordata poiché finì per influenzare irrimediabilmente la psicologia ma anche e soprattutto l’arte del Rossano, il quale favorì sempre soggetti malinconici nonché colori terrei ed uggiosi (almeno fino al trasferimento parigino nel 1877, allorché
    la sua tavolozza parve ravvivarsi un po’).
    Al carattere inquieto e mesto ben corrispose fin dalle prime prove pittoriche il paesaggio dei campi flegrei, «quella distesa monotona di piani acquitrinosi, tappezzata di erbe palustri, costellata di ciuffi di cannicci, fra la ferrigna
    collina di Cuma, il Mar morto e Lucrino» (così ebbe a dire il Fossataro, allievo del nostro autore), ripreso dapprima ancora secondo i canoni della
    Scuola di Posillipo (destando l’interesse del caposcuola Giacinto Gigante), attraverso cioè un filtro intimista e vagamente sognante, poi nel pieno stile porticese come dimostra un gruppo di opere tutte risalenti alla fine degli anni Sessanta del secolo, tra le quali spiccano certi esemplari prestigiosi (uno è pubblicato dal succitato Fossataro, un altro è andato venduto da
    Sotheby’s pochi anni or sono) nonché la tela qui in esame.
    Stima minima €25000
    Stima massima €45000
  • Palizzi Filippo (Vasto, CH 1818 - Napoli 1899) Cane olio su carta rip. su cartone, cm 16x17 firmato in basso a sinistra: Palizzi
    Stima minima €800
    Stima massima €1200
  • Volpe Vincenzo (Grottaminarda, AV 1855 - Napoli 1929)
    Concertino
    olio su tela cm 93,5x77.5
    firmato, datato e iscritto in basso a destra: V. Volpe Napoli 1888

    Provenienza: Coll. E. Catalano Napoli

    Enrico Somaré ci pare sintetizzò negli anni ’40 con grande arguzia il percorso artistico di Vincenzo Volpe: «ebbe per suo metro la misura, per suo criterio l’ordine, per suo strumento il mestiere e lo studio».
    In un periodo infatti di grande fermento culturale, quello a cavallo fra i secoli diciannovesimo e ventesimo, tanto più a Napoli ove si scontravano la grande tradizione artistica ottocentesca ed i sentimenti filo-secessionisti delle nuove generazioni, Vincenzo Volpe seppe portare avanti una pittura meditata e composta, senza gli eccessi di tanti suoi contemporanei, nonché parsimoniosa, basata su di una esigua tavolozza cromatica in cui abbondarono i neutri bianco, nero, grigio («la chiave della sua sensibilità pittorica», scrisse Schettini). Il nostro inoltre garantì al Real Istituto di Belle Arti, di cui fu a lungo direttore, un transito senza eccessivi traumi attraverso questa tumultuosa fase, improntando i suoi insegnamenti a quelli ricevuti a sua volta da Domenico Morelli quando gli fu allievo a partire dal 1867, vinto il parere contrario della propria famiglia.
    Sebbene appunto di scuola morelliana, Volpe s’avvicinò già nelle sue prime prove artistiche al verismo aneddotico certamente più vicino alla poetica di Filippo Palizzi, e tal genere pittorico rimase il principale all’interno della sua produzione (con varie concessioni tuttavia la paesaggio), considerato anche il successo che esso tipicamente aveva al tempo presso gli amatori d’arte locali ed internazionali, in cerca di una piacevole pittura di affetti.
    L’opera proposta si colloca all’interno di questo filone, indagando più in particolare un momento più intimo di un uomo di chiesa, vero e proprio sottogenere di cui Volpe diede più prove (sin dal dipinto “Un prete”, esposto alla Universale parigina del 1878), fino a dedicarsi all’arte sacra vera e propria sul finire della propria carriera. La tavolozza è sì «limitata a una terra verde, a un rosso di Pozzuoli, a una terra bruciata, a un’ocra gialla» (Schettini), eppure il risultato è tutt’altro che scarno, e la luce domina tutta la scena. Il volto occhialuto e decrepito del monaco ricorda fortemente la vecchia protagonista di “Suor Colomba” e “Dottrina cristiana”, entrambi dipinti del 1884 (il primo fu esposto alla Promotrice napoletana di quello stesso anno mentre il secondo fu inviato alla Promotrice di Genova, ed apparve quest’ultimo anche a quella di Torino del 1885 ed a quella di Napoli del 1887, nonché è oggi di proprietà della Provincia).
    Stima minima €5000
    Stima massima €8000
  • Pratella Attilio (Lugo di Romagna, RA 1856 - Napoli 1949)
    Panni al sole
    olio su tavola, cm 16x31
    firmato in basso a destra: Pratella A.
    a tergo timbro Galleria V. Loria

    Bibliografia: Don Riccardo, Artecatalogo Vesuvio Editorialtipo , Roma 1973, vol. III pag. 210

