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ASTA N. 163 - DIPINTI DEL XIX SECOLO

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  • Lot 95  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936) Canal Grande Venezia olio su tavola, cm 38x26 firmato e iscritto in basso a sinistra: V. Caprile Venezia a tergo: Cartiglio Mostra Promotrice Salvator Rosa Napoli 1927
    STIMA:
    min € 2000 - max € 3000
    Base Asta:
    € 1500

  • Lot 96  

    Casciaro Giuseppe

    Casciaro Giuseppe Casciaro Giuseppe (Ortelle, LE 1863 - Napoli 1941)
    Neve a Tuileries
    Pastelli su carta, cm 34x42 firmato in basso a destra: G. Casciaro

    Provenienza: Coll. D'Angelo, Napoli; coll. privata, Napoli

    Bibliografia: A. Schettini, La Pittura napoletana dell’ Ottocento, Napoli 1967; vol. II pag 449

    L’opera proposta costituisce senza dubbio un esito eccezionale della ricca e meravigliosa produzione a pastello di Giuseppe Casciaro: nel sapiente uso dei toni innanzitutto (e come è chiaro a chiunque), in grado di restituire la superficie e la porosità proprie di ogni diversa porzione della sterminata distesa di neve che gli si manifestò evidentemente al suo sguardo; anche la rarità del paesaggio ritratto non va tuttavia sottovalutata, testimoniando esso uno dei vari viaggi che l’autore compì fra 1892 e ’96 a Parigi, ove addirittura egli fu in grado di allestire una propria personale (vista ed apprezzata dal mercante Goupil).
    Come scrisse giustamente lo Schettini, l’esperienza francese non riuscì comunque a modificare più di tanto il fare artistico di Casciaro (cosa che com’è noto accade invece per tanti suoi contemporanei), poiché già troppo radicati in lui erano gli stilemi suoi propri e quelli del paesaggismo partenopeo e generalmente meridionale, ereditati sin da Gigante e la grande Scuola di Posillipo.
    STIMA:
    min € 2000 - max € 3500
    Base Asta:
    € 1500

  • Lot 97  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Place de La concorde
    Olio su tela, cm 33x41 firmato in basso a destra: R. Ragione
    Provenienza: coll. privata, Parigi; coll. privata, Napoli

    Giunto a Parigi agli inizi del Novecento, Raffaele Ragione trovò com’è noto rinnovata ispirazione artistica nella ricca e varia popolazione che animava le strade ed i quartieri della Ville Lumière: se forse è più celebre a tal proposito la produzione del pittore ritraente questo vasto catalogo umano immerso nella calma dei parchi pubblici, specialmente il Parc Monceau, è tuttavia altrettanto diffusa la serie più dinamica e palpitante di vita ambientata appunto fra boulevard e piazze monumentali. Nel caso del dipinto proposto il magnificente sfondo è Place de la Concorde, un tempo triste sede della ghigliottina durante il Terrore di Robespierre ed in seguito abbellita (già da alcuni decenni, all’epoca di Ragione) con uno dei due obelischi che ornavano in origine l’ingresso del palazzo di Ramses III a Tebe, qui fiancheggiato da due grandi fontane.
    STIMA:
    min € 2500 - max € 4500
    Base Asta:
    € 2000

    1 offerte pre-asta
  • Lot 98  

    Costantini Giuseppe

    Costantini Giuseppe Costantini Giuseppe (Nola, NA 1844 - San Paolo Belsito, NA 1894)
    Il piccolo patriota
    Olio su tavola, cm 28,5x41,5 firmato e datato in basso a destra: G. Costantini 1875

    Grande virtuoso del pennello, tanto da esser stato spesso paragonato alla grande tradizione fiamminga, Giuseppe Costantini fu interprete illustre nel Meridione italiano di quelle tendenze che, partendo dalla nota “rivoluzione” in chiave realista che coinvolse l’ambiente artistico locale a partire dalla metà del secolo diciannovesimo, si mossero verso la cosiddetta pittura “di genere”.
    Ecco allora che anche i temi più impegnati o addirittura tragici, comuni al tempo fra le arti sorelle, vengono declinati dal Costantini secondo toni certo più edulcorati e leggeri, partendo tipicamente da intimi interni familiari ove a dispetto delle misere condizioni di vita non manca mai un sorriso. L’opera proposta non fa dunque eccezione, ed anzi riesce a restituire allegoricamente in una dimensione prettamente ludica quel sentimento di patria che ancora doveva certo infiammare gli animi di intellettuali, artisti e popolani al tempo dell’autore.
    STIMA:
    min € 5000 - max € 8000
    Base Asta:
    € 4000

  • Lot 99  

    Catel Franz Ludwig

    Catel Franz Ludwig Catel Franz Ludwig (Germania 1778-1856) Famiglia di pescatori a Mergellina olio su tela, cm 19x27
    STIMA:
    min € 12000 - max € 15000
    Base Asta:
    € 10000

  • Lot 100  

    Palizzi Nicola

    Palizzi Nicola Palizzi Nicola (Vasto - CH 1820 - Napoli 1870)
    Paesaggio
    Olio su tela, cm 45x68
    firmato in basso a destra: N. Palizzi

    Se Giuseppe Palizzi fece da apripista al radicale rinnovamento portato avanti dagli artisti di scuola napoletana intorno alla metà dell’Ottocento e Filippo ne fu indiscusso protagonista (insieme a Domenico Morelli), il terzo pittore della famiglia, Nicola, seppe ripercorrere nel paesaggio la lunga e varia parabola che lo precedette arrivando poi a esiti nuovi e, come vedremo, anticipatori di quanto gli seguì.
    Formatosi sotto l’insegnamento di Gabriele Smargiassi, il nostro infatti produsse in un primo periodo opere certamente ascrivibili al paesaggio di composizione (e cioè storico), affiancate però ad un febbrile studio del vero collegabile piuttosto ai più tardi stilemi della Scuola di Posillipo.
    La peculiarità più propria di Nicola fu tuttavia, come suggerisce Mariantonietta Picone, una costante tendenza a sintetizzare la realtà spesso in macchie di colore a corpo, anticipando di fatto come si diceva ciò che fecero poco dopo Michele Cammarano ma soprattutto i rappresentanti della Scuola di Resina. Questo stile caratteristico inoltre differenzia chiaramente il nostro dal fratello Filippo e dal suo minuzioso realismo, avvicinandolo piuttosto a quanto andava facendo il maggiore Giuseppe in Francia: a Parigi infatti Nicola fu certamente nel 1856, e ivi conobbe Camille Corot ed i Barbizonnier, come attestato dal suo dipinto ‘Foresta di Fontainebleau’.
    L’opera proposta rappresenta dunque un validissimo esempio della particolare poetica di Nicola Palizzi or ora suddetta, e probabilmente è proprio collegabile alle esperienze fatte dall’autore nei terreni d’Oltralpe, dalle quali egli certo tornò rafforzato nelle proprie convinzioni e visione di quanto gli si manifestava attorno.
    STIMA:
    min € 5000 - max € 8000
    Base Asta:
    € 4000

  • Lot 101  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Caprette al pascolo
    Olio su tela, cm 65x101,5
    firmato in basso a destra: Palizzi
    Provenienza: Coll. privata, Napoli
    Bibliografia: Ottocento Napoletano Le Scuole, i Protagonisti a cura di G. e E. Sarnelli , Galleria d'arte Vittoria Colonna , Napoli 1997, pag. 96

    Se Giuseppe Palizzi fece da apripista al radicale rinnovamento portato avanti dagli artisti di scuola napoletana intorno alla metà dell’Ottocento e Filippo ne fu indiscusso protagonista (insieme a Domenico Morelli), il terzo pittore della famiglia, Nicola, seppe ripercorrere nel paesaggio la lunga e varia parabola che lo precedette arrivando poi a esiti nuovi e, come vedremo, anticipatori di quanto gli seguì.
    Formatosi sotto l’insegnamento di Gabriele Smargiassi, il nostro infatti produsse in un primo periodo opere certamente ascrivibili al paesaggio di composizione (e cioè storico), affiancate però ad un febbrile studio del vero collegabile piuttosto ai più tardi stilemi della Scuola di Posillipo.
    La peculiarità più propria di Nicola fu tuttavia, come suggerisce Mariantonietta Picone, una costante tendenza a sintetizzare la realtà spesso in macchie di colore a corpo, anticipando di fatto come si diceva ciò che fecero poco dopo Michele Cammarano ma soprattutto i rappresentanti della Scuola di Resina. Questo stile caratteristico inoltre differenzia chiaramente il nostro dal fratello Filippo e dal suo minuzioso realismo, avvicinandolo piuttosto a quanto andava facendo il maggiore Giuseppe in Francia: a Parigi infatti Nicola fu certamente nel 1856, e ivi conobbe Camille Corot ed i Barbizonnier, come attestato dal suo dipinto ‘Foresta di Fontainebleau’.
    L’opera proposta rappresenta dunque un validissimo esempio della particolare poetica di Nicola Palizzi or ora suddetta, e probabilmente è proprio collegabile alle esperienze fatte dall’autore nei terreni d’Oltralpe, dalle quali egli certo tornò rafforzato nelle proprie convinzioni e visione di quanto gli si manifestava attorno.
    STIMA:
    min € 8000 - max € 15000
    Base Asta:
    € 6000

  • Lot 102  

    Corrodi Herman

    Corrodi Herman Corrodi Hermann (Frascati, RM 1844- Roma)
    Taverna a Posillipo
    Olio su tela cm 99,5x63,5
    firmato e iscritto in basso a sinistra: H. Corrodi Roma

    Figlio del pittore svizzero Salomon, la formazione di Hermann Corrodi fu senza dubbio influenzata dalle teorie estetiche del padre (e dunque dagli stilemi della pittura nordica), particolarmente attente alla resa di luce e colori nei dipinti, nonché dalla romana Accademia di San Luca presso la quale il giovane artista studiò, essendo nato nella città vaticana. Non vanno comunque dimenticati né sottovalutati i numerosi viaggi compiuti (che determinarono una apprezzata produzione orientalista) nonché i molteplici legami che Corrodi seppe tessere in tutto il mondo, quali ad esempio con Meissonnier ad Alma Tadema.
    Le opere di Corrodi risultano oggi per lo più disperse e perciò assai rare sul mercato, complice anche un grave incendio che pare colpì la sua abitazione romana nel tardo Ottocento. L’opera proposta risulta perciò già eccezionale di per sé, ed accresce ulteriormente il proprio valore costituendo una testimonianza della presenza dell’autore nella Campania peninsulare, forse databile agli anni Settanta del diciannovesimo secolo poiché collegabile ad un suo certificato soggiorno nell’isola di Capri (1873).
    STIMA:
    min € 18000 - max € 24000
    Base Asta:
    € 16000

  • Lot 103  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Albano Laziale 1852 - Roma 1930 )
    La preghiera della madre
    Olio su tela cm 100x60
    firmato in alto a sinistra : A. Mancini
    Provenienza: On.Gulatieri, Napoli; Racc. Nob. A. Ambrosi, Milano; coll. privata, Roma
    Esposizioni: 1929, Milano Galleria Scopnich; 1940, Milano Galleria Guglielmi; 1983, Roma Christie's; 1984 Napoli Giosi; 1991 Milano Semenzato
    Bibliografia: Maestri napoletani dell’Ottocento nella Collezione Gualtieri, Galleria Scopinich, Catalogo vendita all’asta Milano novembre 1929 n28 tav. LV; Racc. Nob. A. Ambrosi, Galleria Guglielmi Milano 1940, n.190 tav 38; A.Schettini, Mancini ,Stiped- Ed. d'arte, Napoli 1953 p. 237; Cat. Christie's Roma 1983 n. 170; Cat. asta Gall Giosi, Napoli 1983 n. 34; Pittura italiana dell'Ottocento a cura de "Il mercato dell'arte" Sugarco ed. Como 1984 p. 99; Cat. Semenzato Milano 1991 n 115 ; C. Virno, Antonio Mancini Catalogo ragionato dell'opera, Roma 2019 vol. I n. 714. pag. 268 n. 401