    Emiliano d’origine, Attilio Pratella volle trasferirsi a Napoli rimanendo affascinato dai racconti che circolavano circa la radicale rivoluzione lì apportata nel mondo dell’Arte da Domenico Morelli e Filippo Palizzi, e vi riuscì grazie ad una borsa di studio dell’Accademia di Bologna ove andava formandosi. Sperimentando nel capoluogo partenopeo varie forme artistiche, quali la decorazione su ceramica e l’illustrazione, così da potervisi mantenere, il nostro non mancò di esporre ove possibile le proprie opere pittoriche, fissandosi inizialmente su di un paesaggismo infuso di colori vivaci ed atmosfere trasognate i cui canoni erano stati fissati in precedenza da Edoardo Dalbono.
    La svolta stilistica avvenne in Pratella con la visione e l’assorbimento della lezione della Scuola di Resina, in particolare di Rossano e soprattutto di De Nittis, da cui il nostro trasse la costante passione per l’esplorazione di ogni tono di grigio che tipicamente permeò gran parte della sua produzione. Quanto ai soggetti, le vedute di Pratella si focalizzarono ora sugli angoli di Napoli via via perduti nella dilagante urbanizzazione, ora sui luoghi ancora selvaggi della collina del Vomero, ove egli presto si stabilì.
    Tanto per stile che per soggetto, dunque, l’opera proposta appartiene a quello che forse può definirsi il periodo migliore della pittura del Pratella. Le lavandaie, ricorrenti allora nei suoi scorci, sono probabilmente alla foce del Sebeto, fiume caro all’autore per la realizzazione delle sue opere.
    Stima minima €3000
    Stima massima €5000
  • Santoro Rubens (Mongrassano, CS 1859 - Napoli 1942)
    Santa Maria de Olearia
    olio su tela, cm 62x45
    firmato in basso a destra: Rubens Santoro

    Di Rubens Santoro subito saltano alla mente i celeberrimi scorci di Venezia, ora indagati con rigorosa precisione ora velocemente ritratti con spirito vagamente impressionista, che molto piacquero al collezionismo internazionale ed al noto mercante francese Goupil, tanto che l’autore a lungo parve scomparire dalle varie esposizioni meridionali per curarsi solo di quelle nazionali dal più ampio respiro o di quelle propriamente estere.
    Eppure nel Sud Italia si concentrò l’intera formazione di Santoro, innanzitutto con la sua breve esperienza presso il Real Istituto di Belle Arti di Napoli, ove si iscrisse dopo aver ricevuti i primi rudimenti d’arte dal padre intagliatore; si dedicò appunto solo per poco agli studi accademici, ma tanto bastò a fissare certi punti di riferimento fondamentali per la propria ricerca: gli ultimi esiti della grande Scuola di Posillipo da un lato, e dall’altro la rivoluzione che ormai già avviata nel panorama partenopeo da Filippo Palizzi e Domenico Morelli, al quale il nostro si legò particolarmente. Si potrebbe invece affermare che la poetica palizziana venne a Santoro principalmente attraverso il filtro della Scuola di Resina che in quegli anni pienamente operava ed ai membri della quale è evidente un avvicinamento del nostro: una conferma in proposito ci è data anche dallo stretto rapporto (testimoniato da una corrispondenza epistolare) che unì poi Rubens a Mariano Fortuny i Marsal, celeberrimo pittore spagnolo dell’epoca che nel 1874 soggiornò proprio a Portici, dove i resinisti erano soliti riunirsi.
    Senza dubbio si devono al fortunismo (e dunque indirettamente alle poetiche della Repubblica di Portici) la smaterializzazione della pennellata di Santoro (in principio di fiamminga precisione) in taches di colore, l’adozione a tal proposito di nuove, sgargianti cromie, la sua proverbiale ricerca luministica. Tutti elementi, questi, più o meno rintracciabili nell’opera in asta, per la quale poi s’adatta benissimo quanto fu scritto in proposito del suo autore: «dove il sole è così forte da far male agli occhi», ed appunto la luce pare assurgere a protagonista di questo scorcio di strada della costiera amalfitana. Ad esser precisi, sollo sfondo s’intravede la struttura dell’Abbazia di Santa Maria de Olearia, sita sull’arteria che collega l’area di Capo d’Orso con Maiori e già oggetto dei paesaggi di vari contemporanei di Santoro (si ricordi un dipinto di Francesco ‘Lord’ Mancini passato in asta Vincent): la caratteristica collocazione della struttura abbaziale si ricollega all’intensa presenza in età medievale di culti monastici (orientali ed occidentali, antichi e riformati) nella zona, scelta per la sua tranquillità, mentre la sua concreta costruzione avvenne fra decimo ed undicesimo secolo dopo Cristo; la denominazione “de Olearia” venne probabilmente dagli ulivi, fonte principale di sostentamento dell’area, ma a lungo (e sicuramente al tempo di Santoro) fu anche in uso l’espressione “strada (o via) delle catacombe”, appunto dalla celebre cripta di cui erano ben noti i meravigliosi affreschi medievali.

    Stima minima €12000
    Stima massima €18000
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