    Nel corso degli anni Settanta del diciannovesimo secolo Antonio Mancini, già godendo di una certa fama come pittore, mosse verso il sogno d’ogni artista del tempo, il centro indiscusso di tutti i fermenti che andavano allora animando gli intellettuali in Europa: Parigi. Invitato con ogni probabilità da Adolphe Goupil, mercante dalla sensibilità indiscussa e pioneristica il quale certo comprese il talento del nostro ed il potenziale successo ch’egli avrebbe potuto riscuotere anche sul mercato internazionale, Mancini in realtà finì per scontrarsi inevitabilmente con le dure difficoltà che affliggevano la vita dei bohémien e, in modo particolare dopo il secondo soggiorno francese, che segnò (per motivi principalmente economici) la rottura col vecchio amico Vincenzo Gemito, la sua già fragile psicologia non resse. Al ritorno in patria dunque seguì di poco il primo ricovero in manicomio, con l’inizio di una produzione particolarmente ricca e sentita di ritratti ed autoritratti. Dimesso nel 1882, l’anno successivo Mancini lasciò l’amata Napoli (cui ebbe modo di tornare solo molti anni dopo) alla volta di Roma.
    Nella Capitale Mancini risulta ospite fra il 1885 ed il 1890 degli zii (o cugini, a seconda delle fonti) Andrea e Noemi Ruggeri, ed a questo soggiorno particolare vanno fatte risalire due opere fra loro collegate e simili, che innanzitutto condividono la giovane ritratta, ovvero Agrippina Ruggeri (figlia appunto dei parenti dell’autore). La prima tela, “Servetta”, ha fatto parte della collezione Grieco e così è giunta presso la Pinacoteca Giaquinto di Bari, ove è tutt’oggi conservata. L’altro dipinto è invece quello proposto in asta (dopo un passaggio in collezione Gualtieri e poi da Giosi), che del precedente costituisce forse un abbozzo (ma non è esclusa la possibilità che si tratti di un’opera non finita, con tutto il fascino che questo stato tipicamente comporta): lo sfondo s’è assolutamente smaterializzato in rapidi gesti pittorici, i fiori che la modella tiene in grembo risultano del tutto irriconoscibili, mescolandosi talvolta addirittura al grembiule della fanciulla, e finanche i tratti somatici ed anatomici di quest’ultima appaiono in qualche modo fusi al resto della rappresentazione. Si potrebbe forse adottare il confronto fra le due tele quale exemplum dell’evoluzione stilistica che Mancini stesso andò sperimentando in quegli anni, preferendo alle raffigurazioni più precise e realistiche del periodo napoletano una pittura nuova, rapida e talvolta davvero impressionistica, sempre all’insegna di una spasmodica ricerca luministica, realizzata su tavole e tele per mezzo di grumi di materiale pittorico e talvolta biacca a ricreare sulla superficie dei dipinti veri e propri rilievi e di conseguenza concreti effetti di luci ed ombre.
    STIMA:
    min € 30000 - max € 50000
    Base Asta:
    € 18000

  • Lot 104  

    Joris Pio

    Joris Pio Joris Pio (Roma 1843 - 1919)
    Dopo la questua
    Olio su tela, cm 66x138
    Firmato in basso a sinistra: P. Joris
    a tergo antico timbro di esportazione in ceralacca
    Provenienza: Collezione privata, Milano
    Esposizioni: Vasto, 1988 Bibliografia: A. Ricciardi, Filippo Palizzi e il suo tempo, Vasto 1988 tav 68

    Se dobbiamo certo credere al De Benedetti quando scrisse del forte legame intercorrente fra l’arte di Pio Joris e la sua città natale, Roma, è altrettanto indubbio che questo grande pittore fu assai influenzato dall’ambiente partenopeo e le rivoluzioni che vi si svilupparono verso la metà dell’Ottocento, a cominciare dalla prima formazione ricevuta dal paesaggista appunto napoletano Edoardo Pastina. In proposito risulta tuttavia di maggiore importanza la visita del giovane Joris alla Nazionale di Firenze del 1861, ove egli ebbe modo di incantarsi al cospetto dei dipinti di Filippo Palizzi e Domenico Morelli, visione determinante nell'indirizzare la sua ricerca pittorica verso lo studio della natura e la rappresentazione del vero in arte: solo cinque anni dopo infatti egli si recò effettivamente a Napoli in visita ai due capiscuola, avendo così modo anche di poter entrare nella galleria di Giovanni Vonwiller. Non va poi dimenticato il legame di Joris con gli artisti spagnoli presenti in Roma al tempo, fra cui certo spicca Marià Fortuny i Marsal, forse un ulteriore collegamento con l’ambiente partenopeo, nonché certamente un tramite fra il nostro ed il celebre mercante Goupil. In effetti il pittore romano raggiunse grande successo in tutta Europa, viaggiando fra molti paesi (in Francia incontrò De Nittis, altro artista napoletano) e presenziando a svariate, prestigiose esposizioni, dalle quali ricevette spesso premi.
    L’opera proposta a tal proposito fu certo molto apprezzata in ambito internazionale, considerando che come è scritto sul suo retro (e confermato da documenti e reportage del tempo) essa vinse la medaglia d’oro all’Esposizione di Vienna del 1873. Non solo, anche in Italia essa riscosse un certo successo, venendo più volte esposta: è certa la sua presenza ad esempio alla Nazionale di Milano del 1881, allorché fu tradotta in varie stampe ed incisioni; da discutersi sarebbe invece l’identificazione con quella “Dopo la benedizione” in mostra alla Nazionale di Napoli del ’77 e assai lodata dal Netti: l’unica prova a favore al momento conosciuta è ancora una incisione (su disegno di Montefusco) riportante sì i dati dell’esposizione or ora suddetta ma il nome più conosciuto dell’opera.
    STIMA:
    min € 6000 - max € 9000
    Base Asta:
    € 5000

  • Michetti Francesco Paolo Michetti Francesco Paolo (Tocco di Casauria 1851 - Francavilla 1929)
    Nunziata
    Olio su tavola cm 16,6x11,6
    firmato in basso a destra: Michetti; dedicato in basso al centro: all''amico Fagan
    Provenienza: Coll . L. Jozzi, Napoli; coll. privata, Napoli
    Bibliografia: A. Schettini, La pittura napoletana dell'Ottocento, E.D.A. R. T., Napoli 1967, vol I, p. 127 a colori; Raccolta Lucio Jozzi, Napoli 1967

    Francesco Paolo Michetti rientra a ragione nel novero di quegli artisti dell’Ottocento italiano mai dimenticati dagli studiosi di settore nonché conosciuti comunemente anche dal più vasto pubblico. Ricordato principalmente come pittore e poi come scultore (arte cui s’avvicinò su consiglio di Costantino Barbella), più di recente è stata approfondita la sua passione per la fotografia mentre ancora troppo frammentarie sono le testimonianze circa la sua attività di cineasta, certo molto avanti sui tempi.
    Talento assai precoce, Michetti si formò ovviamente in quel clima di radicali innovazioni che sconvolsero l’ambiente artistico di scuola napoletana a metà Ottocento, prima e brevemente presso il locale Istituto di Belle Arti (da cui si allontanò per questioni disciplinari) e poi indipendentemente grazie alla guida dei grandi artisti che il suo genio seppe subito conquistare, fra cui vanno citati soprattutto Edoardo Dalbono e Domenico Morelli, ma sempre preferendo i soggetti più tipicamente palizziani, specialmente gli animali, modelli che come scrisse Ojetti in fondo non costavano nulla. Il giovane pittore non mancò intanto di stringere salde amicizie con vari coetanei, quali Gemito e Mancini o i componenti della ormai prossima Scuola di Resina.
    La fama locale ebbe modo di ingigantirsi com’è facile immaginare per tutta la Penisola, consacrata da molteplici esposizioni, così che con altrettanta precocità Michetti conquistò un contratto col mercante Reutlinger (più tardi avrebbe collaborato col principale concorrente di quest’ultimo, ovvero Goupil) e dunque l’accesso ai prestigiosi Salon parigini: fu solo l’inizio del successo dell’artista anche nel panorama internazionale.
    L’opera proposta, certo un piccolo capolavoro del maestro, riporta alla sfera più privata di quest’ultimo: la ritratta Annunziata Cermignani infatti divenne sua sposa nel 1888, in una cerimonia singolarmente privata e con pochi presenti per non suscitare commenti poco graditi sul fatto che i due avessero già un figlio, Giorgio; il tutto si tenne fra le mura del “conventino”, appunto un abbandonato convento quattrocentesco in Francavilla al Mare che il Michetti acquistò ed adattò a casa-studio: là, più volte ospite in virtù di una grande e nota amicizia, Gabriele D’Annunzio compose ‘Il piacere’, ‘L’innocente’ e ‘Il trionfo della morte’. Resta dunque solo da chiedersi se la dedica in basso al centro del dipinto riguardi o no Louis Alexander Fagan, incisore e storico dell’Arte (oggi ricordato per lo più come curatore del British Museum) coetaneo di Michetti e nato proprio a Napoli, nipote del grande archeologo e pittore Robert che fra il tardo diciottesimo e gli inizi del diciannovesimo secolo molto si mosse per l’Italia fra Roma, Firenze ed appunto la capitale borbonica.
    STIMA:
    min € 15000 - max € 25000
    Base Asta:
    € 12000

  • Lot 106  

    Gaeta Enrico

    Enrico Gaeta Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887)
    L’ingresso di Villa Starace
    Olio su tela, cm 105x88
    firmato in basso a destra: E. Gaeta
    Provenienza: Eredi dell'artista, Castellammare
    Esposizioni: Napoli,Associazione “Circolo Artistico Politecnico”, 03 - 14 Maggio 2014
    Bibliografia: R. Caputo, La Scuola di Resina nell’Ottocento Napoletano, Grimaldi & C. Editori, Napoli 2013, pag. 168; Ottocento Catalogo dell’Arte Italiana Ottocento - Primo Novecento n. 42, Metamorfosi Editore, Milano 2013, pag. 69; Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014

    A lungo dimenticato anche a causa della relativa esiguità della sua produzione, dovuta senza dubbio ad una fine prematura, Enrico Gaeta sappiamo oggi che fu per pure causo riscoperto da Paolo Ricci, complice un altro grande artista campano, ovvero Vincenzo Migliaro.
    Profondamente legato alla nativa Castellammare di Stabia, il pittore pur di rappresentarla si cimentò nel genere del paesaggio nonostante esso fosse al tempo considerato minore, formandosi a Napoli sotto Gabriele Smargiassi e Giuseppe Mancinelli. Un ulteriore ed importante modello fu per Gaeta (e per tanti altri paesaggisti coevi) ovviamente il posillipismo di Giacinto Gigante, ma il nostro vi preferì presto i dittami di Domenico Morelli ovvero l’attenzione al disegno oltre che al puro colore.
    Una nuova svolta nello stile dell’artista si registrò allorché il suo nome già era piuttosto diffuso fra critici e collezionisti, complice una solida e costante presenza espositiva: accadde dunque che Enrico si avvicinò agli ideali ed alla poetica della neonata Scuola di Resina, ed in particolare a Marco De Gregorio (il quale farà poi da tramite nell’incontro col gruppo dei macchiaioli toscani). Siamo sul finire degli anni Settanta dell’Ottocento e proprio a quegli anni è databile la serie che il pittore dedicò a villa Starace, considerando che «a partire dal 1878 […] suor Maddalena Starace, fondatrice della chiesa e dell’ordine delle Suore Compassioniste (a cui apparteneva la sorella del pittore, Giovanna), decise di aprire un educandato per le signorine della borghesia stabiese, ampliando la preesistente struttura realizzata nel 1869 che dava ospitalità ai piccoli orfani del circondario» (Caputo).
    Definito dunque l’intervallo di tempo in cui con ogni probabilità fu realizzata l’opera proposta, vale la pena sottolineare come in essa siano presenti le assoluti peculiarità pittoriche del Gaeta, quale innanzitutto la celebrata capacità nel riprodurre le mura antiche che occupano le sue scene, rese concretamente anche nelle proprie screpolature grazie al disegno e ad un sapiente uso dell’ocra e più in generale delle varie terre. Trattando di toni poi, non si può certo ignorare la cifra più autentica dell’artista stabiese, che come s’è appena detto è evidentemente presente anche nella tela in asta, ovvero i suoi verdi «cupi e teneri, verdi dorati e vivi, che squillano al sole, rallegrano la boscaglia, riposano all’ombra, si spengono e si rianimano, fra una macchia ed una radura, su cui piomba la luce luminosa del sole di mezzodì».
    STIMA:
    min € 13000 - max € 18000
    Base Asta:
    € 8000

  • Lot 107  

    Esposito Gaetano

    Esposito Gaetano Esposito Gaetano (Salerno 1858 - Sala Consilina, SA 1911)
    La modella
    Olio su tela cm 57x39
    firmato in basso a sinistra: G. Esposito

    Personalità assai tormentata, giustamente identificato da qualcuno col mare da cui in qualche modo egli proveniva (fu figlio di pescatori) e che, dopo una giovinezza peregrina, lo incantò presso palazzo Donn’Anna ove l’artista infine si stabilì (si badi, quando la struttura era ancora abbandonata e, secondo le dicerie, infestata), Gaetano Esposito compì una breve ma sfavillante parabola artistica (circa vent’anni) prima d’andare incontro ad una tragica fine, così che la sua produzione pittorica risulta a conti fatti alquanto esigua e lo spuntare d’una sua opera sul mercato costituisce in qualche modo sempre un piccolo evento.
    Iscrittosi assai giovane all’Accademia di Belle Arti partenopea per intercessione di Domenico Morelli, fu negli insegnamenti di quest’ultimo che l’artista si formò rivolgendo dunque la propria ricerca verso la rappresentazione del vero: questo scopo, probabilmente vera e propria irraggiungibile utopia nella fragile psiche di Esposito, era da rincorrersi per l’autore tramite il colore, oggetto di lunghi studi e molteplici ripensamenti maturati sia dall’osservazione della grande tradizione pittorica locale (in particolare del secolo diciassettesimo) sia dall’aggiornamento a certi esiti artistici più coevi all’autore, quale il nascente e poi sempre più diffuso fortunysmo.
    L’opera proposta ben esemplifica gli aspetti più peculiari del proprio autore, innanzitutto raffigurando un soggetto su cui Esposito, proprio come nel caso dell’amato palazzo Donn’Anna, tornò più volte: si conoscono infatti almeno altre tre versioni di questo dipinto, tutte più piccole di dimensioni (per cui si potrebbe pensare che questa abbia coinciso con la definitiva ed agognata soddisfazione dell’autore), di cui una è in collezione Lubrano e le altre in altrettante raccolte private dopo essere passate anch’esse in asta Vincent. Ancora, indiscutibilmente notevoli appaiono nella tela gli esiti cromatici conquistati dall’Esposito il quale, con una tavolozza evidentemente limitata, è riuscito a dare concreta e distinta corposità ai due tessuti presenti nella scena, sì ugualmente bianchi ma diversi per trama, su cui emergono con forte distacco le sensuali carni della modella e la ricca ma disordinata capigliatura scura di questa.
    STIMA:
    min € 10000 - max € 15000
    Base Asta:
    € 8000

  • Lot 108  

    Patini Teofilo

    Patini Teofilo Patini Teofilo (Castel di Sangro, AQ 1840 - Napoli 1906)
    Il ciabattino
    Olio su tela, cm 100x76
    firmato in basso a destra: Patini

    Se Teofilo Patini raggiunse quei meravigliosi e sorprendenti esiti che oggi tutti conosciamo nella pittura pregna di impegno e denuncia sociale, fu certo anche grazie alla formazione, cominciata negli stessi anni in cui all’interno della scuola napoletana ci si rivolgeva con maggiore attenzione alle poetiche del vero: allievo infatti di Mancinelli, furono certo i contatti con Domenico Morelli e gli artisti di casa Palizzi a risultare particolarmente determinanti per la sua arte, come dimostra l’iniziale ma già apprezzata produzione dell’artista incentrata su scene e temi storici. Fu in seguito di grande importanza anche il sodalizio artistico e personale con Michele Cammarano, quand’anche la conoscenza della scuola toscana (grazie ad un pensionato) non riuscì davvero a far virare lo stile del Patini verso una pittura di macchia.
    Sempre impegnato nella vita oltre che nell’arte (com’è ovvio pensare ispirandosi al titolo di un suo celebrato dipinto, ‘Arte e libertà’), Patini prese prima parte tanto ai moti unitari che a varie operazioni subito successive, partecipando inoltre alle ferventi attività che riorganizzarono dopo il ’61 le istituzioni artistiche e culturali d’Italia: così s’associò subito alla Promotrice di belle arti di Napoli.
    Alla mostra del 1873 della Società suddetta il pittore inviò ‘Il ciabattino’ (o ‘Ogni bella scarpa diventa scarpone’, detto tipico partenopeo), poi presentato alla Nazionale torinese del 1880 ed oggi conservato a villa Pignatelli Cortés. L’opera proposta costituisce quindi un ritorno sullo stesso soggetto, che qui tuttavia riempie l’intero spazio della rappresentazione venendoci impedita stavolta la visione d’insieme della sua bottega: se dunque s’è perso in qualche modo quel fare “alla fiamminga” delle prime prove artistiche del Patini ora è indiscutibile e lapalissiano il legame allo stile di Cammarano e dunque alla grande tradizione della pittura napoletana secentesca, di cui tuttavia sono notevolmente schiariti i toni in favore di una più diffusa luce all’interno della scena.
    STIMA:
    min € 10000 - max € 15000
    Base Asta:
    € 7000

  • Lot 109  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    Via Campana Pozzuoli
    Olio su carta rip. su tela, cm 36x50
    firmato e datato in basso a sinistra: Gia Gigante 4 maggio 1841
    Bibliografia: Rosario Caputo, La Pittura Napoletana del Primo Ottocento, Franco Di Mauro Editore, Sorrento (NA), 2021, p.268

    Figlio d’arte, Giacinto Gigante compì curiosamente la propria formazione lontano dagli ambienti accademici, che sempre evitò in favore degli atelier privati dei propri mentori (per lo più artisti d’Oltralpe) o, ancora meglio, delle passeggiate nella natura in cerca di paesaggi da ritrarre, pratica ai tempi per nulla scontata. Conosciuto Anton Sminck van Pitloo, pittore olandese che presto raggiunse una rapida ma solida fama negli ambienti partenopei (e che avviò Gigante alla pittura ad olio negli anni Venti del diciannovesimo secolo), il nostro costituì con lui e vari altri contemporanei la cosiddetta scuola di Posillipo, di fatto un gruppo privo di un vero e proprio manifesto ma che condivideva alcuni ideali quali appunto la pittura all’aria aperta, lontana dall’imperante accademismo, e la personale e lirica interpretazione da parte dell’artista di ciò che egli percepiva e riportava nelle proprie opere.
    Dell’opera proposta è conservato un disegno presso il museo Correale, e la stessa, precisa data riportata in basso colloca del resto la realizzazione di quest’olio proprio negli anni in cui Gigante soggiornò effettivamente a Sorrento, sviluppando quella che fu felicemente definitiva da Sergio Ortolani (grande studioso ed esperto dell’artista) “maniera rosea”. L’antica villa dei Correale Terranova (imparentati addirittura con Torquato Tasso) ospita oggi una ricchissima collezione di manufatti delle più varie arti, fra cui certo spicca appunto la raccolta di dipinti e disegni di vari vedutisti di diciottesimo e diciannovesimo secolo di cui si servì al tempo anche Salvatore Di Giacomo per redigere il proprio saggio sulla Scuola di Posillipo. Il paesaggio rappresentato costituisce uno scorcio di via Campana, o meglio della via Antica consolare campana, una lunga strada che collegava già in età romana Pozzuoli (partendo per la precisione dal locale anfiteatro) e la via Appia con cui s’incrociava presso Capua antica, ovvero l’attuale Santa Maria Capua Vetere. Celebre lungo questo tratto viario è tutt’oggi il passaggio di Montagna Spaccata, perfettamente conservato, che consentiva allora l’attraversamento del cratere di Quarto Flegreo, ove ora sorge l’omonima città.
    STIMA:
    min € 30000 - max € 40000
    Base Asta:
    € 20000

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  • Lotto 95  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936) Canal Grande Venezia olio su tavola, cm 38x26 firmato e iscritto in basso a sinistra: V. Caprile Venezia a tergo: Cartiglio Mostra Promotrice Salvator Rosa Napoli 1927
    STIMA min € 2000 - max € 3000

    Lot 95  

    Caprile Vincenzo

    Caprile Vincenzo Caprile Vincenzo (Napoli 1856 - 1936) Canal Grande Venezia olio su tavola, cm 38x26 firmato e iscritto in basso a sinistra: V. Caprile Venezia a tergo: Cartiglio Mostra Promotrice Salvator Rosa Napoli 1927


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  • Lotto 96  

    Casciaro Giuseppe

    Casciaro Giuseppe (Ortelle, LE 1863 - Napoli 1941)
    Neve a Tuileries
    Pastelli su carta, cm 34x42 firmato in basso a destra: G. Casciaro

    Provenienza: Coll. D'Angelo, Napoli; coll. privata, Napoli

    Bibliografia: A. Schettini, La Pittura napoletana dell’ Ottocento, Napoli 1967; vol. II pag 449

    L’opera proposta costituisce senza dubbio un esito eccezionale della ricca e meravigliosa produzione a pastello di Giuseppe Casciaro: nel sapiente uso dei toni innanzitutto (e come è chiaro a chiunque), in grado di restituire la superficie e la porosità proprie di ogni diversa porzione della sterminata distesa di neve che gli si manifestò evidentemente al suo sguardo; anche la rarità del paesaggio ritratto non va tuttavia sottovalutata, testimoniando esso uno dei vari viaggi che l’autore compì fra 1892 e ’96 a Parigi, ove addirittura egli fu in grado di allestire una propria personale (vista ed apprezzata dal mercante Goupil).
    Come scrisse giustamente lo Schettini, l’esperienza francese non riuscì comunque a modificare più di tanto il fare artistico di Casciaro (cosa che com’è noto accade invece per tanti suoi contemporanei), poiché già troppo radicati in lui erano gli stilemi suoi propri e quelli del paesaggismo partenopeo e generalmente meridionale, ereditati sin da Gigante e la grande Scuola di Posillipo.
    STIMA min € 2000 - max € 3500

    Lot 96  

    Casciaro Giuseppe

    Casciaro Giuseppe Casciaro Giuseppe (Ortelle, LE 1863 - Napoli 1941)
    Neve a Tuileries
    Pastelli su carta, cm 34x42 firmato in basso a destra: G. Casciaro

    Provenienza: Coll. D'Angelo, Napoli; coll. privata, Napoli

    Bibliografia: A. Schettini, La Pittura napoletana dell’ Ottocento, Napoli 1967; vol. II pag 449

    L’opera proposta costituisce senza dubbio un esito eccezionale della ricca e meravigliosa produzione a pastello di Giuseppe Casciaro: nel sapiente uso dei toni innanzitutto (e come è chiaro a chiunque), in grado di restituire la superficie e la porosità proprie di ogni diversa porzione della sterminata distesa di neve che gli si manifestò evidentemente al suo sguardo; anche la rarità del paesaggio ritratto non va tuttavia sottovalutata, testimoniando esso uno dei vari viaggi che l’autore compì fra 1892 e ’96 a Parigi, ove addirittura egli fu in grado di allestire una propria personale (vista ed apprezzata dal mercante Goupil).
    Come scrisse giustamente lo Schettini, l’esperienza francese non riuscì comunque a modificare più di tanto il fare artistico di Casciaro (cosa che com’è noto accade invece per tanti suoi contemporanei), poiché già troppo radicati in lui erano gli stilemi suoi propri e quelli del paesaggismo partenopeo e generalmente meridionale, ereditati sin da Gigante e la grande Scuola di Posillipo.


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  • Lotto 97  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Place de La concorde
    Olio su tela, cm 33x41 firmato in basso a destra: R. Ragione
    Provenienza: coll. privata, Parigi; coll. privata, Napoli

    Giunto a Parigi agli inizi del Novecento, Raffaele Ragione trovò com’è noto rinnovata ispirazione artistica nella ricca e varia popolazione che animava le strade ed i quartieri della Ville Lumière: se forse è più celebre a tal proposito la produzione del pittore ritraente questo vasto catalogo umano immerso nella calma dei parchi pubblici, specialmente il Parc Monceau, è tuttavia altrettanto diffusa la serie più dinamica e palpitante di vita ambientata appunto fra boulevard e piazze monumentali. Nel caso del dipinto proposto il magnificente sfondo è Place de la Concorde, un tempo triste sede della ghigliottina durante il Terrore di Robespierre ed in seguito abbellita (già da alcuni decenni, all’epoca di Ragione) con uno dei due obelischi che ornavano in origine l’ingresso del palazzo di Ramses III a Tebe, qui fiancheggiato da due grandi fontane.
    STIMA min € 2500 - max € 4500

    Lot 97  

    Ragione Raffaele

    Ragione Raffaele Ragione Raffaele (Napoli 1851 - 1925)
    Place de La concorde
    Olio su tela, cm 33x41 firmato in basso a destra: R. Ragione
    Provenienza: coll. privata, Parigi; coll. privata, Napoli

    Giunto a Parigi agli inizi del Novecento, Raffaele Ragione trovò com’è noto rinnovata ispirazione artistica nella ricca e varia popolazione che animava le strade ed i quartieri della Ville Lumière: se forse è più celebre a tal proposito la produzione del pittore ritraente questo vasto catalogo umano immerso nella calma dei parchi pubblici, specialmente il Parc Monceau, è tuttavia altrettanto diffusa la serie più dinamica e palpitante di vita ambientata appunto fra boulevard e piazze monumentali. Nel caso del dipinto proposto il magnificente sfondo è Place de la Concorde, un tempo triste sede della ghigliottina durante il Terrore di Robespierre ed in seguito abbellita (già da alcuni decenni, all’epoca di Ragione) con uno dei due obelischi che ornavano in origine l’ingresso del palazzo di Ramses III a Tebe, qui fiancheggiato da due grandi fontane.


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  • Lotto 98  

    Costantini Giuseppe

    Costantini Giuseppe (Nola, NA 1844 - San Paolo Belsito, NA 1894)
    Il piccolo patriota
    Olio su tavola, cm 28,5x41,5 firmato e datato in basso a destra: G. Costantini 1875

    Grande virtuoso del pennello, tanto da esser stato spesso paragonato alla grande tradizione fiamminga, Giuseppe Costantini fu interprete illustre nel Meridione italiano di quelle tendenze che, partendo dalla nota “rivoluzione” in chiave realista che coinvolse l’ambiente artistico locale a partire dalla metà del secolo diciannovesimo, si mossero verso la cosiddetta pittura “di genere”.
    Ecco allora che anche i temi più impegnati o addirittura tragici, comuni al tempo fra le arti sorelle, vengono declinati dal Costantini secondo toni certo più edulcorati e leggeri, partendo tipicamente da intimi interni familiari ove a dispetto delle misere condizioni di vita non manca mai un sorriso. L’opera proposta non fa dunque eccezione, ed anzi riesce a restituire allegoricamente in una dimensione prettamente ludica quel sentimento di patria che ancora doveva certo infiammare gli animi di intellettuali, artisti e popolani al tempo dell’autore.
    STIMA min € 5000 - max € 8000

    Lot 98  

    Costantini Giuseppe

    Costantini Giuseppe Costantini Giuseppe (Nola, NA 1844 - San Paolo Belsito, NA 1894)
    Il piccolo patriota
    Olio su tavola, cm 28,5x41,5 firmato e datato in basso a destra: G. Costantini 1875

    Grande virtuoso del pennello, tanto da esser stato spesso paragonato alla grande tradizione fiamminga, Giuseppe Costantini fu interprete illustre nel Meridione italiano di quelle tendenze che, partendo dalla nota “rivoluzione” in chiave realista che coinvolse l’ambiente artistico locale a partire dalla metà del secolo diciannovesimo, si mossero verso la cosiddetta pittura “di genere”.
    Ecco allora che anche i temi più impegnati o addirittura tragici, comuni al tempo fra le arti sorelle, vengono declinati dal Costantini secondo toni certo più edulcorati e leggeri, partendo tipicamente da intimi interni familiari ove a dispetto delle misere condizioni di vita non manca mai un sorriso. L’opera proposta non fa dunque eccezione, ed anzi riesce a restituire allegoricamente in una dimensione prettamente ludica quel sentimento di patria che ancora doveva certo infiammare gli animi di intellettuali, artisti e popolani al tempo dell’autore.


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  • Lotto 99  

    Catel Franz Ludwig

    Catel Franz Ludwig (Germania 1778-1856) Famiglia di pescatori a Mergellina olio su tela, cm 19x27
    STIMA min € 12000 - max € 15000

    Lot 99  

    Catel Franz Ludwig

    Catel Franz Ludwig Catel Franz Ludwig (Germania 1778-1856) Famiglia di pescatori a Mergellina olio su tela, cm 19x27


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  • Lotto 100  

    Palizzi Nicola

    Palizzi Nicola (Vasto - CH 1820 - Napoli 1870)
    Paesaggio
    Olio su tela, cm 45x68
    firmato in basso a destra: N. Palizzi

    Se Giuseppe Palizzi fece da apripista al radicale rinnovamento portato avanti dagli artisti di scuola napoletana intorno alla metà dell’Ottocento e Filippo ne fu indiscusso protagonista (insieme a Domenico Morelli), il terzo pittore della famiglia, Nicola, seppe ripercorrere nel paesaggio la lunga e varia parabola che lo precedette arrivando poi a esiti nuovi e, come vedremo, anticipatori di quanto gli seguì.
    Formatosi sotto l’insegnamento di Gabriele Smargiassi, il nostro infatti produsse in un primo periodo opere certamente ascrivibili al paesaggio di composizione (e cioè storico), affiancate però ad un febbrile studio del vero collegabile piuttosto ai più tardi stilemi della Scuola di Posillipo.
    La peculiarità più propria di Nicola fu tuttavia, come suggerisce Mariantonietta Picone, una costante tendenza a sintetizzare la realtà spesso in macchie di colore a corpo, anticipando di fatto come si diceva ciò che fecero poco dopo Michele Cammarano ma soprattutto i rappresentanti della Scuola di Resina. Questo stile caratteristico inoltre differenzia chiaramente il nostro dal fratello Filippo e dal suo minuzioso realismo, avvicinandolo piuttosto a quanto andava facendo il maggiore Giuseppe in Francia: a Parigi infatti Nicola fu certamente nel 1856, e ivi conobbe Camille Corot ed i Barbizonnier, come attestato dal suo dipinto ‘Foresta di Fontainebleau’.
    L’opera proposta rappresenta dunque un validissimo esempio della particolare poetica di Nicola Palizzi or ora suddetta, e probabilmente è proprio collegabile alle esperienze fatte dall’autore nei terreni d’Oltralpe, dalle quali egli certo tornò rafforzato nelle proprie convinzioni e visione di quanto gli si manifestava attorno.
    STIMA min € 5000 - max € 8000

    Lot 100  

    Palizzi Nicola

    Palizzi Nicola Palizzi Nicola (Vasto - CH 1820 - Napoli 1870)
    Paesaggio
    Olio su tela, cm 45x68
    firmato in basso a destra: N. Palizzi

    Se Giuseppe Palizzi fece da apripista al radicale rinnovamento portato avanti dagli artisti di scuola napoletana intorno alla metà dell’Ottocento e Filippo ne fu indiscusso protagonista (insieme a Domenico Morelli), il terzo pittore della famiglia, Nicola, seppe ripercorrere nel paesaggio la lunga e varia parabola che lo precedette arrivando poi a esiti nuovi e, come vedremo, anticipatori di quanto gli seguì.
    Formatosi sotto l’insegnamento di Gabriele Smargiassi, il nostro infatti produsse in un primo periodo opere certamente ascrivibili al paesaggio di composizione (e cioè storico), affiancate però ad un febbrile studio del vero collegabile piuttosto ai più tardi stilemi della Scuola di Posillipo.
    La peculiarità più propria di Nicola fu tuttavia, come suggerisce Mariantonietta Picone, una costante tendenza a sintetizzare la realtà spesso in macchie di colore a corpo, anticipando di fatto come si diceva ciò che fecero poco dopo Michele Cammarano ma soprattutto i rappresentanti della Scuola di Resina. Questo stile caratteristico inoltre differenzia chiaramente il nostro dal fratello Filippo e dal suo minuzioso realismo, avvicinandolo piuttosto a quanto andava facendo il maggiore Giuseppe in Francia: a Parigi infatti Nicola fu certamente nel 1856, e ivi conobbe Camille Corot ed i Barbizonnier, come attestato dal suo dipinto ‘Foresta di Fontainebleau’.
    L’opera proposta rappresenta dunque un validissimo esempio della particolare poetica di Nicola Palizzi or ora suddetta, e probabilmente è proprio collegabile alle esperienze fatte dall’autore nei terreni d’Oltralpe, dalle quali egli certo tornò rafforzato nelle proprie convinzioni e visione di quanto gli si manifestava attorno.


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  • Lotto 101  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Caprette al pascolo
    Olio su tela, cm 65x101,5
    firmato in basso a destra: Palizzi
    Provenienza: Coll. privata, Napoli
    Bibliografia: Ottocento Napoletano Le Scuole, i Protagonisti a cura di G. e E. Sarnelli , Galleria d'arte Vittoria Colonna , Napoli 1997, pag. 96

    Se Giuseppe Palizzi fece da apripista al radicale rinnovamento portato avanti dagli artisti di scuola napoletana intorno alla metà dell’Ottocento e Filippo ne fu indiscusso protagonista (insieme a Domenico Morelli), il terzo pittore della famiglia, Nicola, seppe ripercorrere nel paesaggio la lunga e varia parabola che lo precedette arrivando poi a esiti nuovi e, come vedremo, anticipatori di quanto gli seguì.
    Formatosi sotto l’insegnamento di Gabriele Smargiassi, il nostro infatti produsse in un primo periodo opere certamente ascrivibili al paesaggio di composizione (e cioè storico), affiancate però ad un febbrile studio del vero collegabile piuttosto ai più tardi stilemi della Scuola di Posillipo.
    La peculiarità più propria di Nicola fu tuttavia, come suggerisce Mariantonietta Picone, una costante tendenza a sintetizzare la realtà spesso in macchie di colore a corpo, anticipando di fatto come si diceva ciò che fecero poco dopo Michele Cammarano ma soprattutto i rappresentanti della Scuola di Resina. Questo stile caratteristico inoltre differenzia chiaramente il nostro dal fratello Filippo e dal suo minuzioso realismo, avvicinandolo piuttosto a quanto andava facendo il maggiore Giuseppe in Francia: a Parigi infatti Nicola fu certamente nel 1856, e ivi conobbe Camille Corot ed i Barbizonnier, come attestato dal suo dipinto ‘Foresta di Fontainebleau’.
    L’opera proposta rappresenta dunque un validissimo esempio della particolare poetica di Nicola Palizzi or ora suddetta, e probabilmente è proprio collegabile alle esperienze fatte dall’autore nei terreni d’Oltralpe, dalle quali egli certo tornò rafforzato nelle proprie convinzioni e visione di quanto gli si manifestava attorno.
    STIMA min € 8000 - max € 15000

    Lot 101  

    Palizzi Giuseppe

    Palizzi Giuseppe Palizzi Giuseppe (Lanciano, CH 1812 - Passy 1888)
    Caprette al pascolo
    Olio su tela, cm 65x101,5
    firmato in basso a destra: Palizzi
    Provenienza: Coll. privata, Napoli
    Bibliografia: Ottocento Napoletano Le Scuole, i Protagonisti a cura di G. e E. Sarnelli , Galleria d'arte Vittoria Colonna , Napoli 1997, pag. 96

    Se Giuseppe Palizzi fece da apripista al radicale rinnovamento portato avanti dagli artisti di scuola napoletana intorno alla metà dell’Ottocento e Filippo ne fu indiscusso protagonista (insieme a Domenico Morelli), il terzo pittore della famiglia, Nicola, seppe ripercorrere nel paesaggio la lunga e varia parabola che lo precedette arrivando poi a esiti nuovi e, come vedremo, anticipatori di quanto gli seguì.
    Formatosi sotto l’insegnamento di Gabriele Smargiassi, il nostro infatti produsse in un primo periodo opere certamente ascrivibili al paesaggio di composizione (e cioè storico), affiancate però ad un febbrile studio del vero collegabile piuttosto ai più tardi stilemi della Scuola di Posillipo.
    La peculiarità più propria di Nicola fu tuttavia, come suggerisce Mariantonietta Picone, una costante tendenza a sintetizzare la realtà spesso in macchie di colore a corpo, anticipando di fatto come si diceva ciò che fecero poco dopo Michele Cammarano ma soprattutto i rappresentanti della Scuola di Resina. Questo stile caratteristico inoltre differenzia chiaramente il nostro dal fratello Filippo e dal suo minuzioso realismo, avvicinandolo piuttosto a quanto andava facendo il maggiore Giuseppe in Francia: a Parigi infatti Nicola fu certamente nel 1856, e ivi conobbe Camille Corot ed i Barbizonnier, come attestato dal suo dipinto ‘Foresta di Fontainebleau’.
    L’opera proposta rappresenta dunque un validissimo esempio della particolare poetica di Nicola Palizzi or ora suddetta, e probabilmente è proprio collegabile alle esperienze fatte dall’autore nei terreni d’Oltralpe, dalle quali egli certo tornò rafforzato nelle proprie convinzioni e visione di quanto gli si manifestava attorno.


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  • Lotto 102  

    Corrodi Herman

    Corrodi Hermann (Frascati, RM 1844- Roma)
    Taverna a Posillipo
    Olio su tela cm 99,5x63,5
    firmato e iscritto in basso a sinistra: H. Corrodi Roma

    Figlio del pittore svizzero Salomon, la formazione di Hermann Corrodi fu senza dubbio influenzata dalle teorie estetiche del padre (e dunque dagli stilemi della pittura nordica), particolarmente attente alla resa di luce e colori nei dipinti, nonché dalla romana Accademia di San Luca presso la quale il giovane artista studiò, essendo nato nella città vaticana. Non vanno comunque dimenticati né sottovalutati i numerosi viaggi compiuti (che determinarono una apprezzata produzione orientalista) nonché i molteplici legami che Corrodi seppe tessere in tutto il mondo, quali ad esempio con Meissonnier ad Alma Tadema.
    Le opere di Corrodi risultano oggi per lo più disperse e perciò assai rare sul mercato, complice anche un grave incendio che pare colpì la sua abitazione romana nel tardo Ottocento. L’opera proposta risulta perciò già eccezionale di per sé, ed accresce ulteriormente il proprio valore costituendo una testimonianza della presenza dell’autore nella Campania peninsulare, forse databile agli anni Settanta del diciannovesimo secolo poiché collegabile ad un suo certificato soggiorno nell’isola di Capri (1873).
    STIMA min € 18000 - max € 24000

    Lot 102  

    Corrodi Herman

    Corrodi Herman Corrodi Hermann (Frascati, RM 1844- Roma)
    Taverna a Posillipo
    Olio su tela cm 99,5x63,5
    firmato e iscritto in basso a sinistra: H. Corrodi Roma

    Figlio del pittore svizzero Salomon, la formazione di Hermann Corrodi fu senza dubbio influenzata dalle teorie estetiche del padre (e dunque dagli stilemi della pittura nordica), particolarmente attente alla resa di luce e colori nei dipinti, nonché dalla romana Accademia di San Luca presso la quale il giovane artista studiò, essendo nato nella città vaticana. Non vanno comunque dimenticati né sottovalutati i numerosi viaggi compiuti (che determinarono una apprezzata produzione orientalista) nonché i molteplici legami che Corrodi seppe tessere in tutto il mondo, quali ad esempio con Meissonnier ad Alma Tadema.
    Le opere di Corrodi risultano oggi per lo più disperse e perciò assai rare sul mercato, complice anche un grave incendio che pare colpì la sua abitazione romana nel tardo Ottocento. L’opera proposta risulta perciò già eccezionale di per sé, ed accresce ulteriormente il proprio valore costituendo una testimonianza della presenza dell’autore nella Campania peninsulare, forse databile agli anni Settanta del diciannovesimo secolo poiché collegabile ad un suo certificato soggiorno nell’isola di Capri (1873).


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  • Lotto 103  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio (Albano Laziale 1852 - Roma 1930 )
    La preghiera della madre
    Olio su tela cm 100x60
    firmato in alto a sinistra : A. Mancini
    Provenienza: On.Gulatieri, Napoli; Racc. Nob. A. Ambrosi, Milano; coll. privata, Roma
    Esposizioni: 1929, Milano Galleria Scopnich; 1940, Milano Galleria Guglielmi; 1983, Roma Christie's; 1984 Napoli Giosi; 1991 Milano Semenzato
    Bibliografia: Maestri napoletani dell’Ottocento nella Collezione Gualtieri, Galleria Scopinich, Catalogo vendita all’asta Milano novembre 1929 n28 tav. LV; Racc. Nob. A. Ambrosi, Galleria Guglielmi Milano 1940, n.190 tav 38; A.Schettini, Mancini ,Stiped- Ed. d'arte, Napoli 1953 p. 237; Cat. Christie's Roma 1983 n. 170; Cat. asta Gall Giosi, Napoli 1983 n. 34; Pittura italiana dell'Ottocento a cura de "Il mercato dell'arte" Sugarco ed. Como 1984 p. 99; Cat. Semenzato Milano 1991 n 115 ; C. Virno, Antonio Mancini Catalogo ragionato dell'opera, Roma 2019 vol. I n. 714. pag. 268 n. 401

    Nel corso degli anni Settanta del diciannovesimo secolo Antonio Mancini, già godendo di una certa fama come pittore, mosse verso il sogno d’ogni artista del tempo, il centro indiscusso di tutti i fermenti che andavano allora animando gli intellettuali in Europa: Parigi. Invitato con ogni probabilità da Adolphe Goupil, mercante dalla sensibilità indiscussa e pioneristica il quale certo comprese il talento del nostro ed il potenziale successo ch’egli avrebbe potuto riscuotere anche sul mercato internazionale, Mancini in realtà finì per scontrarsi inevitabilmente con le dure difficoltà che affliggevano la vita dei bohémien e, in modo particolare dopo il secondo soggiorno francese, che segnò (per motivi principalmente economici) la rottura col vecchio amico Vincenzo Gemito, la sua già fragile psicologia non resse. Al ritorno in patria dunque seguì di poco il primo ricovero in manicomio, con l’inizio di una produzione particolarmente ricca e sentita di ritratti ed autoritratti. Dimesso nel 1882, l’anno successivo Mancini lasciò l’amata Napoli (cui ebbe modo di tornare solo molti anni dopo) alla volta di Roma.
    Nella Capitale Mancini risulta ospite fra il 1885 ed il 1890 degli zii (o cugini, a seconda delle fonti) Andrea e Noemi Ruggeri, ed a questo soggiorno particolare vanno fatte risalire due opere fra loro collegate e simili, che innanzitutto condividono la giovane ritratta, ovvero Agrippina Ruggeri (figlia appunto dei parenti dell’autore). La prima tela, “Servetta”, ha fatto parte della collezione Grieco e così è giunta presso la Pinacoteca Giaquinto di Bari, ove è tutt’oggi conservata. L’altro dipinto è invece quello proposto in asta (dopo un passaggio in collezione Gualtieri e poi da Giosi), che del precedente costituisce forse un abbozzo (ma non è esclusa la possibilità che si tratti di un’opera non finita, con tutto il fascino che questo stato tipicamente comporta): lo sfondo s’è assolutamente smaterializzato in rapidi gesti pittorici, i fiori che la modella tiene in grembo risultano del tutto irriconoscibili, mescolandosi talvolta addirittura al grembiule della fanciulla, e finanche i tratti somatici ed anatomici di quest’ultima appaiono in qualche modo fusi al resto della rappresentazione. Si potrebbe forse adottare il confronto fra le due tele quale exemplum dell’evoluzione stilistica che Mancini stesso andò sperimentando in quegli anni, preferendo alle raffigurazioni più precise e realistiche del periodo napoletano una pittura nuova, rapida e talvolta davvero impressionistica, sempre all’insegna di una spasmodica ricerca luministica, realizzata su tavole e tele per mezzo di grumi di materiale pittorico e talvolta biacca a ricreare sulla superficie dei dipinti veri e propri rilievi e di conseguenza concreti effetti di luci ed ombre.
    STIMA min € 30000 - max € 50000

    Lot 103  

    Mancini Antonio

    Mancini Antonio Mancini Antonio (Albano Laziale 1852 - Roma 1930 )
    La preghiera della madre
    Olio su tela cm 100x60
    firmato in alto a sinistra : A. Mancini
    Provenienza: On.Gulatieri, Napoli; Racc. Nob. A. Ambrosi, Milano; coll. privata, Roma
    Esposizioni: 1929, Milano Galleria Scopnich; 1940, Milano Galleria Guglielmi; 1983, Roma Christie's; 1984 Napoli Giosi; 1991 Milano Semenzato
    Bibliografia: Maestri napoletani dell’Ottocento nella Collezione Gualtieri, Galleria Scopinich, Catalogo vendita all’asta Milano novembre 1929 n28 tav. LV; Racc. Nob. A. Ambrosi, Galleria Guglielmi Milano 1940, n.190 tav 38; A.Schettini, Mancini ,Stiped- Ed. d'arte, Napoli 1953 p. 237; Cat. Christie's Roma 1983 n. 170; Cat. asta Gall Giosi, Napoli 1983 n. 34; Pittura italiana dell'Ottocento a cura de "Il mercato dell'arte" Sugarco ed. Como 1984 p. 99; Cat. Semenzato Milano 1991 n 115 ; C. Virno, Antonio Mancini Catalogo ragionato dell'opera, Roma 2019 vol. I n. 714. pag. 268 n. 401

    Nel corso degli anni Settanta del diciannovesimo secolo Antonio Mancini, già godendo di una certa fama come pittore, mosse verso il sogno d’ogni artista del tempo, il centro indiscusso di tutti i fermenti che andavano allora animando gli intellettuali in Europa: Parigi. Invitato con ogni probabilità da Adolphe Goupil, mercante dalla sensibilità indiscussa e pioneristica il quale certo comprese il talento del nostro ed il potenziale successo ch’egli avrebbe potuto riscuotere anche sul mercato internazionale, Mancini in realtà finì per scontrarsi inevitabilmente con le dure difficoltà che affliggevano la vita dei bohémien e, in modo particolare dopo il secondo soggiorno francese, che segnò (per motivi principalmente economici) la rottura col vecchio amico Vincenzo Gemito, la sua già fragile psicologia non resse. Al ritorno in patria dunque seguì di poco il primo ricovero in manicomio, con l’inizio di una produzione particolarmente ricca e sentita di ritratti ed autoritratti. Dimesso nel 1882, l’anno successivo Mancini lasciò l’amata Napoli (cui ebbe modo di tornare solo molti anni dopo) alla volta di Roma.
    Nella Capitale Mancini risulta ospite fra il 1885 ed il 1890 degli zii (o cugini, a seconda delle fonti) Andrea e Noemi Ruggeri, ed a questo soggiorno particolare vanno fatte risalire due opere fra loro collegate e simili, che innanzitutto condividono la giovane ritratta, ovvero Agrippina Ruggeri (figlia appunto dei parenti dell’autore). La prima tela, “Servetta”, ha fatto parte della collezione Grieco e così è giunta presso la Pinacoteca Giaquinto di Bari, ove è tutt’oggi conservata. L’altro dipinto è invece quello proposto in asta (dopo un passaggio in collezione Gualtieri e poi da Giosi), che del precedente costituisce forse un abbozzo (ma non è esclusa la possibilità che si tratti di un’opera non finita, con tutto il fascino che questo stato tipicamente comporta): lo sfondo s’è assolutamente smaterializzato in rapidi gesti pittorici, i fiori che la modella tiene in grembo risultano del tutto irriconoscibili, mescolandosi talvolta addirittura al grembiule della fanciulla, e finanche i tratti somatici ed anatomici di quest’ultima appaiono in qualche modo fusi al resto della rappresentazione. Si potrebbe forse adottare il confronto fra le due tele quale exemplum dell’evoluzione stilistica che Mancini stesso andò sperimentando in quegli anni, preferendo alle raffigurazioni più precise e realistiche del periodo napoletano una pittura nuova, rapida e talvolta davvero impressionistica, sempre all’insegna di una spasmodica ricerca luministica, realizzata su tavole e tele per mezzo di grumi di materiale pittorico e talvolta biacca a ricreare sulla superficie dei dipinti veri e propri rilievi e di conseguenza concreti effetti di luci ed ombre.


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  • Lotto 104  

    Joris Pio

    Joris Pio (Roma 1843 - 1919)
    Dopo la questua
    Olio su tela, cm 66x138
    Firmato in basso a sinistra: P. Joris
    a tergo antico timbro di esportazione in ceralacca
    Provenienza: Collezione privata, Milano
    Esposizioni: Vasto, 1988 Bibliografia: A. Ricciardi, Filippo Palizzi e il suo tempo, Vasto 1988 tav 68

    Se dobbiamo certo credere al De Benedetti quando scrisse del forte legame intercorrente fra l’arte di Pio Joris e la sua città natale, Roma, è altrettanto indubbio che questo grande pittore fu assai influenzato dall’ambiente partenopeo e le rivoluzioni che vi si svilupparono verso la metà dell’Ottocento, a cominciare dalla prima formazione ricevuta dal paesaggista appunto napoletano Edoardo Pastina. In proposito risulta tuttavia di maggiore importanza la visita del giovane Joris alla Nazionale di Firenze del 1861, ove egli ebbe modo di incantarsi al cospetto dei dipinti di Filippo Palizzi e Domenico Morelli, visione determinante nell'indirizzare la sua ricerca pittorica verso lo studio della natura e la rappresentazione del vero in arte: solo cinque anni dopo infatti egli si recò effettivamente a Napoli in visita ai due capiscuola, avendo così modo anche di poter entrare nella galleria di Giovanni Vonwiller. Non va poi dimenticato il legame di Joris con gli artisti spagnoli presenti in Roma al tempo, fra cui certo spicca Marià Fortuny i Marsal, forse un ulteriore collegamento con l’ambiente partenopeo, nonché certamente un tramite fra il nostro ed il celebre mercante Goupil. In effetti il pittore romano raggiunse grande successo in tutta Europa, viaggiando fra molti paesi (in Francia incontrò De Nittis, altro artista napoletano) e presenziando a svariate, prestigiose esposizioni, dalle quali ricevette spesso premi.
    L’opera proposta a tal proposito fu certo molto apprezzata in ambito internazionale, considerando che come è scritto sul suo retro (e confermato da documenti e reportage del tempo) essa vinse la medaglia d’oro all’Esposizione di Vienna del 1873. Non solo, anche in Italia essa riscosse un certo successo, venendo più volte esposta: è certa la sua presenza ad esempio alla Nazionale di Milano del 1881, allorché fu tradotta in varie stampe ed incisioni; da discutersi sarebbe invece l’identificazione con quella “Dopo la benedizione” in mostra alla Nazionale di Napoli del ’77 e assai lodata dal Netti: l’unica prova a favore al momento conosciuta è ancora una incisione (su disegno di Montefusco) riportante sì i dati dell’esposizione or ora suddetta ma il nome più conosciuto dell’opera.
    STIMA min € 6000 - max € 9000

    Lot 104  

    Joris Pio

    Joris Pio Joris Pio (Roma 1843 - 1919)
    Dopo la questua
    Olio su tela, cm 66x138
    Firmato in basso a sinistra: P. Joris
    a tergo antico timbro di esportazione in ceralacca
    Provenienza: Collezione privata, Milano
    Esposizioni: Vasto, 1988 Bibliografia: A. Ricciardi, Filippo Palizzi e il suo tempo, Vasto 1988 tav 68

    Se dobbiamo certo credere al De Benedetti quando scrisse del forte legame intercorrente fra l’arte di Pio Joris e la sua città natale, Roma, è altrettanto indubbio che questo grande pittore fu assai influenzato dall’ambiente partenopeo e le rivoluzioni che vi si svilupparono verso la metà dell’Ottocento, a cominciare dalla prima formazione ricevuta dal paesaggista appunto napoletano Edoardo Pastina. In proposito risulta tuttavia di maggiore importanza la visita del giovane Joris alla Nazionale di Firenze del 1861, ove egli ebbe modo di incantarsi al cospetto dei dipinti di Filippo Palizzi e Domenico Morelli, visione determinante nell'indirizzare la sua ricerca pittorica verso lo studio della natura e la rappresentazione del vero in arte: solo cinque anni dopo infatti egli si recò effettivamente a Napoli in visita ai due capiscuola, avendo così modo anche di poter entrare nella galleria di Giovanni Vonwiller. Non va poi dimenticato il legame di Joris con gli artisti spagnoli presenti in Roma al tempo, fra cui certo spicca Marià Fortuny i Marsal, forse un ulteriore collegamento con l’ambiente partenopeo, nonché certamente un tramite fra il nostro ed il celebre mercante Goupil. In effetti il pittore romano raggiunse grande successo in tutta Europa, viaggiando fra molti paesi (in Francia incontrò De Nittis, altro artista napoletano) e presenziando a svariate, prestigiose esposizioni, dalle quali ricevette spesso premi.
    L’opera proposta a tal proposito fu certo molto apprezzata in ambito internazionale, considerando che come è scritto sul suo retro (e confermato da documenti e reportage del tempo) essa vinse la medaglia d’oro all’Esposizione di Vienna del 1873. Non solo, anche in Italia essa riscosse un certo successo, venendo più volte esposta: è certa la sua presenza ad esempio alla Nazionale di Milano del 1881, allorché fu tradotta in varie stampe ed incisioni; da discutersi sarebbe invece l’identificazione con quella “Dopo la benedizione” in mostra alla Nazionale di Napoli del ’77 e assai lodata dal Netti: l’unica prova a favore al momento conosciuta è ancora una incisione (su disegno di Montefusco) riportante sì i dati dell’esposizione or ora suddetta ma il nome più conosciuto dell’opera.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 105  

    Michetti Francesco Paolo

    Michetti Francesco Paolo (Tocco di Casauria 1851 - Francavilla 1929)
    Nunziata
    Olio su tavola cm 16,6x11,6
    firmato in basso a destra: Michetti; dedicato in basso al centro: all''amico Fagan
    Provenienza: Coll . L. Jozzi, Napoli; coll. privata, Napoli
    Bibliografia: A. Schettini, La pittura napoletana dell'Ottocento, E.D.A. R. T., Napoli 1967, vol I, p. 127 a colori; Raccolta Lucio Jozzi, Napoli 1967

    Francesco Paolo Michetti rientra a ragione nel novero di quegli artisti dell’Ottocento italiano mai dimenticati dagli studiosi di settore nonché conosciuti comunemente anche dal più vasto pubblico. Ricordato principalmente come pittore e poi come scultore (arte cui s’avvicinò su consiglio di Costantino Barbella), più di recente è stata approfondita la sua passione per la fotografia mentre ancora troppo frammentarie sono le testimonianze circa la sua attività di cineasta, certo molto avanti sui tempi.
    Talento assai precoce, Michetti si formò ovviamente in quel clima di radicali innovazioni che sconvolsero l’ambiente artistico di scuola napoletana a metà Ottocento, prima e brevemente presso il locale Istituto di Belle Arti (da cui si allontanò per questioni disciplinari) e poi indipendentemente grazie alla guida dei grandi artisti che il suo genio seppe subito conquistare, fra cui vanno citati soprattutto Edoardo Dalbono e Domenico Morelli, ma sempre preferendo i soggetti più tipicamente palizziani, specialmente gli animali, modelli che come scrisse Ojetti in fondo non costavano nulla. Il giovane pittore non mancò intanto di stringere salde amicizie con vari coetanei, quali Gemito e Mancini o i componenti della ormai prossima Scuola di Resina.
    La fama locale ebbe modo di ingigantirsi com’è facile immaginare per tutta la Penisola, consacrata da molteplici esposizioni, così che con altrettanta precocità Michetti conquistò un contratto col mercante Reutlinger (più tardi avrebbe collaborato col principale concorrente di quest’ultimo, ovvero Goupil) e dunque l’accesso ai prestigiosi Salon parigini: fu solo l’inizio del successo dell’artista anche nel panorama internazionale.
    L’opera proposta, certo un piccolo capolavoro del maestro, riporta alla sfera più privata di quest’ultimo: la ritratta Annunziata Cermignani infatti divenne sua sposa nel 1888, in una cerimonia singolarmente privata e con pochi presenti per non suscitare commenti poco graditi sul fatto che i due avessero già un figlio, Giorgio; il tutto si tenne fra le mura del “conventino”, appunto un abbandonato convento quattrocentesco in Francavilla al Mare che il Michetti acquistò ed adattò a casa-studio: là, più volte ospite in virtù di una grande e nota amicizia, Gabriele D’Annunzio compose ‘Il piacere’, ‘L’innocente’ e ‘Il trionfo della morte’. Resta dunque solo da chiedersi se la dedica in basso al centro del dipinto riguardi o no Louis Alexander Fagan, incisore e storico dell’Arte (oggi ricordato per lo più come curatore del British Museum) coetaneo di Michetti e nato proprio a Napoli, nipote del grande archeologo e pittore Robert che fra il tardo diciottesimo e gli inizi del diciannovesimo secolo molto si mosse per l’Italia fra Roma, Firenze ed appunto la capitale borbonica.
    STIMA min € 15000 - max € 25000

    Michetti Francesco Paolo Michetti Francesco Paolo (Tocco di Casauria 1851 - Francavilla 1929)
    Nunziata
    Olio su tavola cm 16,6x11,6
    firmato in basso a destra: Michetti; dedicato in basso al centro: all''amico Fagan
    Provenienza: Coll . L. Jozzi, Napoli; coll. privata, Napoli
    Bibliografia: A. Schettini, La pittura napoletana dell'Ottocento, E.D.A. R. T., Napoli 1967, vol I, p. 127 a colori; Raccolta Lucio Jozzi, Napoli 1967

    Francesco Paolo Michetti rientra a ragione nel novero di quegli artisti dell’Ottocento italiano mai dimenticati dagli studiosi di settore nonché conosciuti comunemente anche dal più vasto pubblico. Ricordato principalmente come pittore e poi come scultore (arte cui s’avvicinò su consiglio di Costantino Barbella), più di recente è stata approfondita la sua passione per la fotografia mentre ancora troppo frammentarie sono le testimonianze circa la sua attività di cineasta, certo molto avanti sui tempi.
    Talento assai precoce, Michetti si formò ovviamente in quel clima di radicali innovazioni che sconvolsero l’ambiente artistico di scuola napoletana a metà Ottocento, prima e brevemente presso il locale Istituto di Belle Arti (da cui si allontanò per questioni disciplinari) e poi indipendentemente grazie alla guida dei grandi artisti che il suo genio seppe subito conquistare, fra cui vanno citati soprattutto Edoardo Dalbono e Domenico Morelli, ma sempre preferendo i soggetti più tipicamente palizziani, specialmente gli animali, modelli che come scrisse Ojetti in fondo non costavano nulla. Il giovane pittore non mancò intanto di stringere salde amicizie con vari coetanei, quali Gemito e Mancini o i componenti della ormai prossima Scuola di Resina.
    La fama locale ebbe modo di ingigantirsi com’è facile immaginare per tutta la Penisola, consacrata da molteplici esposizioni, così che con altrettanta precocità Michetti conquistò un contratto col mercante Reutlinger (più tardi avrebbe collaborato col principale concorrente di quest’ultimo, ovvero Goupil) e dunque l’accesso ai prestigiosi Salon parigini: fu solo l’inizio del successo dell’artista anche nel panorama internazionale.
    L’opera proposta, certo un piccolo capolavoro del maestro, riporta alla sfera più privata di quest’ultimo: la ritratta Annunziata Cermignani infatti divenne sua sposa nel 1888, in una cerimonia singolarmente privata e con pochi presenti per non suscitare commenti poco graditi sul fatto che i due avessero già un figlio, Giorgio; il tutto si tenne fra le mura del “conventino”, appunto un abbandonato convento quattrocentesco in Francavilla al Mare che il Michetti acquistò ed adattò a casa-studio: là, più volte ospite in virtù di una grande e nota amicizia, Gabriele D’Annunzio compose ‘Il piacere’, ‘L’innocente’ e ‘Il trionfo della morte’. Resta dunque solo da chiedersi se la dedica in basso al centro del dipinto riguardi o no Louis Alexander Fagan, incisore e storico dell’Arte (oggi ricordato per lo più come curatore del British Museum) coetaneo di Michetti e nato proprio a Napoli, nipote del grande archeologo e pittore Robert che fra il tardo diciottesimo e gli inizi del diciannovesimo secolo molto si mosse per l’Italia fra Roma, Firenze ed appunto la capitale borbonica.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 106  

    Gaeta Enrico

    Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887)
    L’ingresso di Villa Starace
    Olio su tela, cm 105x88
    firmato in basso a destra: E. Gaeta
    Provenienza: Eredi dell'artista, Castellammare
    Esposizioni: Napoli,Associazione “Circolo Artistico Politecnico”, 03 - 14 Maggio 2014
    Bibliografia: R. Caputo, La Scuola di Resina nell’Ottocento Napoletano, Grimaldi & C. Editori, Napoli 2013, pag. 168; Ottocento Catalogo dell’Arte Italiana Ottocento - Primo Novecento n. 42, Metamorfosi Editore, Milano 2013, pag. 69; Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014

    A lungo dimenticato anche a causa della relativa esiguità della sua produzione, dovuta senza dubbio ad una fine prematura, Enrico Gaeta sappiamo oggi che fu per pure causo riscoperto da Paolo Ricci, complice un altro grande artista campano, ovvero Vincenzo Migliaro.
    Profondamente legato alla nativa Castellammare di Stabia, il pittore pur di rappresentarla si cimentò nel genere del paesaggio nonostante esso fosse al tempo considerato minore, formandosi a Napoli sotto Gabriele Smargiassi e Giuseppe Mancinelli. Un ulteriore ed importante modello fu per Gaeta (e per tanti altri paesaggisti coevi) ovviamente il posillipismo di Giacinto Gigante, ma il nostro vi preferì presto i dittami di Domenico Morelli ovvero l’attenzione al disegno oltre che al puro colore.
    Una nuova svolta nello stile dell’artista si registrò allorché il suo nome già era piuttosto diffuso fra critici e collezionisti, complice una solida e costante presenza espositiva: accadde dunque che Enrico si avvicinò agli ideali ed alla poetica della neonata Scuola di Resina, ed in particolare a Marco De Gregorio (il quale farà poi da tramite nell’incontro col gruppo dei macchiaioli toscani). Siamo sul finire degli anni Settanta dell’Ottocento e proprio a quegli anni è databile la serie che il pittore dedicò a villa Starace, considerando che «a partire dal 1878 […] suor Maddalena Starace, fondatrice della chiesa e dell’ordine delle Suore Compassioniste (a cui apparteneva la sorella del pittore, Giovanna), decise di aprire un educandato per le signorine della borghesia stabiese, ampliando la preesistente struttura realizzata nel 1869 che dava ospitalità ai piccoli orfani del circondario» (Caputo).
    Definito dunque l’intervallo di tempo in cui con ogni probabilità fu realizzata l’opera proposta, vale la pena sottolineare come in essa siano presenti le assoluti peculiarità pittoriche del Gaeta, quale innanzitutto la celebrata capacità nel riprodurre le mura antiche che occupano le sue scene, rese concretamente anche nelle proprie screpolature grazie al disegno e ad un sapiente uso dell’ocra e più in generale delle varie terre. Trattando di toni poi, non si può certo ignorare la cifra più autentica dell’artista stabiese, che come s’è appena detto è evidentemente presente anche nella tela in asta, ovvero i suoi verdi «cupi e teneri, verdi dorati e vivi, che squillano al sole, rallegrano la boscaglia, riposano all’ombra, si spengono e si rianimano, fra una macchia ed una radura, su cui piomba la luce luminosa del sole di mezzodì».
    STIMA min € 13000 - max € 18000

    Lot 106  

    Gaeta Enrico

    Enrico Gaeta Gaeta Enrico (Castellamare di Stabia 1840 - 1887)
    L’ingresso di Villa Starace
    Olio su tela, cm 105x88
    firmato in basso a destra: E. Gaeta
    Provenienza: Eredi dell'artista, Castellammare
    Esposizioni: Napoli,Associazione “Circolo Artistico Politecnico”, 03 - 14 Maggio 2014
    Bibliografia: R. Caputo, La Scuola di Resina nell’Ottocento Napoletano, Grimaldi & C. Editori, Napoli 2013, pag. 168; Ottocento Catalogo dell’Arte Italiana Ottocento - Primo Novecento n. 42, Metamorfosi Editore, Milano 2013, pag. 69; Enrico Gaeta a cura di Rosario Caputo , Ed. Vincent Napoli 2014

    A lungo dimenticato anche a causa della relativa esiguità della sua produzione, dovuta senza dubbio ad una fine prematura, Enrico Gaeta sappiamo oggi che fu per pure causo riscoperto da Paolo Ricci, complice un altro grande artista campano, ovvero Vincenzo Migliaro.
    Profondamente legato alla nativa Castellammare di Stabia, il pittore pur di rappresentarla si cimentò nel genere del paesaggio nonostante esso fosse al tempo considerato minore, formandosi a Napoli sotto Gabriele Smargiassi e Giuseppe Mancinelli. Un ulteriore ed importante modello fu per Gaeta (e per tanti altri paesaggisti coevi) ovviamente il posillipismo di Giacinto Gigante, ma il nostro vi preferì presto i dittami di Domenico Morelli ovvero l’attenzione al disegno oltre che al puro colore.
    Una nuova svolta nello stile dell’artista si registrò allorché il suo nome già era piuttosto diffuso fra critici e collezionisti, complice una solida e costante presenza espositiva: accadde dunque che Enrico si avvicinò agli ideali ed alla poetica della neonata Scuola di Resina, ed in particolare a Marco De Gregorio (il quale farà poi da tramite nell’incontro col gruppo dei macchiaioli toscani). Siamo sul finire degli anni Settanta dell’Ottocento e proprio a quegli anni è databile la serie che il pittore dedicò a villa Starace, considerando che «a partire dal 1878 […] suor Maddalena Starace, fondatrice della chiesa e dell’ordine delle Suore Compassioniste (a cui apparteneva la sorella del pittore, Giovanna), decise di aprire un educandato per le signorine della borghesia stabiese, ampliando la preesistente struttura realizzata nel 1869 che dava ospitalità ai piccoli orfani del circondario» (Caputo).
    Definito dunque l’intervallo di tempo in cui con ogni probabilità fu realizzata l’opera proposta, vale la pena sottolineare come in essa siano presenti le assoluti peculiarità pittoriche del Gaeta, quale innanzitutto la celebrata capacità nel riprodurre le mura antiche che occupano le sue scene, rese concretamente anche nelle proprie screpolature grazie al disegno e ad un sapiente uso dell’ocra e più in generale delle varie terre. Trattando di toni poi, non si può certo ignorare la cifra più autentica dell’artista stabiese, che come s’è appena detto è evidentemente presente anche nella tela in asta, ovvero i suoi verdi «cupi e teneri, verdi dorati e vivi, che squillano al sole, rallegrano la boscaglia, riposano all’ombra, si spengono e si rianimano, fra una macchia ed una radura, su cui piomba la luce luminosa del sole di mezzodì».


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 107  

    Esposito Gaetano

    Esposito Gaetano (Salerno 1858 - Sala Consilina, SA 1911)
    La modella
    Olio su tela cm 57x39
    firmato in basso a sinistra: G. Esposito

    Personalità assai tormentata, giustamente identificato da qualcuno col mare da cui in qualche modo egli proveniva (fu figlio di pescatori) e che, dopo una giovinezza peregrina, lo incantò presso palazzo Donn’Anna ove l’artista infine si stabilì (si badi, quando la struttura era ancora abbandonata e, secondo le dicerie, infestata), Gaetano Esposito compì una breve ma sfavillante parabola artistica (circa vent’anni) prima d’andare incontro ad una tragica fine, così che la sua produzione pittorica risulta a conti fatti alquanto esigua e lo spuntare d’una sua opera sul mercato costituisce in qualche modo sempre un piccolo evento.
    Iscrittosi assai giovane all’Accademia di Belle Arti partenopea per intercessione di Domenico Morelli, fu negli insegnamenti di quest’ultimo che l’artista si formò rivolgendo dunque la propria ricerca verso la rappresentazione del vero: questo scopo, probabilmente vera e propria irraggiungibile utopia nella fragile psiche di Esposito, era da rincorrersi per l’autore tramite il colore, oggetto di lunghi studi e molteplici ripensamenti maturati sia dall’osservazione della grande tradizione pittorica locale (in particolare del secolo diciassettesimo) sia dall’aggiornamento a certi esiti artistici più coevi all’autore, quale il nascente e poi sempre più diffuso fortunysmo.
    L’opera proposta ben esemplifica gli aspetti più peculiari del proprio autore, innanzitutto raffigurando un soggetto su cui Esposito, proprio come nel caso dell’amato palazzo Donn’Anna, tornò più volte: si conoscono infatti almeno altre tre versioni di questo dipinto, tutte più piccole di dimensioni (per cui si potrebbe pensare che questa abbia coinciso con la definitiva ed agognata soddisfazione dell’autore), di cui una è in collezione Lubrano e le altre in altrettante raccolte private dopo essere passate anch’esse in asta Vincent. Ancora, indiscutibilmente notevoli appaiono nella tela gli esiti cromatici conquistati dall’Esposito il quale, con una tavolozza evidentemente limitata, è riuscito a dare concreta e distinta corposità ai due tessuti presenti nella scena, sì ugualmente bianchi ma diversi per trama, su cui emergono con forte distacco le sensuali carni della modella e la ricca ma disordinata capigliatura scura di questa.
    STIMA min € 10000 - max € 15000

    Lot 107  

    Esposito Gaetano

    Esposito Gaetano Esposito Gaetano (Salerno 1858 - Sala Consilina, SA 1911)
    La modella
    Olio su tela cm 57x39
    firmato in basso a sinistra: G. Esposito

    Personalità assai tormentata, giustamente identificato da qualcuno col mare da cui in qualche modo egli proveniva (fu figlio di pescatori) e che, dopo una giovinezza peregrina, lo incantò presso palazzo Donn’Anna ove l’artista infine si stabilì (si badi, quando la struttura era ancora abbandonata e, secondo le dicerie, infestata), Gaetano Esposito compì una breve ma sfavillante parabola artistica (circa vent’anni) prima d’andare incontro ad una tragica fine, così che la sua produzione pittorica risulta a conti fatti alquanto esigua e lo spuntare d’una sua opera sul mercato costituisce in qualche modo sempre un piccolo evento.
    Iscrittosi assai giovane all’Accademia di Belle Arti partenopea per intercessione di Domenico Morelli, fu negli insegnamenti di quest’ultimo che l’artista si formò rivolgendo dunque la propria ricerca verso la rappresentazione del vero: questo scopo, probabilmente vera e propria irraggiungibile utopia nella fragile psiche di Esposito, era da rincorrersi per l’autore tramite il colore, oggetto di lunghi studi e molteplici ripensamenti maturati sia dall’osservazione della grande tradizione pittorica locale (in particolare del secolo diciassettesimo) sia dall’aggiornamento a certi esiti artistici più coevi all’autore, quale il nascente e poi sempre più diffuso fortunysmo.
    L’opera proposta ben esemplifica gli aspetti più peculiari del proprio autore, innanzitutto raffigurando un soggetto su cui Esposito, proprio come nel caso dell’amato palazzo Donn’Anna, tornò più volte: si conoscono infatti almeno altre tre versioni di questo dipinto, tutte più piccole di dimensioni (per cui si potrebbe pensare che questa abbia coinciso con la definitiva ed agognata soddisfazione dell’autore), di cui una è in collezione Lubrano e le altre in altrettante raccolte private dopo essere passate anch’esse in asta Vincent. Ancora, indiscutibilmente notevoli appaiono nella tela gli esiti cromatici conquistati dall’Esposito il quale, con una tavolozza evidentemente limitata, è riuscito a dare concreta e distinta corposità ai due tessuti presenti nella scena, sì ugualmente bianchi ma diversi per trama, su cui emergono con forte distacco le sensuali carni della modella e la ricca ma disordinata capigliatura scura di questa.


    0 offerte pre-asta Place Bid Track Lot
  • Lotto 108  

    Patini Teofilo

    Patini Teofilo (Castel di Sangro, AQ 1840 - Napoli 1906)
    Il ciabattino
    Olio su tela, cm 100x76
    firmato in basso a destra: Patini

    Se Teofilo Patini raggiunse quei meravigliosi e sorprendenti esiti che oggi tutti conosciamo nella pittura pregna di impegno e denuncia sociale, fu certo anche grazie alla formazione, cominciata negli stessi anni in cui all’interno della scuola napoletana ci si rivolgeva con maggiore attenzione alle poetiche del vero: allievo infatti di Mancinelli, furono certo i contatti con Domenico Morelli e gli artisti di casa Palizzi a risultare particolarmente determinanti per la sua arte, come dimostra l’iniziale ma già apprezzata produzione dell’artista incentrata su scene e temi storici. Fu in seguito di grande importanza anche il sodalizio artistico e personale con Michele Cammarano, quand’anche la conoscenza della scuola toscana (grazie ad un pensionato) non riuscì davvero a far virare lo stile del Patini verso una pittura di macchia.
    Sempre impegnato nella vita oltre che nell’arte (com’è ovvio pensare ispirandosi al titolo di un suo celebrato dipinto, ‘Arte e libertà’), Patini prese prima parte tanto ai moti unitari che a varie operazioni subito successive, partecipando inoltre alle ferventi attività che riorganizzarono dopo il ’61 le istituzioni artistiche e culturali d’Italia: così s’associò subito alla Promotrice di belle arti di Napoli.
    Alla mostra del 1873 della Società suddetta il pittore inviò ‘Il ciabattino’ (o ‘Ogni bella scarpa diventa scarpone’, detto tipico partenopeo), poi presentato alla Nazionale torinese del 1880 ed oggi conservato a villa Pignatelli Cortés. L’opera proposta costituisce quindi un ritorno sullo stesso soggetto, che qui tuttavia riempie l’intero spazio della rappresentazione venendoci impedita stavolta la visione d’insieme della sua bottega: se dunque s’è perso in qualche modo quel fare “alla fiamminga” delle prime prove artistiche del Patini ora è indiscutibile e lapalissiano il legame allo stile di Cammarano e dunque alla grande tradizione della pittura napoletana secentesca, di cui tuttavia sono notevolmente schiariti i toni in favore di una più diffusa luce all’interno della scena.
    STIMA min € 10000 - max € 15000

    Lot 108  

    Patini Teofilo

    Patini Teofilo Patini Teofilo (Castel di Sangro, AQ 1840 - Napoli 1906)
    Il ciabattino
    Olio su tela, cm 100x76
    firmato in basso a destra: Patini

    Se Teofilo Patini raggiunse quei meravigliosi e sorprendenti esiti che oggi tutti conosciamo nella pittura pregna di impegno e denuncia sociale, fu certo anche grazie alla formazione, cominciata negli stessi anni in cui all’interno della scuola napoletana ci si rivolgeva con maggiore attenzione alle poetiche del vero: allievo infatti di Mancinelli, furono certo i contatti con Domenico Morelli e gli artisti di casa Palizzi a risultare particolarmente determinanti per la sua arte, come dimostra l’iniziale ma già apprezzata produzione dell’artista incentrata su scene e temi storici. Fu in seguito di grande importanza anche il sodalizio artistico e personale con Michele Cammarano, quand’anche la conoscenza della scuola toscana (grazie ad un pensionato) non riuscì davvero a far virare lo stile del Patini verso una pittura di macchia.
    Sempre impegnato nella vita oltre che nell’arte (com’è ovvio pensare ispirandosi al titolo di un suo celebrato dipinto, ‘Arte e libertà’), Patini prese prima parte tanto ai moti unitari che a varie operazioni subito successive, partecipando inoltre alle ferventi attività che riorganizzarono dopo il ’61 le istituzioni artistiche e culturali d’Italia: così s’associò subito alla Promotrice di belle arti di Napoli.
    Alla mostra del 1873 della Società suddetta il pittore inviò ‘Il ciabattino’ (o ‘Ogni bella scarpa diventa scarpone’, detto tipico partenopeo), poi presentato alla Nazionale torinese del 1880 ed oggi conservato a villa Pignatelli Cortés. L’opera proposta costituisce quindi un ritorno sullo stesso soggetto, che qui tuttavia riempie l’intero spazio della rappresentazione venendoci impedita stavolta la visione d’insieme della sua bottega: se dunque s’è perso in qualche modo quel fare “alla fiamminga” delle prime prove artistiche del Patini ora è indiscutibile e lapalissiano il legame allo stile di Cammarano e dunque alla grande tradizione della pittura napoletana secentesca, di cui tuttavia sono notevolmente schiariti i toni in favore di una più diffusa luce all’interno della scena.


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  • Lotto 109  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    Via Campana Pozzuoli
    Olio su carta rip. su tela, cm 36x50
    firmato e datato in basso a sinistra: Gia Gigante 4 maggio 1841
    Bibliografia: Rosario Caputo, La Pittura Napoletana del Primo Ottocento, Franco Di Mauro Editore, Sorrento (NA), 2021, p.268

    Figlio d’arte, Giacinto Gigante compì curiosamente la propria formazione lontano dagli ambienti accademici, che sempre evitò in favore degli atelier privati dei propri mentori (per lo più artisti d’Oltralpe) o, ancora meglio, delle passeggiate nella natura in cerca di paesaggi da ritrarre, pratica ai tempi per nulla scontata. Conosciuto Anton Sminck van Pitloo, pittore olandese che presto raggiunse una rapida ma solida fama negli ambienti partenopei (e che avviò Gigante alla pittura ad olio negli anni Venti del diciannovesimo secolo), il nostro costituì con lui e vari altri contemporanei la cosiddetta scuola di Posillipo, di fatto un gruppo privo di un vero e proprio manifesto ma che condivideva alcuni ideali quali appunto la pittura all’aria aperta, lontana dall’imperante accademismo, e la personale e lirica interpretazione da parte dell’artista di ciò che egli percepiva e riportava nelle proprie opere.
    Dell’opera proposta è conservato un disegno presso il museo Correale, e la stessa, precisa data riportata in basso colloca del resto la realizzazione di quest’olio proprio negli anni in cui Gigante soggiornò effettivamente a Sorrento, sviluppando quella che fu felicemente definitiva da Sergio Ortolani (grande studioso ed esperto dell’artista) “maniera rosea”. L’antica villa dei Correale Terranova (imparentati addirittura con Torquato Tasso) ospita oggi una ricchissima collezione di manufatti delle più varie arti, fra cui certo spicca appunto la raccolta di dipinti e disegni di vari vedutisti di diciottesimo e diciannovesimo secolo di cui si servì al tempo anche Salvatore Di Giacomo per redigere il proprio saggio sulla Scuola di Posillipo. Il paesaggio rappresentato costituisce uno scorcio di via Campana, o meglio della via Antica consolare campana, una lunga strada che collegava già in età romana Pozzuoli (partendo per la precisione dal locale anfiteatro) e la via Appia con cui s’incrociava presso Capua antica, ovvero l’attuale Santa Maria Capua Vetere. Celebre lungo questo tratto viario è tutt’oggi il passaggio di Montagna Spaccata, perfettamente conservato, che consentiva allora l’attraversamento del cratere di Quarto Flegreo, ove ora sorge l’omonima città.
    STIMA min € 30000 - max € 40000

    Lot 109  

    Gigante Giacinto

    Gigante Giacinto Gigante Giacinto (Napoli 1806 - 1876)
    Via Campana Pozzuoli
    Olio su carta rip. su tela, cm 36x50
    firmato e datato in basso a sinistra: Gia Gigante 4 maggio 1841
    Bibliografia: Rosario Caputo, La Pittura Napoletana del Primo Ottocento, Franco Di Mauro Editore, Sorrento (NA), 2021, p.268

    Figlio d’arte, Giacinto Gigante compì curiosamente la propria formazione lontano dagli ambienti accademici, che sempre evitò in favore degli atelier privati dei propri mentori (per lo più artisti d’Oltralpe) o, ancora meglio, delle passeggiate nella natura in cerca di paesaggi da ritrarre, pratica ai tempi per nulla scontata. Conosciuto Anton Sminck van Pitloo, pittore olandese che presto raggiunse una rapida ma solida fama negli ambienti partenopei (e che avviò Gigante alla pittura ad olio negli anni Venti del diciannovesimo secolo), il nostro costituì con lui e vari altri contemporanei la cosiddetta scuola di Posillipo, di fatto un gruppo privo di un vero e proprio manifesto ma che condivideva alcuni ideali quali appunto la pittura all’aria aperta, lontana dall’imperante accademismo, e la personale e lirica interpretazione da parte dell’artista di ciò che egli percepiva e riportava nelle proprie opere.
    Dell’opera proposta è conservato un disegno presso il museo Correale, e la stessa, precisa data riportata in basso colloca del resto la realizzazione di quest’olio proprio negli anni in cui Gigante soggiornò effettivamente a Sorrento, sviluppando quella che fu felicemente definitiva da Sergio Ortolani (grande studioso ed esperto dell’artista) “maniera rosea”. L’antica villa dei Correale Terranova (imparentati addirittura con Torquato Tasso) ospita oggi una ricchissima collezione di manufatti delle più varie arti, fra cui certo spicca appunto la raccolta di dipinti e disegni di vari vedutisti di diciottesimo e diciannovesimo secolo di cui si servì al tempo anche Salvatore Di Giacomo per redigere il proprio saggio sulla Scuola di Posillipo. Il paesaggio rappresentato costituisce uno scorcio di via Campana, o meglio della via Antica consolare campana, una lunga strada che collegava già in età romana Pozzuoli (partendo per la precisione dal locale anfiteatro) e la via Appia con cui s’incrociava presso Capua antica, ovvero l’attuale Santa Maria Capua Vetere. Celebre lungo questo tratto viario è tutt’oggi il passaggio di Montagna Spaccata, perfettamente conservato, che consentiva allora l’attraversamento del cratere di Quarto Flegreo, ove ora sorge l’omonima città.


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